Difesa, non città delle armi

“Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?”. Così si chiude il messaggio del cardinale di Torino e Susa, monsignor Repole, alla vigilia del Primo Maggio 2026. Un messaggio evangelico forte, che richiede necessariamente una riflessione. La faccio partendo dal mio status di cristiano-cattolico peccatore e non praticante, che ha trascorso la propria vita lavorativa e sindacale nelle aziende della difesa torinese: prima alla Fiat Avio e poi all’ex Aeritalia, oggi Leonardo, prima di diventare segretario della Fim-Cisl torinese.

La Torino sindacale e politica, nella sua storia, è stata attenta alle dinamiche legate ai temi degli armamenti. Sin dagli anni ’80 esisteva infatti il coordinamento unitario torinese delle aziende a produzione militare: dall’allora Aeritalia all’ex Microtecnica, fino a Fiat Avio, per citare le tre più importanti. Il tema di quegli anni non era tanto la riconversione al civile, quanto la gestione e il controllo dell’export di armi. Non è un caso che quella battaglia si concretizzò nel 1990 con la Legge 185. La riconversione al civile rimaneva sullo sfondo: un obiettivo utopico, una speranza quasi di fede, per chi crede, ma concretamente impraticabile. Come sindacato abbiamo sempre praticato il pragmatismo: risolvere problemi e dare speranza ai lavoratori.

D’altronde anche la storia dei santi sociali torinesi e il messaggio del Vangelo passano attraverso fatti concreti a favore dei più poveri e dei più bisognosi: la scuola, lo studio, il lavoro. Per questo abbiamo sempre tutelato chi, nei reparti produttivi, faceva obiezione di coscienza verso le produzioni militari. Ricordo, sul tema, gli incontri con la Loc torinese, la Lega Obiettori di Coscienza. Alberto Tridente, storico sindacalista della Fim, fu un importante punto di riferimento sul tema della difesa e del militare.

Per tornare ai giorni nostri, non sono certo i disoccupati ad affacciarsi alle attività della difesa presenti a Torino, ma giovani studenti neodiplomati o neolaureati che in questo settore trovano subito impiego grazie ai loro titoli di studio. Sono affascinati dalla tecnologia, da un mondo del lavoro intrigante – anche se poi arrivano pure le delusioni rispetto alle aspettative – e cercano un’azienda solida che permetta loro di crescere e costruirsi un futuro, con un’occupazione stabile. Ricordo anche la competenza di tantissimi lavoratori di Aeritalia, che vedevano nel volo del velivolo, con le sue altissime capacità tecnologiche, il frutto non solo della propria professionalità, ma anche della passione per quel lavoro.

Ho parlato di industria della difesa e non di “fabbriche di armi” o “fabbriche della morte”, perché nei mesi scorsi, durante gli assalti dei centri sociali alla sede di Leonardo, due degli slogan urlati erano: “Leonardo vende morte, Torino vi odia” e “La guerra parte da qui”. Due falsità. Occorre, perciò, molta attenzione nell’uso delle parole su un tema così delicato, dove frange estreme finiscono poi per usare la violenza – ricordo le auto dei lavoratori danneggiate in corso Francia – per imporre il proprio messaggio.

Una violenza ben diversa da quella usata dalla Resistenza partigiana, che insieme agli eserciti statunitense e inglese ha contribuito alla nascita della nostra storia repubblicana con la sconfitta del nazifascismo. La violenza, necessaria, della lotta di Liberazione non ha alcun parallelismo con i centri sociali e con chi oggi richiama l’uso della violenza in uno Stato democratico come l’Italia.

La nostra Costituzione nasce dalla Resistenza in armi e l’articolo 11 andrebbe sempre letto integralmente, e non soltanto nelle sue prime tre parole: “L’Italia ripudia la guerra”. L’articolo recita infatti: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Nel ripudio della guerra, l’Italia vieta dunque l’uso della forza armata per attaccare la libertà di altri popoli o per risolvere conflitti con altri Stati. Tuttavia, la Costituzione ammette la guerra di difesa per proteggere il territorio e i cittadini. L’Italia favorisce e sostiene inoltre gli organismi nati per pacificare i rapporti globali e promuovere la cooperazione, come le Nazioni Unite e, per estensione, l’Unione Europea.

Ecco perché la nostra industria della difesa continua, nel dopoguerra, dentro quel volere popolare che si esprime attraverso l’articolo 11 della Costituzione: il rifiuto della guerra come mezzo di offesa.

L’evoluzione tecnologica ha poi trasformato i parametri del dibattito. Il concetto di dual use, civile e militare, ha reso obsolete le vecchie categorie. Oggi il rapporto è bidirezionale: spesso è il civile a trasformarsi in militare. Pensiamo banalmente ai cellulari o ai droni. Fino all’avvento del Tornado MRCA – Multi Role Combat Aircraft – i jet militari erano distinti tra difensivi, intercettori o offensivi, cioè caccia-bombardieri. Dagli anni ’90 il multiruolo ha cancellato quella divisione, modificando anche il modo di ragionare sulla difesa. Ma la difesa, come ci insegnano gli ucraini, significa anche colpire infrastrutture, aeroporti o raffinerie oltreconfine.

