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Ganelli chiama, Torino risponde. Debutto sold out. E ora che fare?

Sala da 500 posti esaurita, altre cento persone stipate nella sala accanto. Politici di ogni colore, imprenditori, professionisti e una rara pattuglia di giovani trenta-quarantenni. Il notaio centra il colpo. Adesso, però, viene il difficile: trasformare una platea in progetto

Portare il mondo a Torino, per riportare Torino nel mondo. Come si fa a dire di no a un claim del genere? E infatti, alla prima uscita pubblica del notaio Andrea Ganelli e del suo think tank Torino Globale c’erano praticamente tutti. Un piccolo mondo antico di politici, imprenditori, professionisti, vipperia e aspirante tale, che, più che per assistere al dibattito, si è dato appuntamento per certificare la propria appartenenza a quel milieu cittadino che da sé stesso trae legittimazione e autorevolezza.

Per il notaio Gianduia – benché piacentino di nascita e cresciuto a Lodi – riempire il centro congressi dell’Unione Industriali di via Vela è stato assai più che un esercizio di relazioni pubbliche. Del resto, quando si mettono insieme i salotti giusti, Torino continua a rispondere presente. E così, a poche poltrone di distanza, si sono ritrovati tutto e il contrario di tutto.

Va detto che, al netto dell'inevitabile rito mondano, l’operazione ha registrato un successo indubitabile. La sala da cinquecento posti di via Fanti era gremita e anche la saletta attigua ha accolto un altro centinaio di persone. Non soltanto reduci della Torino che conta o che conta di contare, ma anche molti professionisti tra i trenta e i quarant'anni, una presenza generazionale che da tempo non si vedeva a iniziative di questo genere e che rappresenta probabilmente il risultato più interessante ottenuto da Ganelli.

Da destra a sinistra

Per cogliere il carattere ecumenico dell’iniziativa bastava osservare le prime file. Dall’ex sindaco Valentino Castellani al vicepresidente della Regione Maurizio Marrone, candidato in pectore del centrodestra alle Comunali del 2027, passando per l’assessore forzista Andrea Tronzano e all’ex deputata Claudia Porchietto, dal capogruppo azzurro Paolo Ruzzola alla collega dem Gianna Pentenero, dal numero uno della Lega a Palazzo Lascaris (e a Palazzo civico) Fabrizio Ricca e alla renziana Vittoria Nallo.

C’erano poi Giorgio Merlo, fresco di approdo nello Spazio Pubblico di Pina Picierno, Paolo Peveraro, storico esponente liberale, ex assessore comunale e vicepresidente della Regione, Antonella Parigi, candidata dal Pd all'Europarlamento e dopo la mancata elezione assessore a Moncalieri, l’ex governatore Enzo Ghigo e il madamino Sì Tav Mino Giachino. E ancora Luca Pasquaretta, già portavoce di Chiara Appendino, e Xavier Bellanca, social media manager dell’ex sindaca pentastellata. Una compagnia così eterogenea da far sembrare la serata una sorta di soirée del Regio, dove l’importante non è tanto lo spettacolo quanto farsi vedere in platea.

Il grande assente

Tra tanti presenti, un’assenza spiccava più di tutte. Quella del sindaco Stefano Lo Russo. E difficilmente può essere liquidata come una coincidenza. I rapporti tra il primo cittadino e Ganelli non attraversano la loro stagione migliore. Il notaio era stato tra i sostenitori più convinti della corsa di Lo Russo nel 2021 e, nei mesi successivi, il suo nome era circolato con insistenza per la presidenza della Fondazione Crt, incarico poi finito nelle mani della giurista Anna Maria Poggi, tra i relatori della serata.

Ganelli, tuttavia, ha tenuto a sottolineare di aver ricevuto una lettera di sostegno dall’“amico sindaco”. Un attestato di cortesia istituzionale difficilmente evitabile: chi potrebbe dichiararsi contrario a una Torino più attrattiva, dinamica e internazionale?

