Morto Carlin Petrini, guru della sinistra gourmet contro capitalismo e scienza
08:16 Venerdì 22 Maggio 2026Figlio di un ferroviere comunista e di una madre cattolica, maoista e poi profeta globale del "buono, pulito e giusto", ha trasformato il cibo in una bandiera politica. Visionario, predicatore della nostalgia rurale, ha combattuto mercato, Ogm e agricoltura moderna inseguendo un'utopia slow - VIDEO
Nella tarda serata di ieri, nella sua casa di Bra, nel cuore del Roero, che aveva trasformato in laboratorio culturale globale, è morto a 76 anni Carlo “Carlìn” Petrini, fondatore di Slow Food, ideatore di Terra Madre e anima dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Da tempo malato, Petrini si è spento nella città dove era nato nel 1949 e da cui, con una miscela irripetibile di militanza politica, cultura contadina e talento affabulatorio, era riuscito a costruire uno dei movimenti italiani più conosciuti al mondo. Petrini è stato per quasi quarant’anni il volto più noto di una controcultura gastronomica capace di sfidare la globalizzazione alimentare e imporre parole come biodiversità, filiera corta e sostenibilità nel lessico comune.
Ma insieme all’agiografia che inevitabilmente accompagnerà la sua scomparsa, resta aperta una discussione mai davvero risolta: quanto il pensiero di Petrini abbia rappresentato una reale alternativa al modello industriale e quanto invece sia rimasto imprigionato in una visione romantica, elitaria e talvolta apertamente ostile alla modernità scientifica.
La religione civile del gusto
Nato a Bra nel 1949, figlio di una maestra di asilo cattolica e di un elettrauto comunista, Petrini portava dentro di sé due anime che non avrebbe mai separato: la militanza politica e il radicamento contadino. Dagli anni della contestazione a Trento, passando per Radio Bra Onde Rosse e l’esperienza nell’Arci, fino alla nascita di Arcigola e poi Slow Food, Carlin costruì un movimento globale partendo da un’intuizione semplice: opporre la “lentezza” alla frenesia consumistica degli anni Ottanta.
La battaglia simbolica contro il McDonald’s di piazza di Spagna divenne il manifesto di una filosofia che trasformava la tavola in atto politico. Non solo mangiare bene, ma mangiare “buono, pulito e giusto”. Un’idea che gli valse riconoscimenti internazionali, dall’inserimento tra gli “eroi del nostro tempo” del Time fino alla lista del Guardian delle cinquanta persone “che potrebbero salvare il pianeta”.
Petrini fu abilissimo nel creare reti di relazioni trasversali. Frequentava papa Francesco e il principe Carlo d’Inghilterra, ma anche Dario Fo, Roberto Benigni, Piero Fassino e Enzo Ghigo. Stava nei salotti globali senza perdere la cadenza braidese e quell’“esageroma nen” che trasformò in marchio identitario.
L’estetica delle élite
Eppure proprio qui nasce una delle principali critiche rivoltegli negli anni. Slow Food, nato come ribellione popolare al fast food, finì progressivamente per essere percepito come un lusso culturale per classi benestanti urbane. Lo stesso Petrini fu costretto a riconoscerlo quando ammise che fino al 2004 il movimento era diffuso soprattutto “in paesi con la pancia piena” e rischiava di apparire “associato a un’élite riservata e benestante”.
Il paradosso era evidente: difendere piccoli produttori, biodiversità e agricoltura tradizionale significava inevitabilmente aumentare i costi del cibo. E qui il pensiero petriniano mostrava uno dei suoi limiti più contestati. In nome del “prezzo giusto” per i produttori e della lotta agli Ogm, Slow Food proponeva un modello agricolo che rischiava di scaricare il conto finale sui consumatori e soprattutto sui ceti popolari.
L’accusa era semplice ma puntuale: senza agricoltura intensiva, innovazione genetica e aumento delle rese, come si sfamano otto miliardi di persone? Petrini e Slow Food venivano così accusati di coltivare una nostalgia rurale incompatibile con la realtà demografica e produttiva contemporanea. Un pensiero affascinante nei festival gastronomici e nei convegni internazionali, molto meno applicabile su scala globale.
Il cortocircuito con la scienza
La frattura più dura si consumò però sul terreno scientifico. Petrini si definiva “tutt’altro che un oppositore del metodo scientifico”, ma molte sue posizioni alimentarono un conflitto aperto con parte della comunità accademica.
Il caso simbolo fu quello dell’agricoltura biodinamica. Petrini difese pubblicamente pratiche che numerosi scienziati consideravano apertamente esoteriche e prive di fondamento empirico. Le polemiche esplosero soprattutto durante il dibattito parlamentare sul ddl che equiparava biodinamico e biologico. Da una parte Slow Food e il mondo dell’agricoltura “naturale”; dall’altra ricercatori come Giorgio Parisi, Silvio Garattini, Giuseppe Remuzzi e Antonella Viola, che denunciavano il rischio di legittimare pratiche pseudoscientifiche.
I detrattori gli rimproveravano un atteggiamento ambiguo: mentre denunciava la “chimica a manetta”, tendeva a concedere una sorta di assoluzione preventiva a tutto ciò che veniva etichettato come “naturale”. Una visione che, secondo i critici, finiva per alimentare diffidenza verso la ricerca scientifica e verso le innovazioni agricole.
Non a caso anche il suo ingresso “per chiara fama” all’Università di Torino provocò proteste tra docenti e sociologi, perplessi di fronte a una figura considerata più carismatica che accademica.
Il profeta della decrescita felice
Petrini è stato anche il simbolo di una certa sinistra post-ideologica italiana: ecologista, comunitaria, anti-industriale, spesso diffidente verso il mercato globale ma perfettamente integrata nei suoi circuiti culturali. Amico di Vandana Shiva, vicino al Pd delle origini, interlocutore della Chiesa di Francesco, costruì un pensiero dove il cibo diventava strumento di redenzione civile.
Ma proprio questa dimensione quasi sacrale del cibo finì talvolta per trasformare Slow Food in una sorta di religione laica della gastronomia. Il rischio, denunciavano molti, era sostituire l’analisi economica con la morale, la complessità produttiva con il mito del contadino buono e della tradizione incontaminata.
Eppure sarebbe riduttivo liquidare Petrini come un semplice nostalgico. Prima di molti altri aveva intuito il rapporto tra ambiente, qualità alimentare, dissesto idrogeologico e modelli di sviluppo. Aveva capito che il cibo sarebbe diventato uno dei grandi temi politici del XXI secolo.
Un visionario pieno di contraddizioni
Carlin Petrini lascia dunque un’eredità gigantesca e insieme controversa. Visionario capace di trasformare una chiocciola in un brand globale, ma anche intellettuale spesso indulgente verso derive antiscientifiche. Difensore della biodiversità e dei piccoli produttori, ma interprete di un modello accusato di parlare soprattutto alle élite occidentali. Uomo di sinistra che dialogava con papi, re e governi, sempre sospeso tra utopia comunitaria e costruzione di potere culturale.
Resta la sua intuizione più forte: il cibo non è mai solo cibo. È identità, politica, economia, ambiente, conflitto sociale. E forse il vero lascito di Petrini sta proprio qui: aver costretto un Paese che considerava la gastronomia folklore da cartolina a prenderla terribilmente sul serio. Persino nelle sue involuzioni.