Restando sul terreno tecnologico, soprattutto nel campo spaziale e della cybersicurezza, ogni strumento civile – dal satellite al radar, fino ai sistemi di osservazione – può avere un utilizzo sia civile sia militare. Anche il cellulare è, potenzialmente, uno strumento militare. Allora cosa dovremmo riconvertire? Cosa dovremmo boicottare, se persino il pacifista più convinto utilizza un mezzo potenzialmente offensivo come uno smartphone? L’azienda che gestisce la mensa aziendale, l’impresa di pulizie, il softwarista della ditta esterna di Leonardo: dovrebbero essere boicottati? Sarebbero complici del complesso industriale-militare?

Qual è allora il discrimine per non diventare una “città delle armi”, ammesso che Torino lo sia davvero? Lo riduciamo forse al dibattito fantasioso di qualche politico o sindacalista, secondo cui si potrebbe trasferire manodopera dall’auto all’aerospazio? Nulla di più incredibile. E sarebbe questo il problema? Semmai è accaduto il contrario: finora sono state trasferite conoscenze e tecnologie dall’aerospazio all’automotive. Pensiamo all’aerodinamica, ai freni, ai sistemi elettronici che hanno sostituito cavi e tiranti, ai sistemi di navigazione. Oggi BYD fornisce il drone insieme all’auto, e non viceversa.

Le aziende aerospaziali cercano tecnici diplomati e laureati. A Mirafiori, come nella componentistica automotive, il problema occupazionale riguarda soprattutto operai e operaie, spesso inquadrati nei livelli più bassi. Alla Argotec o alla Space Industries, per montare satelliti, cercano ingegneri, non terzi livelli.

Poi c’è la storia di chi da anni propone un’Italia fuori dalla Nato e le basi Usa fuori dal Paese. Trump, paradossalmente, li sta accontentando. Dovremmo quindi essere noi europei a occuparci della difesa dei nostri confini, con gli Stati Uniti che si ritirano dall’Europa, salvo poi costringerci a comprare i loro sistemi di difesa. Una contraddizione che dovrebbe far riflettere.

Viviamo in una realtà mondiale in cui i rapporti economici fra Stati – concorrenziali o collaborativi – la competizione, i dazi, i conflitti e il terrorismo si sviluppano anche sulla base della potenza militare che ogni Paese esprime. Non si può ignorare che oggi non viviamo più nella sola deterrenza come strumento di difesa, ma dentro una dimensione di conflitto permanente.

Pensare a un sistema di difesa europeo prodotto e realizzato in Europa è oggi più che mai necessario e non rinviabile. Siamo però attraversati da spinte nazionaliste che non aiutano un confronto serio sul tema. Una difesa europea che deve essere complementare, e non contrapposta, a iniziative pacifiche come i corpi dei volontari della pace o associazioni come il Mean.

Una difesa europea che, nella sua prima fase, non può che passare attraverso la cooperazione tra aziende del continente. Lasciare sola la Germania nella produzione dei sistemi di difesa, senza renderli davvero comuni, significherebbe creare ulteriori squilibri. In attesa – e nella speranza – che il processo politico europeo della difesa si consolidi, anche attraverso il superamento del veto in Consiglio, serve dunque un federalismo pragmatico, fondato sulla collaborazione industriale europea, come la stessa Commissione ha sollecitato e come sostengono Mario Draghi, Enrico Letta e Romano Prodi.

Chiudo con una proposta concreta che sostengo da anni: chiedere alle aziende della difesa di mettere a disposizione della collettività una percentuale del proprio fatturato, o una parte degli utili, destinandola ai ministeri della Sanità o della Pubblica Istruzione, con obiettivi di spesa vincolati. In questo modo una parte della ricerca e della produzione di “strumenti di morte” potrebbe diventare “strumenti di vita”. Come dicono i sindacalisti cislini torinesi: “pitost che niente, pitost”.

Inoltre, sull’export dei sistemi di difesa, abbiamo già la Legge 185 del 1990: chiediamone l’applicazione rigorosa ed eventualmente modifichiamola, se necessario, per contrastare illeciti o forniture alle dittature.

Se ragioniamo con questa impostazione, io vedo una Torino laboriosa e industriale, che guarda al progresso scientifico e tecnologico, all’ampliamento delle proprie capacità produttive e formative, alla ricerca e allo sviluppo di prodotti e filiere che arricchiscano il territorio, mettendo a disposizione il nostro sapere e il nostro saper fare. Non vedo una città delle armi.

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