Se Lo Russo ha scelto di marcare visita, non sono mancati alcuni suoi assessori. Francesco Tresso, Paolo Chiavarino e Marco Porcedda sedevano nelle prime file. Così come Pietro Garibaldi, economista e già anima di Alleanza per Torino, uno dei tanti progetti che avrebbero dovuto allargare il perimetro politico del sindaco e che oggi sembrano rimasti sospesi in una terra di mezzo. Forse non del tutto archiviati, se è vero che in mattinata Garibaldi è stato pescato a colloquio con Mimmo Portas.

Poteri forti, o quel che ne resta

Nelle prime file, però, la politica non era la protagonista principale. A catturare l’attenzione era soprattutto la figura imponente di Fabrizio Palenzona. Il camionista di Tortona ascoltava con un sorriso appena accennato le riflessioni di Poggi sul ruolo delle fondazioni bancarie, salvo poi salutarla cordialmente al termine dell’intervento. A Torino capita spesso che le rivalità istituzionali finiscano davanti a un buffet.

Poco distante sedeva Giovanni Quaglia, altro ex presidente di Palazzo Perrone. C’era poi Paolo Frascisco, gran visir della macchina regionale e depositario di una quota rilevante del potere amministrativo piemontese, prossimo alla pensione ma apparentemente poco incline all’idea di ritirarsi a vita privata.

Tra i nomi della noblesse cittadina figurava Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. Dal mondo produttivo, oltre alla vicepresidente dell’Unione Industriali Giorgia Garola, che ha portato il saluto dell’associazione, si notavano il presidente di Amma Stefano SerraAntonio Mattio, costruttore ed ex presidente dell’Ance. Più facile, forse, stilare l’elenco di chi mancava.

Dalla strada al palco

E il dibattito? In fondo era quello il motivo ufficiale dell’incontro. Sul palco si sono susseguiti grandi obiettivi, visioni internazionali e suggestioni da global city. Molto più sfumato, invece, il percorso concreto per trasformare Torino in ciò che ancora non è.

L’ambasciatore Giampiero Massolo ha evocato paragoni con Sydney e suggerito un rafforzamento dell’asse con Milano. Gianni Vernetti, il “Luttwak di via della Rocca”, ha indicato cinque partner strategici: Giappone, Emirati Arabi, India, Taiwan e soprattutto Israele. «Finita l’ubriacatura pro Pal, torneremo finalmente a discutere seriamente», il suo auspicio.

Più difficile, invece, individuare proposte immediatamente traducibili in politiche concrete. Al netto delle suggestioni internazionali e delle evocazioni geopolitiche, una delle poche idee operative emerse è stata quella di attrarre a Torino un secondo produttore automobilistico, sulla scia di quanto sostiene da tempo la Fiom di Giorgio Airaudo. Una prospettiva che, però, apre più di un interrogativo. Significherebbe infatti entrare in competizione con territori che attraggono investimenti soprattutto attraverso il costo del lavoro e le agevolazioni industriali, mentre la sfida che storicamente Torino ha saputo vincere è quella dell’eccellenza, delle competenze, della ricerca e del know-how. Tutti fattori molto più difficili da delocalizzare rispetto a una linea produttiva.

La designer Linda Villano ha invitato a non osservare Torino «dallo specchietto retrovisore dell’automobile», mentre Ganelli ha assicurato di non avere alcuna ambizione politica. Del resto, a Torino le ambizioni politiche assomigliano ai tartufi: tutti giurano di non cercarle, finché non le trovano. Adesso, però, viene la parte complicata. Perché una volta riempita la sala e scattata la fotografia di famiglia della Torino che vuole contare, bisogna decidere che farsene. Un altro convegno? Un ciclo di incontri? Un manifesto? Un soggetto capace di incidere davvero sulle scelte della città? La storia torinese è piena di cenacoli, osservatori, laboratori e tavoli di riflessione che hanno prodotto eccellenti dibattiti e modestissimi risultati. Il successo della serata è fuori discussione. La sua utilità si misurerà da ciò che accadrà il giorno dopo. E soprattutto da chi avrà il coraggio di passare dalle suggestioni alle scelte.

Credits: foto di Marco Carulli

Torino Globale (foto di Marco Carulli)

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