Tutto quello che sarà è già stato
Vincenzo Olita* 09:28 Sabato 06 Giugno 2026
Antico Regno egizio (costruzione delle piramidi), 2700-2192 a.C.: 508 anni
Impero assiro, 934-609 a.C.: 325 anni
Secondo Impero neo-babilonese (Nabucodonosor), 626-539 a.C.: 87 anni
Impero persiano (Ciro il Grande), 550-330 a.C.: 220 anni
Impero macedone (Alessandro Magno), 336-148 a.C.: 188 anni
Impero romano d'Occidente, 27 a.C.-476 d.C.: 503 anni
Impero ottomano, 1299-1922: 623 anni
Impero austriaco, 1804-1918: 114 anni
Regno delle Due Sicilie, 1816-1861: 45 anni
CEE - Unione Europea, 1957-2026: 69 anni
Abbiamo voluto riportare nel titolo la riflessione biblica (Ecclesiaste 3,15) che, con superba semplicità, esprime l'evolversi delle condizioni storiche e situazionali, spesso interpretabili come novità assolute ma che, in realtà, nella loro stessa essenza presuppongono nascita, evoluzione, apice e tramonto. Una legge naturale che coinvolge qualsiasi attività umana, nella quale il «sarà» è già stato e ciò che è destinato, prima o poi, a concludersi.
Nel breve elenco riportato, tutto si è concluso, salvo la moderna Unione Europea che, a ogni crisi che la coinvolge, contempla sicuri rinnovamenti, estesi propositi per il futuro, allettanti orizzonti e radiosi avvenire.
Di fatto, quello che appare come un inconsapevole riconoscimento della fragilità dell'Unione, e che per logica dovrebbe indurre a una riflessione sul suo futuro, si traduce spesso in ulteriori criticità e nuove difficoltà.
Potremmo continuare a occuparci della Ue, ma non è tra le priorità del nostro ragionare, ritenendola un soggetto e una questione avviati, se non domani, verso la dissoluzione. Certo, ce ne interesseremo ancora, non fosse altro che per puntualizzarne responsabilità, limiti e prospettive.
Intanto è opportuno chiarire che parlare di europeismo è cosa diversa e distante dall'Europa in quanto tale. Per essere drastici e chiari, utilizziamo un concetto di Bauman: «La società in cui viviamo è il nostro suolo, il nostro spazio morale e ci sembra che, morendo, ci resti in qualche modo il nostro vuoto». Ecco: la nostra angoscia per il domani dell'Europa è parallela al nostro auspicato tramonto dell'europeismo. In effetti, tutto ciò che è, prima o poi, sarà finito.
Storia, civiltà e tradizione dell'Europa nulla hanno a che fare con l'europeismo che alcuni interpretano come un'ideologia e che noi consideriamo soltanto una struttura di sopravvivenza a conduzione condominiale, maldisposta verso l'essere e l'essenza dell'Europa. Del resto, il concetto stesso di europeismo trova cittadinanza tra le due guerre mondiali, ma si afferma soltanto a partire dagli anni Cinquanta.
Dopo decenni dalla fine del secondo conflitto mondiale, già da tempo l'espressione «Occidente» non configura più una reale omogeneità tra Nord America ed Europa. Le due sponde dell'Atlantico non parlano più lo stesso linguaggio, non prefigurano strategie convergenti e non percorrono il medesimo cammino verso il futuro.
Tutto ciò, al di là della teatralità di Trump, non è riconducibile soltanto alla sua amministrazione. Le difficoltà e le incomprensioni all'interno della Nato risalgono ormai a diversi lustri e giungono fino all'odierna, europeista, insensatezza: dai riarmi ai costi, dalla disomogeneità delle forze nazionali all'inadeguatezza operativa. In assenza degli Stati Uniti, difficilmente l'Europa potrebbe assolvere a un'efficace difesa del continente.
Caduto il Muro di Berlino, sciolto il Patto di Varsavia e tramontato il regime comunista in Russia, l'Europa ha perso la grande opportunità di avviare una missione di pacificazione e armonia sull'intero continente euroasiatico.
La visione di un'Europa in declino, di una civiltà decadente e senz'anima, che ha progressivamente trascurato e smarrito passato, tradizione, capacità e volontà di leadership, si accompagna a quella di un cattolicesimo che, a partire dalla seconda metà del Novecento, avrebbe appannato la propria missione pastorale legata al Verbo e alla salvezza.
Per dirla con Matteucci, è una Chiesa la cui principale missione sembra ormai essere la trasformazione sociale. Noi aggiungiamo: la quotidianità politica.
