HAPPY BIRTHDAY

Ottanta voglia di Repubblica
(e pure un po' di monarchia)

Oltre la retorica, una domanda meno rituale: quanto sono saldi i principi che tengono insieme la comunità nazionale? Il costituzionalista Cavino avverte: "Va difeso lo spirito repubblicano". E la crisi della rappresentanza è la tara più preoccupante

«Banale dirlo, ma la Repubblica di oggi non è certo quella del 1946: ci sono stati cambiamenti importanti. Era la Repubblica dei partiti di allora e, quando cambia il sistema dei partiti, inevitabilmente muta anche l’assetto costituzionale. Speriamo sia rimasto immutato lo spirito repubblicano».

L’auspicio di Massimo Cavino, costituzionalista e professore ordinario all’Università del Piemonte Orientale, introduce un concetto che la retorica celebrativa pare lasciare – volutamente o no – nell’ombra e, con esso, il rischio paventato di un affievolirsi silenzioso di uno dei pilastri della stessa Repubblica.

Ma che cos’è lo spirito repubblicano? È il tricolore sventolato oggi nella parata ai Fori Imperiali, l’Inno di Mameli, il cui canto venne sdoganato da Carlo Azeglio Ciampi? È la partecipazione di piazza e quella al voto, oppure qualcos’altro ancora? Professor Cavino, come definire lo spirito repubblicano?
«È una delle domande più cattive che si fanno agli esami di Diritto costituzionale: che cosa distingue una monarchia da una repubblica? La dottrina non è mai riuscita a fornire una distinzione definitiva. Una delle risposte più persuasive la diede il costituzionalista Fausto Cuocolo: disse che la differenza sta nella rappresentatività con cui si sceglie il capo dello Stato, non nell’elezione. Lo spirito repubblicano ci viene indicato nel primo articolo della Costituzione: la democraticità e il fondamento sul lavoro, non in senso sociale, bensì valoriale. A essere essenziale è la capacità dei cittadini di costruire quotidianamente, con la loro operosità, la convivenza civile».

E questo sentirsi ed essere parte della Repubblica, non solo quando la si celebra, può essere messo a rischio dai leaderismi sempre più imperanti nel mondo, con figure che più che alla res publica richiamano protagonismi da nuovi monarchi?
«Ci sono dei segnali. Prendiamo il Board of Peace che Donald Trump ha deciso di creare. Lì c’è un patto che lega un certo numero di Stati, compresi gli Stati Uniti d’America, e Trump come persona. Questo è un elemento tipicamente monarchico, tant’è che la comunità internazionale ha reagito come ben sappiamo. Ma voglio essere estremamente provocatorio: anche certi atteggiamenti verso la Presidenza della Repubblica nascondono una nostalgia monarchica».

Addirittura?
«Lungi da me indicare nel Capo dello Stato alcunché di monarchico, ma abbiamo passato gli anni Novanta a criticare l’interventismo del Quirinale e oggi, invece, quando si parla di riforme costituzionali si è molto attenti a difendere le prerogative del Capo dello Stato. E tutte le volte che il presidente Sergio Mattarella prende la parola viene celebrato con un rispetto che, questo sì, ha qualcosa di monarchico».

Una sorta di nostalgia inconscia, la necessità legittima di avere un punto saldo di riferimento che porta ad allontanarsi da quello spirito che lei auspica sia rimasto immutato da ottant’anni?
«Chissà, forse nel cuore degli italiani c’è un po’ di sentimento monarchico, così come c’è in quello dei francesi, nei quali in alcuni sviluppi della loro democrazia si è vista una declinazione bonapartista».

I partiti ormai sono identificati con i loro leader, della crisi dei corpi intermedi si parla da anni e la disaffezione alla politica evidenziata dall’astensionismo: sono anche questi segnali che impongono di togliere il velo celebrativo e guardare più nel profondo?
«Senza dubbio lo spirito repubblicano va presidiato e difeso anche dalle forme di leaderismo personale che possono sedurre facilmente. Le istituzioni devono essere in grado di sopravvivere ai protagonisti e alle loro stagioni».

