Cattolici popolari, utili se protagonisti
Giorgio Merlo 08:46 Sabato 30 Maggio 2026
Non si può non prendere atto, purtroppo e almeno per il momento, della concreta impossibilità di dare vita ad una sorta di nuovo, rinnovato e contemporaneo Partito popolare italiano. Una esperienza, checché se ne dica, che ha rappresentato una pagina di straordinaria importanza nella storia politica del nostro Paese e, soprattutto, per il cammino concreto del cattolicesimo politico italiano. Anche perché non si trattava di un partito con venature clericali o, peggio ancora, confessionali. Molto semplicemente, e del tutto laicamente, era un’esperienza concreta di cattolici impegnati in politica che traevano la loro legittimazione ideale dalla storia, dal pensiero, dalla tradizione e dalla prassi del cattolicesimo popolare e sociale.
E la conferma arriva proprio dall’esperienza dell’ultimo Ppi, quello rappresentato e promosso dopo la fine della Dc da Mino Martinazzoli, Rosa Russo Iervolino, Gerardo Bianco e soprattutto Franco Marini. Un progetto politico, culturale, sociale e di governo che, forse, si è interrotto troppo presto e con largo anticipo. Un progetto politico e culturale che poteva proseguire anche perché conteneva al suo interno tutti quegli ingredienti che storicamente hanno rappresentato i migliori tasselli di un mosaico riformista, democratico e di governo riconducibile ad un filone di pensiero che affondava le sue radici nell’umanesimo cristiano popolare e nella stessa architettura culturale della Costituzione repubblicana.
Ora, e preso atto, appunto, della concreta difficoltà se non impossibilità di ridare vita nell’arco di poco tempo ad un nuovo e contemporaneo Ppi, c’è una sola possibilità concreta per non rendere sempre più irrilevante ed ininfluente la cultura del popolarismo di ispirazione cristiana nella cittadella politica italiana. E questa concreta possibilità risiede nella capacità, nel coraggio, nella determinazione e soprattutto nella coerenza di sapere declinare la propria cultura anche in luoghi, partiti e movimenti che hanno un’altra ragione sociale, altre culture politiche di riferimento e, a volte, anche un’altra gerarchia di valori. E l’invito è rivolto proprio a quei cattolici popolari e sociali che non si rassegnano a giocare un ruolo puramente e quasi statutariamente subalterno, marginale, periferico e, di conseguenza, politicamente irrilevante ed ininfluente.
Certo, il modello da respingere è quello che fa riferimento ai “cattolici indipendenti di sinistra” eletti nelle liste del Pci degli anni ‘70. No, non può essere quello il modello a cui rifarsi. Semmai, e al contrario, si tratta - e sempre nel rigoroso rispetto del pluralismo politico, culturale e sociale dei vari cattolici impegnati in politica - di sapere organizzare una presenza politica ed organizzativa significativa all’interno dei vari partiti plurali esistenti. Certo, non possiamo non ricordare che ci sono partiti che sono quasi antropologicamente alternativi rispetto al patrimonio culturale e storico del cattolicesimo politico italiano. Penso, per fare solo qualche esempio, alla Lega di Salvini, agli estremisti di Avs o ai populisti dei 5 stelle. Ma è indubbio che, per quanto riguarda i partiti autenticamente democratici, riformisti e di governo, i cattolici devono essere politicamente protagonisti e non meri comprimari. Mi riferisco a quel cattolicesimo democratico, popolare e sociale che non può continuare a ridursi a mera comparsa o, peggio ancora, ad un espediente strumentale per giustificare una banale pluralità del partito di riferimento.


