Laici guardie della rivoluzione, la Torino sinodale di Repole
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 24 Maggio 2026Il ruolo, inconsapevole, dei nuovi ministeri laicali e i "parroci trottola": si struttura la riorganizzazione diocesana. Intanto, proseguono le diatribe sul Vetus Ordo e proliferano le veglie lgbt. In una cornice dottrinaria sempre più fluida
Ieri sera alla Veglia interdiocesana di Pentecoste al Santo Volto con l’istituzione dei ministeri laicali, l’alleanza psico-affettiva ha celebrato uno dei suoi trionfi o – per meglio dire – ha raggiunto un traguardo nella strategia boariniana di egemonia sulla diocesi di Torino. Ma chi sono questi 75 laici “ministerializzati” formati dai Percorsi di don Paolo Tomatis, ottime e brave persone che già frequentano le parrocchie e che continueranno a fare quello che già facevano come accoliti, lettori, catechisti, animatori ecc.?
In proposito rinviamo a ciò che avevamo scritto in passato: il modello è quello sperimentato in Francia anni orsono con non brillanti risultati, se solo pensiamo che i battesimi degli ultimi tempi prescindono sostanzialmente da tali esperienze. Secondo alcuni, avranno però anche un’altra recondita funzione: saranno coloro che, inconsapevolmente ma con naturalezza, si ergeranno a sostegno e difesa dell’alleanza che li ha concepiti, formati e istituiti, saranno insomma, al di là delle intenzioni, la guardia armata della “rivoluzione”.
E proprio mentre al Santo Volto si celebrava il rito di istituzione dei nuovi ministeri, con l’appello dei 75 laici chiamati uno a uno, un improvviso blackout ha fatto sprofondare la chiesa nel buio per alcuni istanti. Un guasto tecnico, naturalmente. Ma tra i presenti non è mancato chi, con malcelata ironia, l’ha letto come un segno dal Cielo.
In questo quadro trionfalistico che dovrebbe essere il modello con cui Roberto Repole potrebbe sbarcare alla presidenza della Cei (anche se pare che gli interessi molto di più prendere il posto di Tucho Fernández) si sente in sottofondo il mugugno sommesso dei poveri diaconi che, pare, non si sentano troppo valorizzati.
Non disturbare il manovratore
Intanto si sta componendo il puzzle dei trasferimenti e delle nuove nomine, che sono a buon punto e ieri sera alle Messe vespertine sono già stati fatti alcuni annunci ai fedeli. Fra le novità, oltre alla creazione di vari “parroci trottola” che saranno oberati di parrocchie, l’inspiegabile prepensionamento di alcuni ancora attivi. La tecnica tradisce un pregiudizio e una presunzione. Il pregiudizio è che la maggior parte dei preti sia incapace di «capire il nuovo», soprattutto se anziani, anche se progressisti. La presunzione è che riducendo il governo a pochi fidelizzati o comunque non ostativi e timorosi si possa controllare meglio la diocesi. Non disturbare i manovratori.
Assemblea della Cei
Si terrà a Roma dal 25 al 28 maggio l’Assemblea generale della Cei dove si parlerà di sinodo ma si procederà anche ad alcune importanti nomine, tra cui il vicepresidente per l’area Nord e i membri delle commissioni episcopali. A questo riguardo si preparino vescovi e preti scettici o recalcitranti: nessun cambio di rotta o aggiustamento perché il sinodo di cui si erano perse le tracce continuerà fino al 2028 e anche oltre affinché la sinodalità «assuma sempre più la forma di stile ordinario di vita ecclesiale».
Si comprende qui la differenza rispetto al passato, i sinodi di Paolo VI e dei suoi successori iniziavano e finivano con la consegna nelle mani del papa della sintesi dei lavori, era infatti un servizio alla Chiesa, ma non era la Chiesa. Il nuovo sinodo invece vuole essere espressione dell’essenza della Chiesa e quindi la accompagnerà sempre come suo habitus. Si sappia allora che da qui al 2028 ripartirà una fiumana di assemblee diocesane, nazionali, continentali e universali ed esse – dice sempre il documento Verso le Assemblee 2027-2028 – saranno composte da esponenti di altre chiese cristiane e altre religioni. Come si dice in piemontese suma bin ciapà!
Triello sul Vetus Ordo
La controversia che vede opposti Enzo Bianchi e Andrea Grillo (quest’ultimo sempre più esagitato) sul tema della pace liturgica tra Vetus e Novus Ordo si è arricchita dell’intervento oracolare di Alberto Melloni, storico e critico da sempre di Benedetto XVI e Camillo Ruini, che si è schierato con l’ex priore di Bose. Si tratta di tre dei maggiori e più noti esponenti del progressismo italiano, tre pesi massimi, specialmente Bianchi e Melloni, schierati su fronti diversi intorno all’accoglienza dei tradizionalisti nella Chiesa. Un tema all’ordine del giorno e che nessuno avrebbe mai potuto immaginare potesse avvenire solo qualche anno fa: se il Vetus Ordo debba avere cittadinanza nella Chiesa oppure debba, come avviene tutt’ora, essere osteggiato. Secondo Bianchi la lex credendi non coincide rigidamente con una forma rituale, perché la fede della Chiesa rimane la stessa anche attraverso forme liturgiche differenti.
