GRANA PADANA

"Salvini al Viminale, subito". Mossa anti Vannacci, ma nella Lega volano gli stracci

Il partito compatto (solo su questo) chiede il ministero dell'Interno per il segretario. Molinari: "Cambio al più presto. La sicurezza nostro tema". Le accuse di Siri a chi "ha voluto andare nel Governo Draghi perdendo voti". Altolà del leader alle due Leghe di Zaia

“Matteo, devi andare al Viminale, subito”. L’esortazione a varcare il portone di Palazzo Chigi e chiedere a Giorgia Meloni quel posto che spetta alla Lega e che, quindi, la Lega può rivendicare, sostituendo Matteo Piantedosi, arriva dal capogruppo a Montecitorio Riccardo Molinari.

Non è certo una voce isolata la sua tra i decibel che si alzano oltre la soglia nel consiglio federale, dove lo spettro di Roberto Vannacci incrocia veementi rivendicazioni del Nord e piccate reazioni di quei parlamentari saliti dal Sud sul Carroccio quando il Capitano lo ha trasformato in un partito nazionale e nazionalista, spostandolo sempre più a destra.

Sfratto per Piantedosi

Molinari, a margine del summit, spiegherà parlando con i colleghi parlamentari ulteriormente le ragioni che portano tutto il partito a rivendicare il ministero dell’Interno per Matteo Salvini: “Dobbiamo raccontare le cose positive che stiamo facendo e togliere acqua a Vannacci. Pur essendo molte delle sue idee inaccetabili, dobbiamo capire perché ci sono persone che lo seguono ed è evidente – ragiona il capogruppo alla Camera – che il tema è quello della sicurezza e lì dobbiamo intercettare il pensiero e le richieste degli elettori”.

La conclusione è netta: “Lo possiamo fare mettendo Matteo al Viminale”. Quando? “Adesso, domani. Bisogna andare dalla Meloni e, visto che quel ruolo è in quota Lega, il cambio deve essere immediato”.

Un punto sul quale tutti sono concordi, senza divisioni né distinguo. Forse l’unico, o comunque uno dei pochi, perché sul resto il consiglio federale ha assunto toni tali che la definizione di “vivace”, usata dall’europarlamentare Silvia Sardone, appare più di un eufemismo.

Tensione alle stelle

La temperatura sale a livello di fusione nucleare quando Armando Siri, accentuando una lettura dei fatti che molti riconducono proprio al pensiero del segretario, punta l’indice contro i governatori e contro tutti quelli che hanno voluto entrare nel governo di Mario Draghi. Il partito, sostiene, ha perso voti e continua a perderne “per colpa di Giancarlo Giorgetti” – peraltro assente – “che fa la politica di Draghi”.

Quando poi Siri liquida il parlare di partito del Nord come “solo nostalgia”, la pentola a pressione esplode. Volano urla e insulti. “Ma chi sei tu?”, grida qualcuno. E lui replica: “Sono quello che ha fatto la flat tax, la più grande operazione politica”.

I salviniani più duri e puri, come Siri, il dito lo puntano sul bersaglio grosso: Luca Zaia, l’ex governatore del Veneto che, prima di entrare, precisa come la sua nomina a vicesegretario “non sia all’ordine del giorno”, mentre sul tavolo resta la pistola delle due Leghe sul modello bavarese. Lo accusano di aver spalancato le porte a Vannacci – lui che non lo ha mai digerito, come del resto Molinari e gran parte dei nordisti – rifiutandosi di candidarsi alle elezioni europee.

Le scope di Romeo

Carotide pulsante e viso paonazzo, Massimiliano Romeo dice sostanzialmente le stesse cose degli altri esponenti del fronte del Nord, ma il tono sorprende persino chi lo conosce bene. Parole durissime contro Salvini, accusato di aver deluso e demotivato gli elettori: “Ormai sono loffi, non si potrebbe neppure fare la lotta delle scope”, dice, riandando con la memoria a tre lustri fa, alla storica richiesta di repulisti e rinnovamento che portò al cambio della guardia, con l’uscita di Umberto Bossi, la breve segreteria di Roberto Maroni e poi l’avvio di quella di Salvini. Oggi quell’immagine delle ramazze la ripropone proprio contro di lui.

Contro il capogruppo al Senato si scagliano i pretoriani del Capitano: il capo della segreteria Andrea Paganella, il sottosegretario Claudio Durigon e il senatore pugliese Roberto Marti. Dal fronte del Sud arriva una minaccia esplicita: “Se la linea è quella del Nord, noi ce ne andiamo”.

E la questione che aveva accompagnato l’attesa del consiglio federale, ovvero il ruolo di Zaia e la sua idea di una Lega del Nord accanto a una nazionale? “Non esistono due Leghe, non sono mai esistite. La Lega è una sola”. Così il presidente del Consiglio regionale del Veneto, intercettato dai cronisti dopo oltre tre ore di riunione, risponde a chi gli chiede dell’ipotesi di una nuova organizzazione che comprenda una Lega territoriale al Nord e una nazionale. Ma quanto accaduto e quanto si è detto appare piuttosto distante da questa versione edulcorata.

Il Capitano e il Doge

“Tutte invenzioni dei giornali”, sostiene in sostanza Salvini. Ma quando cede la parola al Doge, la versione del segretario si incrina: l’ex governatore del Veneto gli ricorda che di queste cose “ne abbiamo parlato io e te, Matteo”. Di quelle cose – le due Leghe, il partito del Nord – Salvini non vuole però neppure sentir parlare. Lo ha detto chiaro e tondo: non intende imboccare quella strada. Annuncia una riorganizzazione, ma nessuno pare aver capito, né sapere, in che cosa consisterà.

“Quando parlo della Lega sono sempre felice”, dice Salvini spiegando che la riunione “è andata bene”. La questione, però, resta quella di cosa si dica nella Lega e di cosa la Lega debba dire agli elettori. “Dobbiamo parlare del Nord, perché è il nostro azionariato di riferimento – sostiene ancora Molinari – ed è lì che oggettivamente la Meloni, con le sue politiche centraliste, ha fatto meno”.

Ritorno al Nord

Un richiamo identitario, non nostalgico ma strategico e fondato sui dati, che sovrasta tutto il resto, compreso l’eventuale futuro ruolo di Zaia e la ancora misteriosa riorganizzazione annunciata dal segretario. È l’irrisolta questione delle due Leghe: non esisteranno nei piani del leader, ma nella realtà continuano a emergere con crescente forza, soprattutto nei momenti di difficoltà come questo. Di certo non è stata archiviata da un consiglio federale ben più che vivace. Da domani, intanto, si apre il dossier Salvini-Viminale. L’unico sul quale tutti sembrano concordare. Resta da capire cosa ne pensi la premier. E non è un dettaglio.

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