Avvocati intercettati anche a Torino
14:31 Mercoledì 10 Giugno 2026Le toghe torinesi aderiscono all'astensione nazionale e denunciano captazioni di colloqui tra difensori e assistiti come a Perugia e Napoli. Nel mirino pure perquisizioni e sequestri negli studi legali. "Senza segreto difensivo viene meno la fiducia nella giustizia".
“Quello che è successo a Perugia e Napoli è successo anche a Torino. E in procedimenti noti e significativi”. È la denuncia lanciata pubblicamente durante l’assemblea organizzata dalla Camera Penale del Piemonte Occidentale in occasione dell’astensione dalle udienze proclamata a livello nazionale dagli avvocati penalisti. A pronunciarla è Gianluca Vitale, esponente del Legal Team Italia e uno dei legali maggiormente impegnati nei processi che coinvolgono l’area antagonista torinese. Un riferimento che, pur non essendo stato esplicitato, sembra rimandare alle indagini su Askatasuna, sfociate nel maxi procedimento approdato in questi giorni davanti alla Corte d’Appello.
“Che le nostre conversazioni vengano ascoltate è una cosa che succede quasi abitualmente”, ha affermato Vitale. “Ci viene detto: abbiamo sbagliato, le intercettazioni non saranno utilizzate. Ma la risposta non può essere quella”. Parole che riportano Torino dentro una polemica che da mesi attraversa l’intera avvocatura italiana.
A Perugia il caso è esploso dopo la scoperta di intercettazioni che hanno coinvolto colloqui tra detenuti e difensori estranei all’indagine originaria. A Napoli, invece, la protesta dei penalisti è nata dalla denuncia di captazioni riguardanti conversazioni tra avvocati e assistiti. Episodi diversi, ma accomunati dallo stesso interrogativo: quanto è realmente garantita la segretezza del rapporto tra difensore e cliente?
Il nodo delle perquisizioni
L’assemblea torinese non si è fermata alle intercettazioni. Nel suo intervento la presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino Simona Grabbi ha richiamato l’attenzione su un’altra questione che agita la categoria: le modalità con cui vengono effettuate perquisizioni e sequestri nei confronti di avvocati coinvolti in procedimenti penali.
Un tema particolarmente sensibile perché tocca il confine tra esigenze investigative e tutela del diritto di difesa, soprattutto quando a essere acquisiti sono documenti, computer o materiali che potrebbero riguardare anche altri assistiti. La questione è stata indicata come uno dei motivi principali della mobilitazione che ha visto una forte partecipazione dell’avvocatura torinese.
“Senza segreto non esiste fiducia”
A fare da collante agli interventi è stata la convinzione che la riservatezza del rapporto tra avvocato e cliente rappresenti uno dei pilastri dell’intero sistema giudiziario. “Se viene meno la certezza che tutto quello che dirò al mio avvocato non sarà più segreto, viene meno qualunque tipo di fiducia nell’apparato della giustizia”, ha osservato Gabriele Assensi, dell’Aiga Torino, l’associazione dei giovani avvocati. “Le regole ci sono, bisognerebbe che le rispettassero tutti”.
Una posizione condivisa dalla Camera Penale del Piemonte Occidentale, che nel comunicato diffuso al termine dell’assemblea parla di una avvocatura torinese “compatta nel manifestare la più strenua opposizione a derive che possono determinare una qualche compromissione o lesione dei diritti della difesa da parte dell'autorità giudiziaria”. Parole che mostrano come la protesta non riguardi singoli episodi, ma una preoccupazione più ampia sullo stato delle garanzie processuali.
"La magistratura non può fare le leggi"
Il confronto si è poi spostato sul rapporto tra magistratura e politica. Roberto Capra, presidente della Camera Penale del Piemonte Occidentale, ha messo in guardia da quella che considera una reciproca invasione di campo. “La politica non può pretendere di commentare ogni tipo di provvedimento giurisdizionale”, ha osservato. “Ma la magistratura non può pensare di fare le leggi”. Un passaggio che richiama uno dei temi dolenti del confronto tra toghe e avvocatura: il rischio che l’interpretazione giudiziaria finisca per sostituirsi alla funzione legislativa.
Tra gli interventi più applauditi quello di Ennio Galasso, dell’Associazione Nazionale Forense Torino-Piemonte. “Mi viene in mente un ex magistrato torinese che, nel corso di una discussione di una condanna ritenuta ingiusta, disse: Noi operiamo a fin di bene”. La replica, ricordata da Galasso, fu immediata: “No, voi dovete operare bene, non a fin di bene”. Una distinzione che per il legale segna il confine tra giurisdizione e moralismo. “Se anche solo una piccola parte di magistrati, coadiuvati dai media, invocano la virtù che agisce a fin di bene, scivolano verso una funzione epuratrice. Che tra l’altro li rende immuni da responsabilità”.
Il pericolo della verità assoluta
A chiudere l'incontro è stata una riflessione di Roberto Brizio, dell’Asgi, associazione per gli Studi Giuridici sull’immigrazione, che ha allargato ulteriormente il campo. “Mi fa paura chi è ultraconvinto di perseguire il bene e di avere la verità in tasca”. Una frase che sintetizza il senso politico e culturale dell'assemblea torinese.
Partita dalla denuncia di intercettazioni e perquisizioni considerate invasive, la discussione è infatti approdata a una questione più generale: il rapporto tra potere, garanzie e limiti dell’azione giudiziaria. Un terreno sul quale, almeno per un giorno, le diverse anime dell’avvocatura torinese si sono ritrovate dalla stessa parte della barricata.