Ormai messo in soffitta da tempo, ma di presidenzialismo come prospettiva e obiettivo alcune forze politiche hanno parlato concretamente; poi si è ripiegato sul premierato, anche se pure quello sembra quasi scomparso dai radar. Una Repubblica presidenziale si può definire una monarchia mascherata?
«Il presidenzialismo, di per sé, è una traduzione della forma monarchica. Nel contesto italiano questa eventualità credo la si debba senz’altro escludere: la nostra Costituzione è costruita attorno al Parlamento e, se si immagina uno sviluppo in forma presidenziale, bisogna pensare a un cambiamento radicale. Poi credo che, dopo la recente vicenda referendaria, riforme costituzionali di sistema non ne vedremo per molto tempo e anche il premierato mi pare su un binario morto».

Lei ha appena citato la Costituzione. Mai come in questi ultimi tempi viene citata, difesa e persino invocata, talvolta forse non del tutto a proposito. Farne qualcosa di intoccabile non rischia di tradurla in un feticcio, finendo per sminuire lo stesso spirito dei padri costituenti?
«Anche il recente referendum sulla giustizia ci ha mostrato molte persone che dovrebbero essere profonde conoscitrici del diritto, come tanti magistrati, brandire la Carta come una clava, mostrando di non averne una conoscenza adeguata. La conoscenza della Costituzione è messa in pericolo proprio da questa idea di sacralità e della sua bellezza. Considerarla un monumento finisce per svilirne il significato normativo. La Carta è una norma e, come tale, nel corso del tempo è cambiata; è normale e previsto che, ove necessario, si apportino le modifiche necessarie. È un testo facile da leggere, ma le implicazioni sono enormi. Pensiamo solo a quella virgola che, al primo comma dell’articolo 1, sta dopo le parole “L’Italia è una Repubblica democratica” e prima di “fondata sul lavoro”: i costituenti ne discussero a lungo perché ha un significato molto importante, che rimanda proprio allo spirito repubblicano».

Dopo ottant’anni qualche acciacco lo avrà pure la nostra Repubblica. Qual è il più grave, secondo lei?
«La dimensione rappresentativa. La Repubblica è nata con una struttura ben precisa che riguardava il rapporto tra partiti e sindacati, integrazione politica e integrazione sociale. Il mondo è profondamente cambiato e da tempo c’è una grande difficoltà a recuperare sia l’integrazione politica sia quella sociale. Questa è la ragione dell’astensionismo, del disinteresse e della superficialità. La malattia che potrebbe colpire la nostra Repubblica è quella della capacità rappresentativa, la difficoltà dei cittadini a sentirsi quel popolo sovrano che invece sono».

Colpa e rimedio stanno nel sistema elettorale?
«No, qui il tema è più profondo: far tornare i cittadini a comprendere che ciò che è pubblico è di tutti, non di qualcun altro. È difficile trovare le giuste misure: si passa dal considerare il tricolore al balcone una provocazione e l’identità nazionale l’anticamera di derive autoritarie, a una rivendicazione di quell’identità nazionale fuori tempo massimo».

La speranza è nelle nuove generazioni?
«Mah, i giovani, quando si interessano alla politica, sempre più spesso lo fanno guardando alla politica estera oppure ai temi della sostenibilità, finendo talvolta per parlare di cose di cui sanno poco o nulla. Non si vede la capacità e la volontà di trovare mediazioni, di capire che siamo dentro una realtà comune che riguarda tutti».

Più semplice, non solo per i giovani, guardare alle figure carismatiche, nel bene e nel male, ai leader? Sono questi i nemici dello spirito repubblicano?
«Diciamo che, agli occhi di molti, possono essere, non a torto, una sorta di nuove monarchie».

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