A ROTTA DI COLLE

Dogliani, Marsiaj, Invernizzi, Ponti:
i quattro Cavalieri dell'Apocalisse

Chi costruisce autostrade, chi vende latte, chi mette cinture alle Ferrari e chi ha trasformato l'aceto in un marchio globale. Mattarella li insignisce del cavalierato al Lavoro, con loro si evidenziano i nuovi equilibri (politici) del Piemonte e del Paese

Dall’autostrada al latte, dalle cinture di sicurezza all’aceto. Altro che cavalieri del lavoro: qui siamo ai quattro cavalieri dell’Apocalisse piemontese. Quella fatta di cemento, capannoni, export, relazioni politiche e dinastie familiari che attraversano i decenni senza mai perdere il manico del gioco. Sergio Mattarella li ha insigniti con il titolo più ambito dell’imprenditoria italiana, su proposta del ministro Adolfo Urso di concerto con il titolare dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. E il Piemonte piazza quattro nomi tra i 25 nuovi cavalieri del lavoro: Matterino Dogliani, Ambrogio Invernizzi, Giorgio Marsiaj e Giacomo Ponti.

Quattro mondi diversissimi. Ma con un tratto comune: incarnano il capitalismo piemontese che sa muoversi a proprio agio sotto i riflettori come nei coni d’ombra, presidia settori strategici, muove milioni e soprattutto conta parecchio nei palazzi che decidono.

Matterino, il geometra di Narzole

Il patriarca è lui: Matterino Dogliani, classe di ferro 1941, geometra di provincia diventato uno dei grandi signori italiani delle infrastrutture. Uno di quelli che se cercate online trovate poco o nulla, ma se frequentate certi ambienti vi spiegano subito che “quelli lì” sono tra i pochissimi in grado di sedersi ai tavoli dove si spartiscono autostrade, concessioni e grandi opere.

Da Narzole ha costruito un impero. Fininc è la cassaforte di famiglia, un conglomerato che tiene insieme infrastrutture, concessioni, ingegneria, finanza, vino, hotellerie e turismo di lusso. Dentro ci sono Sis, concessionarie autostradali, società finanziarie, partecipazioni strategiche e perfino le tenute Batasiolo e il Boscareto. Di lui raccontano che si presentasse nei cantieri senza preavviso, spesso all’alba. Guardava, ascoltava, annusava l’aria. E da lì capiva tutto. “Se c’è troppo silenzio qualcosa non funziona”, ripeteva ai dirigenti. Un metodo ruvido, quasi contadino, applicato però a opere da miliardi.

I Dogliani non costruiscono soltanto. Presidiano. Hanno messo le mani sulla Pedemontana Veneta, su pezzi della Salerno-Reggio Calabria, sulle tratte A21 e A5, sugli ospedali piemontesi – compresa la travagliata Città della Salute di Novara e il non meno tormentato Parco della Salute di Torino – e ora anche sul Ponte sullo Stretto. Webuild e Matteo Salvini li hanno voluti nel consorzio della grande opera simbolo del governo. Anzi, raccontano che i Dogliani siano di casa al ministero di Porta Pia.

Nel frattempo hanno strappato concessioni agli storici rivali, i Gavio, e persino valutato l’acquisizione di Autostrade per l’Italia. Non semplici imprenditori: veri player sistemici. Vicini al centrodestra, pragmatici, silenziosi, capaci di trasformare un cantiere in un asset di lungo periodo. Accanto a Matterino c’è il figlio Claudio, amministratore delegato, giovane e ambizioso, uno che si muove in jet privato mentre la vecchia scuola continua a ragionare col rumore delle ruspe.

Invernizzi, il latte e Fratelli d’Italia

Poi c’è Ambrogio Invernizzi, il cavaliere che ha trasformato il latte in una macchina industriale. Sessant’anni, cuneese, guida Inalpi assieme ai fratelli Pierantonio e Giovanni e ai cugini Marco e Mauro Barattero. Un’azienda nata nel 1966 in uno stabilimento da 800 metri quadrati a Moretta e diventata una potenza del latte in polvere, del burro e dei formaggi.

