Cirio "normalizza" l'Autonomia. Giorgis smonta le rivendicazioni
17:30 Mercoledì 27 Maggio 2026Per il governatore del Piemonte è uno strumento previsto dalla Costituzione per rendere più efficienti le istituzioni: "Una sorta di Km zero per l'amministrazione". "Vale per tutti o per nessuno" tuona il senatore Pd e accusa: "Non una riforma ma scambio politico"
Mentre la Lega continua a considerarla la madre di tutte le battaglie e dentro Forza Italia il tema resta maneggiato con cautela, Alberto Cirio sceglie di accelerare. Nella sua duplice veste di governatore del Piemonte e di vicesegretario nazionale del partito azzurro. Una posizione che rende assai meno scontata la sua offensiva sull’Autonomia differenziata, soprattutto mentre il suo “gemello diverso”, altro numero due forzista, il governatore calabrese Roberto Occhiuto, continua a rappresentare l’anima meridionale e assai più prudente del partito guidato da Antonio Tajani.
Così, davanti alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato riunite a Palazzo Carpegna, il presidente piemontese ha vestito i panni che più gli si addicono: pragmatismo, poca ideologia e più medici negli ospedali di montagna, meno attese romane e più rapidità nelle calamità naturali, meno rigidità nella spesa sanitaria e più libertà di intervento sui territori. Una linea che il centrodestra prova a raccontare come efficienza amministrativa e che invece il Pd liquida come “secessione” mascherata da riforma.
L’asse del Nord e la pre-intesa
Il Piemonte si è presentato insieme a Lombardia, Veneto e Liguria, le quattro Regioni che hanno sottoscritto la pre-intesa con il governo di Giorgia Meloni, officiante il ministro leghista Roberto Calderoli. Un asse settentrionale che continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia riformatrice del centrodestra. Con Cirio erano presenti anche l’assessore regionale all’Autonomia, Enrico Bussalino (leghista), il direttore della giunta Paolo Frascisco e la responsabile del Settore Attività legislativa e consulenza giuridica della Regione, Raffaella Porrato.
Il governatore piemontese ha rivendicato la continuità istituzionale del percorso, ricordando come la richiesta di autonomia fosse stata avviata già nel 2018 dalla giunta di centrosinistra all’epoca guidata da Sergio Chiamparino, ampliata nel 2019 e rilanciata nel luglio 2024 con la richiesta formale al Governo di riaprire il confronto.
La montagna, i medici e gli incentivi
Il punto più concreto dell’intervento di Cirio ha riguardato la possibilità di usare l’autonomia come leva per affrontare una delle emergenze strutturali piemontesi: la carenza di personale nelle aree montane e periferiche. “Oggi, se io devo mandare un medico a fare il medico in un ospedale di montagna o un insegnante a fare l’insegnante in una scuola di montagna, non sono nelle condizioni di dare loro nessun tipo di sostegno, di aiuto, di premio”, ha spiegato il presidente.
La Regione punta a utilizzare gli spazi garantiti dall’autonomia per introdurre incentivi economici e previdenziali destinati a chi sceglie di lavorare nei territori più disagiati. “Con l’Autonomia, al medico che va a fare il medico in montagna lo potrò premiare economicamente e sotto forma previdenziale”.
Nel ragionamento del governatore rientra anche una critica implicita all’attuale rigidità delle risorse trasferite dallo Stato. Secondo Cirio, molte somme destinate alla sanità arrivano infatti con vincoli troppo stringenti che impediscono interventi calibrati sulle specificità territoriali.
Protezione civile e “chilometro zero”
L’altro capitolo evocato dal presidente piemontese è quello della protezione civile e della gestione delle emergenze. “Se viene una calamità naturale in Piemonte, io non dovrò aspettare che sia il Consiglio dei ministri a dichiararlo dopo due mesi, ma potrò dare aiuto subito”, ha sostenuto Cirio, precisando comunque che gli interventi avverrebbero “sempre di concerto con lo Stato”.