A lui ha risposto Andrea Grillo accusandolo di usare «occhiali deformanti» e schierandolo, strumentalmente, tra i tradizionalisti. Nel dibattito si è inserito Melloni il quale, in difesa di Enzo Bianchi cui lo lega un lungo sodalizio, si è schierato contro il «manicheismo liturgico» di chi usa «il Vaticano II come un sillabo postmoderno», che è poi proprio quello che fanno in molti, specie coloro che del Concilio sanno nulla ma lo usano come slogan. Sullo sfondo si stagliano due date importanti: quella del 27 giugno quando si riunirà, convocato da Leone XIV, il concistoro dei cardinali per discutere di liturgia e il 1° luglio quando ad Econe saranno ordinati nuovi vescovi della FSSPX con relativa scomunica.
Chiesa gay friendly
Furoreggiano le veglie contro l’omotransfobia e la voce dei gay è entrata per la prima volta in un documento sinodale. La Chiesa accetta pienamente le persone lgbt e, secondo alcuni, si sarebbe passati dalla condizione del «disordine» (CCC n.2358) a quello dell’«accompagnamento» grazie a papa Francesco che avrebbe cambiato non la dottrina, ma la «temperatura» e l’approccio al problema aprendo, come gli era abituale, un processo. Il movimento però vuole andare oltre e nei vari incontri qualcuno ha posto alcune domande affatto peregrine del tipo: «che cosa succede quando una persona lgbt non arriva più da sola, ma dentro una relazione stabile, una quotidianità condivisa, una coppia che non chiede eccezioni ma normalità?».
Le coppie gay chiedono allora non solo tolleranza e comprensione ma «un modo ordinario per restare dentro la Chiesa», perché se l’orientamento omosessuale non è il risultato di una struttura «disordinata» della persona o del peccato ma «frutto di una tradizione costruita su basi antropologiche oggi insostenibili che contrastano con il Vangelo», l’approccio compassionevole non è più sufficiente. Ma occorre quello che finora si nega e cioè un cambiamento della dottrina e distinguere tra inclinazione e comportamento mantenendo un giudizio negativo sugli atti non basta più: Hic Rhodus, hic salta. Chissà cosa ne pensano i docenti di morale della facoltà teologica?
A questo riguardo, per rimanere in argomento, la Chiesa copta, su decisione del Santo Sinodo, ha ripreso il dialogo con Roma dopo una conversazione di Leone XIV con papa Tawadros II, che ha dato garanzie sulla non benedizione delle coppie dello stesso sesso. Roma loquitur, confusio augetur.
Sapienza tra Benedetto e Leone
Sull'ultimo numero del settimanale diocesano torinese Fabio Zavattaro dà conto dell’intervento di Leone XIV alla Sapienza e afferma che è stato così «ricucito» lo strappo di 18 anni prima quando era stato impedito di parlare a Benedetto XVI e che quel rifiuto «rimane senza risposta». Modestamente cercheremo in poche righe di trovarla noi una risposta rileggendo i testi dei due papi e che aiutano capire il perché dell’accoglienza riservata a uno e negata all’altro. Intanto Benedetto era stato invitato ad inaugurare l’anno accademico, per Leone si trattava invece di una visita pastorale come a ogni altra comunità e la differenza non è di poco conto.
Papa Ratzinger avrebbe tenuto, se glielo avessero concesso, una vera lezione accademica sul tipo di quella di Ratisbona nella convinzione che solo se la Rivelazione cristiana portasse in sé un appello alla ragione scientifica, ci sarebbe stato per essa uno spazio strutturale nell’università. Viceversa, essa si sarebbe ridotta alla posizione personale di qualche professore ma non le sarebbe stato riconosciuto un ruolo proprio nell’università del sapere. La fede è impegnata a salvare non qualsiasi ragione, ma la ragione vera, difendendola da quelle false, e possiede dentro di sé i criteri per farlo. La fede aiuta la ragione a non perdere la fiducia nelle proprie possibilità. Una concezione sbagliata della laicità del sapere secondo cui esso si auto-costruirebbe solo «in base al cerchio delle sue argomentazioni» comporterebbe la sua frantumazione.
Da Benedetto emergeva l’invito della fede cristiana affinché la ragione non diventi una ragione positivista: «esiste il pericolo che la filosofia non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo». Una impostazione come quella del papa teologo, alta ed esigente, non poteva che essere duramente avversata perché – horribile dictu – non si limitava ai fenomeni ma andava ai fondamentali con la pretesa non solo di accompagnare pastoralmente il popolo dell’università, ma anche di contribuire a fondare, dove esso si insegna, lo stesso statuto del sapere. Una pretesa, quella cristiana, che per il laicismo e per il cattolicesimo adulto arreso al mondo era ed è semplicemente inconcepibile.