Oggi Inalpi occupa 370 dipendenti, esporta e soprattutto campeggia con il proprio nome su uno dei simboli della Torino olimpica: l’Inalpi Arena di piazza d’Armi. Non male per una realtà partita dalla Granda. È il segno di come l’imprenditoria cuneese abbia smesso da tempo di guardare soltanto ai confini provinciali.

Ma Invernizzi non è soltanto business. È anche politica. Di destra, senza troppe sfumature. I rapporti con Fratelli d’Italia sono tutt’altro che occasionali. La galassia familiare ha un legame strettissimo con il ministro Lollobrigida e con il segretario regionale meloniano Fabrizio Comba. E soprattutto in Regione è approdata Federica Barbero, architetta, moglie di Pierantonio Invernizzi. Il latte, del resto, da quelle parti non è mai stato soltanto latte.

Marsiaj, dalle cinture alle cronache rosa

Se Dogliani è il capitalismo delle ruspe e Invernizzi quello agroindustriale, Giorgio Marsiaj rappresenta la Torino industriale che ha saputo sopravvivere al tramonto della corte agnellesca. Non che si sia emancipato da quelle liturgie, solo che ha saputo fare di necessità virtù. Classe 1947, fondatore della Sabelt nel 1972, ex presidente dell’Unione Industriali di Torino e oggi uno dei 16 vicepresidenti nazionali di Confindustria, Marsiaj ha trasformato un’azienda di cinture di sicurezza in una multinazionale del motorsport, dell’aviazione e dell’aerospazio. Sabelt esporta il 90% della produzione, è presente in 58 Paesi e lavora perfino con la Stazione spaziale internazionale. Non male per uno che partì assieme al fratello, scomparso a dicembre dello scorso anno, dalle cinture delle auto.

Marsiaj è uno dei pochi industriali torinesi ancora riconoscibili come classe dirigente cittadina. Ha attraversato decenni di trasformazioni senza perdere peso specifico. E in una Torino sempre più povera di grandi famiglie industriali, lui è rimasto. Anche a dispetto dei giovani rampanti che in via Fanti gli hanno fatto le scarpe, con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti.

Poi ci sono le cronache rosa. Perché il figlio Gregorio ha sposato Eva Herzigová. E così il gran mondo sabaudo dell’industria si è ritrovato improvvisamente imparentato con una delle top model più celebri del pianeta. Dal Lingotto alle passerelle internazionali, il passo evidentemente può essere più breve del previsto.

Ponti, il vino che sa d’aceto

Infine Giacomo Ponti. Il più giovane dei quattro, ma alla guida dell’azienda più antica. La Ponti nasce nel 1787 a Ghemme e lui rappresenta la nona generazione familiare. Un pezzo di capitalismo piemontese che profuma di mosto, conserve e filiera corta. Ponti controlla circa il 45% del mercato italiano dell’aceto, distribuisce in 73 Paesi e ha portato l’export al 50%. Nel 2008 ha comprato Achillea per rafforzarsi nel biologico, poi sono arrivate Ponti Usa e Ponti France. Cinque stabilimenti sparsi tra Novara, Modena, Treviso e Frosinone. E il 78% dei fornitori entro 300 chilometri dagli impianti.

Ma il vero colpo di genio fu capire una cosa che molti concorrenti snobbavano: l’aceto non era soltanto un prodotto da dispensa. Era un marchio. Quando Ponti investiva pesantemente in pubblicità televisiva, molti storcevano il naso. “Spendere così tanto per l’aceto?”. Lui invece aveva intuito che il vero valore non stava soltanto dentro la bottiglia, ma nella fiducia del consumatore. Oggi, oltre a guidare l’azienda, presiede Federvini. E rappresenta quel Piemonte orientale che guarda più a Milano e all’internazionalizzazione che ai vecchi recinti provinciali. Si racconta che con la nuova razza padrona di Palazzo Chigi abbia più di una entratura, chissà.

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