VERSO IL 2027

Occhio al calendario. Cirio e il super partito del vitalizio frenano sul voto anticipato

Il requisito minimo di quattro anni, sei mesi e un giorno per la pensione parlamentare disinnesca l'ipotesi di urne in autunno. La legge elettorale e la manovra di bilancio fanno il resto. Il governatore piemontese spettatore interessato

Anche i politici piemontesi, come i loro colleghi nel resto del Paese, hanno il calendario bene in vista sulla scrivania. E con la legislatura che imbocca il tratto finale, le date cerchiate in rosso iniziano ad avere un peso specifico tutto particolare. Una su tutte: 23 aprile 2027. Da quel giorno, infatti, gli eletti dell’ultima tornata maturerebbero il diritto alla cosiddetta “pensione parlamentare”, essendo trascorsi quattro anni, sei mesi e un giorno dall’avvio della legislatura, datata 13 ottobre 2022. Un appuntamento previdenziale che, nei corridoi di Montecitorio come nei palazzi piemontesi, vale oggi molto più di tante dichiarazioni sulla stabilità del governo.

Una prospettiva che allontana, e non di poco, lo spettro di elezioni anticipate già nell’autunno di quest’anno – ipotesi molto in voga all’indomani della sconfitta del Sì al referendum sulla giustizia – e che alimenta i sogni romani del governatore piemontese Alberto Cirio, il quale non fa troppo mistero di voler sloggiare anzitempo dal quarantesimo piano del Grattacielo.

Cirio tifa la fine naturale

Il motivo per cui il vicesegretario di Forza Italia ha tutto l’interesse affinché la legislatura vada avanti il più possibile è presto detto: con il suo mandato da presidente del Piemonte in scadenza nel 2029, sarebbe assai complicato lasciare la Regione con tre anni d’anticipo. Rischierebbe di trovarsi la strada sbarrata da consiglieri e assessori della sua maggioranza, che si ritroverebbero a spasso da un giorno all’altro. Anche a Palazzo Lascaris il partito della “stabilità” – attento a conservare fino all’ultimo l’assegno mensile – rappresenta la maggioranza dell’emiciclo.

Se si votasse tra un anno e mezzo, la situazione sarebbe ben diversa: le nuove elezioni regionali si terrebbero non prima della primavera del 2028, accorciando la legislatura solo di qualche mese. Ammesso che il centrodestra vinca e che, in virtù di ciò, Cirio possa passare all’incasso con una poltrona da ministro – magari all’Agricoltura – oppure con la presidenza di una delle due Camere. Ma se così non fosse, il gigione langhetto disfarebbe le valigie appena preparate, restando al Grattacielo e tornando a guardare verso Bruxelles, dove è già stato e dove si tornerà al voto per le Europee proprio nel 2029.

Obiettivo pensione

Ma Cirio non è certo l’unico ad auspicare che il ritorno alle urne si allontani. Restando in Piemonte, trova facile sponda tra i 43 parlamentari eletti – 29 deputati e 14 senatori –: nessuno di loro sembra avere alcuna intenzione di tornare a casa anticipatamente, soprattutto prima del 23 aprile del prossimo anno, quando tutti avranno raggiunto i requisiti contributivi minimi per la pensione.

Un elemento di cui la premier Giorgia Meloni non può non tenere conto e che, con ogni probabilità, ha già frenato i suoi piani di voto anticipato già nell’autunno di quest’anno, cogliendo in controtempo un campo largo galvanizzato dalla vittoria referendaria ma ancora disorganizzato e diviso al proprio interno. Senza una leadership chiara, contesa tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, e con l’incombente ombra di Silvia Salis o di qualche altro “federatore”. Ma non è la prima volta, nell’ultimo anno, che la leader di Fratelli d'Italia è costretta a rivedere i propri piani.

Il piano saltato di Meloni

Prima del 23 marzo, data della sconfitta del Sì al referendum, la strada sembrava tracciata. Con i sondaggi che davano FdI al 30% e il centrodestra in largo vantaggio, l’idea della premier era gestire il vantaggio optando per il voto nella primavera del 2027, in concomitanza con le Comunali che coinvolgeranno grandi città come Torino, Roma, Milano e Napoli.

Per agevolare il disegno era pronta anche la riforma della legge elettorale per i Comuni, che avrebbe abbassato dal 50 al 40% la soglia per la vittoria al primo turno. Portiamo più gente al voto ed evitiamoci la grana dei ballottaggi, che da sempre sorridono più al centrosinistra: questo, in sostanza, il ragionamento.

Da lì a poco, però, lo scenario è cambiato radicalmente: le dimissioni obbligate dal governo di Daniela Santanchè e di Andrea Delmastro hanno ulteriormente ringalluzzito le opposizioni, mentre l’esecutivo è apparso improvvisamente nel pallone. Nel frattempo, la riforma elettorale dei Comuni resta bloccata: a oggi, l’apparentamento tra le due tornate non produrrebbe grandi effetti.

L’idea di logorarsi per un altro anno su una sorta di piano inclinato non alletta la premier. E come se non bastasse, nello stesso periodo si è messa di traverso anche la Commissione europea, che ha rivisto le stime sul rapporto deficit/Pil: l’Italia ha sforato il limite del 3% e non esce dalla procedura d’infrazione.

Altro che manovra espansiva da sbandierare in campagna elettorale: all’orizzonte prende forma una finanziaria lacrime e sangue, appesantita dalle tensioni internazionali, dalla guerra tra Stati Uniti e Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz. Dagli “80 euro” di renziana memoria all’incubo del caro bollette. Tutto da rifare.

Primavera o autunno?

Il primo pensiero della statista della Garbatella è stato quello di tagliare la testa al toro: andare a votare prima della legge di bilancio, così da non sporcarsi le mani. Ma le controindicazioni sono tante, forse troppe: i peones senza pensione la seguirebbero davvero oppure appoggerebbero il Draghi di turno pur di non tornare a casa? Votando con il Rosatellum, quale maggioranza uscirebbe dalle urne? E il Quirinale accetterebbe mai una mossa del genere, dettata dal puro opportunismo?

Il vicepremier Matteo Salvini ne parlava ancora qualche giorno fa: «Elezioni anticipate? Vediamo i dati economici», ha detto il segretario della Lega, salvo essere prontamente redarguito da Palazzo Chigi. Così le finestre restano due: voto in primavera, tornando allo schema originario, oppure nell’autunno del 2027, a scadenza naturale.

Molto dipenderà dall’approvazione della nuova legge elettorale: l’innalzamento della soglia per il premio di maggioranza dal 40 al 42% è un modo per venire incontro alle opposizioni, disinnescando i tentativi di ostruzionismo, così come la differente distribuzione del premio tra Camera e Senato. Con lo Stabilicum pronto, si potrebbe anche votare prima; se poi arrivasse anche la nuova legge per i Comuni, tanto meglio. Sempre che il tutto non rientri nel solito patto occulto con le opposizioni.

Occhio, però, anche alla manovra di bilancio per il 2027, che si preannuncia molto meno drammatica del previsto. Questo permetterebbe a chi governa di fare promesse che potrebbe mantenere soltanto in caso di riconferma. Un copione già visto: allentare i cordoni della borsa prima del voto e preoccuparsi del conto soltanto dopo. Qualcuno ci spera. Cirio, certamente, è tra questi.

print_icon