Quando il sociale ha i numeri: oltre 32mila enti, 104mila addetti e 2,1 miliardi di produzione
15:47 Lunedì 25 Maggio 2026Tra welfare, inclusione e imprese mutualistiche, il comparto rivendica un ruolo sempre meno assistenziale e sempre più strategico per occupazione, coesione e sviluppo dei territori. Confronto tra governo e Terzo settore alla Fondazione Crt
C’è un esercito silenzioso che non occupa ministeri, non si quota in Borsa e raramente finisce nei talk show. Però tiene insieme pezzi interi di società: cooperative sociali, volontariato, associazioni, imprese mutualistiche, sport dilettantistico, welfare di prossimità. E soprattutto lavoro. Tanto lavoro. Più di 104 mila addetti tra Piemonte e Valle d’Aosta, oltre 32.600 enti e 428 mila volontari. Numeri che fanno impallidire parecchie filiere industriali considerate “strategiche”, ma che continuano a vivere nel limbo lessicale delle cose considerate buone, utili e tremendamente noiose.
Per provare a togliere l’economia sociale dal recinto della retorica da convegno – dove spesso viene relegata tra una parola come “resilienza” e l’altra come “inclusività” – al Salone d’Onore della Fondazione Crt si sono ritrovati governo, sistema camerale, Terzo settore e cooperative. Tema ufficiale: “L’economia sociale come leva di sviluppo e di coesione dei territori”. L’obiettivo è capire se questo mondo può smettere di essere considerato la ruota di scorta e diventare invece un pezzo stabile della politica economica nazionale.
Il piano del Mef
A mettere il timbro romano sull’operazione è stata la sottosegretaria al Ministero dell’Economia e delle Finanze Lucia Albano, che ha annunciato come il Piano Nazionale per l’Economia Sociale sia ormai alle battute finali. “Guardare l’economia con occhi diversi rappresenta oggi la sfida culturale che siamo chiamati ad affrontare”, ha spiegato, aggiungendo che il governo sta lavorando al Dpcm che formalizzerà il piano “nelle prossime settimane”. Ma soprattutto, ha voluto rassicurare la platea sul fatto che non finirà nel cimitero delle strategie pubbliche dimenticate dopo la conferenza stampa inaugurale: “Il vero lavoro non finisce con l’approvazione del Piano ma con essa comincia”.
I numeri: altro che nicchia
Del resto i numeri raccontano che il comparto non è più una faccenda da anime belle. In Piemonte si contano 73,2 enti dell’economia sociale ogni 10 mila abitanti; in Valle d’Aosta si arriva addirittura a 119. Un’insistenza territoriale da presidio permanente. E mentre la manifattura arranca e interi settori industriali inseguono incentivi, qui il motore occupazionale continua a girare: nelle cooperative sociali gli addetti sono passati in dieci anni da 41.200 a 47.200 unità. Quasi seimila posti in più. Nello stesso periodo, però, le altre cooperative hanno perso oltre 12 mila addetti, segno che pure nel regno della mutualità la selezione naturale non perdona.
Poi c’è il dato economico, quello che di solito sorprende chi immagina il Terzo settore come un gigantesco dopolavoro: le imprese sociali piemontesi e valdostane che hanno depositato i bilanci 2024 e 2025 producono 2,1 miliardi di euro di valore della produzione, pari al 10% del totale nazionale. E il valore aggiunto medio per ente sfiora 1,6 milioni, quasi il doppio della media italiana.
Il ponte tra profit e non profit
A spiegare il senso politico dell’operazione è stato Luigi Bobba, ex presidente delle Acli, già sottosegretario a Lavoro e politiche sociali nei governi Renzi e Gentiloni, promotore del progetto dei Cotes, i Comitati territoriali per l’economia sociale. Nome che sembra uscito da una sigla burocratica degli anni Settanta, ma che nelle intenzioni dovrebbe diventare una sorta di cabina di regia permanente tra profit e non profit.
“Nascono per rispondere a un bisogno concreto: dare all’economia sociale strumenti stabili di programmazione e dialogo con le istituzioni”, ha spiegato Bobba. E soprattutto creare “un ponte tra profit e non profit, tra imprese e Terzo settore”.
La regia della Crt
A finanziare e benedire il laboratorio piemontese c’è la Fondazione Crt guidata da Anna Maria Poggi. Che ha scelto un repertorio quasi da piano industriale sociale: “L’economia sociale rappresenta una leva strategica per competitività, innovazione e coesione dei territori”. Poggi insiste soprattutto sul concetto di ecosistema, parola ormai onnipresente nei convegni ma che qui indica una rete capace di “generare sviluppo duraturo, inclusione e coesione sociale”. In pratica: fare welfare senza trasformarlo in pura assistenza e fare economia senza lasciare indietro mezzo territorio.
Massimiliano Cipolletta, numero uno della Ccia di Torino e vicepresidente di Unioncamere Piemonte, ha rivendicato il ruolo del sistema camerale come cerniera tra imprese e sociale: “Questo comparto dimostra che è possibile coniugare efficienza gestionale e benessere della collettività”. L’inquilino di via Carlo Alberto punta molto sui nuovi Osservatori territoriali e sui Cotes come strumenti per “governare le transizioni ecologica, digitale e del lavoro”. Formula che significa soprattutto evitare che la doppia rivoluzione green-digitale lasci macerie sociali lungo la strada.
Dal versante valdostano, Roberto Sapia, presidente della Chambre Valdôtaine, ha riportato il discorso alla concretezza delle aree alpine: “Sviluppo economico e tenuta sociale non sono due capitoli separati”. In montagna, ha spiegato, quando spariscono servizi e relazioni sociali si indebolisce anche il sistema produttivo. “La coesione sociale non è un costo da sostenere solo quando l’economia va bene: è una delle condizioni perché l’economia possa stare in piedi”.
Tra burocrazia e bisogni
E forse è proprio qui il punto politico vero della giornata torinese. Per anni l’economia sociale è stata raccontata come un correttivo morale ai guasti del mercato. Ora invece prova a presentarsi come infrastruttura economica vera e propria. Non più il volontario col cuore grande che rattoppa i buchi lasciati dalla politica, ma una componente stabile della produzione di ricchezza, occupazione e servizi.
Naturalmente non mancano le contraddizioni. Basta guardare il caos normativo che coinvolge lo sport dilettantistico: quasi 8.900 enti sportivi tra Piemonte e Valle d’Aosta, ma con percentuali ridicole di iscrizione contemporanea tra Runts e registro sportivo. Il classico labirinto burocratico italiano dove persino chi organizza partite di calcetto rischia di perdersi tra acronimi e piattaforme ministeriali.
Eppure il settore continua a crescere. Forse perché, mentre la grande politica litiga su dazi, riarmo e deficit, nei territori c’è ancora chi deve occuparsi di anziani, disabilità, inclusione lavorativa, housing sociale, comunità energetiche e periferie. Tutte quelle cose che non fanno impennare il Pil trimestrale ma evitano che una comunità si sfaldi pezzo dopo pezzo.
Così Piemonte e Valle d’Aosta tentano ora di trasformarsi nel laboratorio nazionale dell’economia sociale. Ambizione notevole. Anche perché in Italia i laboratori spesso finiscono male: o diventano vetrine autoreferenziali o si perdono nelle sabbie mobili delle procedure. Stavolta però qualche dato suggerisce che dietro il convegno ci sia qualcosa di più della solita liturgia istituzionale. O, almeno, si spera.