È in questo passaggio che il governatore ha riproposto una delle immagini politicamente più efficaci della sua audizione: quella del “chilometro zero” applicato all’amministrazione pubblica. “Il famoso km zero che sbandieriamo tanto come strumento di qualità per ciò che mangiamo, credetemi, vale anche per ciò che amministriamo”. Una formula con cui Cirio prova a spostare il dibattito dall’identità territoriale all’efficienza amministrativa, insistendo sul fatto che il Piemonte non chieda “più poteri”, ma “più responsabilità per poter rispondere più in fretta e meglio ai bisogni delle comunità”.
“Amministrazione più moderna”
Sulla stessa linea l’assessore Enrico Bussalino, leghista alessandrino e fedelissimo di Riccardo Molinari, che ha definito l’autonomia “uno strumento per costruire una pubblica amministrazione più moderna ed efficiente”. “Avere strumenti più flessibili – ha spiegato – significa poter costruire politiche pubbliche più adatte alle reali esigenze delle comunità locali, sempre nel rispetto dell’unità nazionale e dei livelli essenziali delle prestazioni garantiti dallo Stato”.
Un passaggio non casuale, visto che proprio i Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni, rappresentano uno dei nodi più delicati dell’intera riforma e la principale garanzia invocata dal governo contro il rischio di ampliare il divario tra Nord e Sud.
“Non è autonomia, è secessione”
Ma è proprio qui che si apre la frattura politica. Durissimo il senatore torinese Andrea Giorgis, capogruppo Pd nella Commissione Affari costituzionali del Senato, che al termine dell’audizione ha parlato apertamente di “nessuna risposta” da parte della Regione.
“Anche oggi – ha attaccato – nessuna analisi, nessun dato puntuale di carattere economico, amministrativo, geografico o sociale che consenta di capire quali siano le specificità della Regione Piemonte che giustifichino la richiesta di ottenere le stesse identiche ulteriori competenze legislative e amministrative chieste dal Veneto, dalla Lombardia e dalla Liguria”.
Per Giorgis, proprio il fatto che le richieste siano sostanzialmente identiche dimostrerebbe che non ci si trovi davanti a una vera autonomia differenziata fondata sulle peculiarità territoriali. Da qui l’accusa più pesante: “È sempre più fondata la sensazione che una spiegazione seria non sia possibile individuarla, perché le quattro pre-intese non si muovono affatto nella logica dell’Autonomia differenziata ma della secessione e dello scambio politico all’interno della maggioranza”. Il riferimento è esplicito: “Autonomia delle Regioni del Nord in cambio della legge elettorale del premierato”.
Il nodo delle competenze
Il senatore dem ha contestato anche i due esempi simbolicamente più forti utilizzati da Cirio: la dichiarazione di calamità naturale e la gestione più flessibile delle risorse sanitarie. “Se trasferire alla competenza della Regione Piemonte la dichiarazione di calamità naturale migliora l’azione delle istituzioni, perché non dovrebbe valere per tutte le Regioni?”, domanda Giorgis. E ancora: “Se funziona davvero, allora perché non presentare una legge nazionale che riformi il sistema della Protezione civile?”.
Stesso ragionamento sulla sanità: perché concedere maggiore discrezionalità solo ad alcune Regioni del Nord se questo dovrebbe migliorare la qualità dei servizi senza produrre nuove disuguaglianze? “Naturalmente nessuna risposta, ma solo un imbarazzato silenzio”, conclude il parlamentare Pd.
La partita nella fase cruciale
Dopo il passaggio parlamentare, il procedimento proseguirà con la definizione delle intese definitive tra Governo e Regioni interessate. Ed è qui che il dossier entrerà davvero nella sua fase più delicata. Perché l’Autonomia differenziata continua a rappresentare una delle linee di faglia più profonde del centrodestra stesso: bandiera storica della Lega, tema molto più sensibile dentro Forza Italia, soprattutto nelle sue componenti meridionali.
In questo quadro, Cirio si muove da equilibrista: abbastanza autonomista da intestarsi la battaglia del Nord, ma con il linguaggio misurato e il “garbo istituzionale” tipici della cultura moderata berlusconiana. Una postura che prova a tenere insieme la richiesta di più poteri territoriali con la rassicurazione continua sull’unità nazionale. Ma la partita, soprattutto dentro la stessa maggioranza, è tutt’altro che chiusa.