Dall'Ottocento a oggi non sono mancati gli intellettuali che hanno previsto il declino o le difficoltà dell'Europa. Già Chateaubriand (1768-1848), dopo la Rivoluzione francese, ne intravide la decadenza.
Schopenhauer (1788-1860): il processo storico non è continuo; l'Europa non progredisce stabilmente.
Kierkegaard (1813-1855): il declino del continente è legato al conformismo sull'esistenza umana.
Nietzsche (1844-1900): il declino coincide con la perdita dei valori assoluti; «Dio è morto».
Edmund Husserl (1859-1938): parlò della crisi delle scienze europee.
Michael Rostovtzeff (1870-1952): vide nella caduta dell'Impero romano un possibile parallelo con il destino europeo.
Paul Valéry (1871-1945): sottolineò la fragilità spirituale dell'Europa, ricordando che anche le civiltà sono mortali.
Johan Huizinga (1872-1945): descrisse la crisi della civiltà europea.
Oswald Spengler (1880-1936): autore de Il tramonto dell'Occidente (1918).
Ortega y Gasset (1883-1955): i mondi, esaurito il loro ciclo, muoiono di morte naturale.
Zygmunt Bauman (1925-2017): denunciò l'assenza di un progetto.
Nicola Matteucci (1926-2006): riteneva che l'Europa del dopoguerra non avesse sviluppato una teoria pluralista.
Klaus Schwab (1938-): ha ridimensionato il ruolo e la credibilità dell'Occidente, accusandolo di arroganza verso il resto del mondo.
Luciano Canfora (1942-): considera l'Europa un soggetto ambiguo.
Alain de Benoist (1943-): vede la civiltà europea destinata a scomparire.
Massimo Cacciari (1944-): sostiene che l'Europa, reggendosi soltanto su interessi economici, abbia perso la propria anima.
Marco Bertolini (1953-): ritiene che l'Europa non abbia una chiara visione del proprio ruolo geopolitico.
Marcello Veneziani (1955-): denuncia un Occidente che rigetta la propria civiltà, la tradizione, la religione e le radici culturali.
Renato Cristin (1958-): ritiene che l'europeismo miri a dissolvere l'Europa dei popoli.
Una rassegna che non contempla la politica in quanto tale, ma un'intellettualità di orientamenti, epoche e sensibilità differenti, accomunata dall'assenza di qualsiasi apostasia nei confronti del vecchio continente.
Ritornando al nostro ragionamento sull'opportunità trascurata dall'Europa dopo il tramonto del socialismo reale, appare evidente come la sua intellighenzia non sia stata in grado di comprendere che una civiltà occorre preservarla: se avvilita, va galvanizzata; se confusa, va risvegliata. Ma così non fu.
Inariditosi il comunismo europeo, le leadership continentali non avvertirono che una nuova era poteva dischiudersi. L'Onu era già avviata lungo un percorso di crescente difficoltà; non occorreva mantenere e potenziare la Nato, ma, per indicazione e convenienza degli Stati Uniti, si fece l'esatto contrario.
Quando ormai si era palesata l'inconcludenza dell'europeismo, si continuò a inseguire un voler essere che non era e non sarebbe stato.
Con l'entusiasmo del continente e un illusorio atlantismo, una distopia aveva avviato il proprio corso. Confucio avrebbe detto che non vi era stato un «Mandato del Cielo». Così una possibile utopia si è trasformata in una serie di situazioni inquietanti e, talvolta, preoccupanti.
Basti ricordare le parole dell'Alto rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera, l'estone Kaja Kallas: «Siamo in guerra, la Russia è una minaccia diretta per l'Europa». Un assioma fondamentale, utile a rafforzare posizioni europeiste desiderose di alimentare narrazioni funzionali alla necessità di assicurare ruolo e futuro a una Ue sempre più incerta.
L'Europa, in quanto civiltà, soltanto disponendo di una classe dirigente capace e di popolazioni non assuefatte a conformismi amorfi — che non imbocchino sentieri nei quali nulla viene interiorizzato se non la banalità — potrebbe divenire soggetto attivo di una diversa e forse più pacifica era planetaria.
Avremo bisogno di ripensare a un logos, nel significato attribuitogli da Eraclito. Certamente non agli europeismi guerrafondai né a quelle scialbe opinioni che ci parlano di deterrenza senza comprendere che oggi il pianeta ospita circa centocinquanta Paesi armati.
*Vincenzo Olita, direttore Società Libera


