Le tute blu non bastano più. Stellantis si gioca il futuro, la Fiom si lega alla catena (di montaggio)
17:00 Lunedì 15 Giugno 2026Il gruppo conferma 5 miliardi di investimenti in Italia, nessuna chiusura e un ruolo strategico per Torino nell'innovazione. Dal presidio la Cgil torna a chiedere 200 mila auto l'anno. Ma la vera sfida è difendere il know how, non inseguire la nostalgia operaia
C’è un equivoco di fondo che continua a distorcere il dibattito su Mirafiori. Pensare che il futuro dello storico stabilimento torinese passi semplicemente dal ritorno ai volumi della supposta età d'oro delle tute blu significa guardare l’automobile con lo specchietto retrovisore. La vera domanda non è quante vetture usciranno dai cancelli, ma quale ruolo avrà Torino nella filiera dell’auto del XXI secolo. Perché sulla produzione di massa a basso valore aggiunto ci sarà sempre qualcuno disposto a costruire auto con un costo del lavoro inferiore. Il patrimonio che vale davvero, e che difficilmente può essere delocalizzato, è invece quello delle competenze, della progettazione, dell’innovazione e della ricerca. È su questo terreno che si misura il piano illustrato da Stellantis ai sindacati.
Perché se è vero che le difficoltà, soprattutto a Mirafiori e Cassino, restano tutte sul tavolo, è altrettanto vero che il gruppo guidato da Antonio Filosa ha messo nero su bianco un piano industriale che conferma l’Europa e l’Italia al centro della propria strategia, con investimenti, nuovi modelli e, soprattutto, l’impegno – ribadito ancora una volta – a non chiudere alcuno stabilimento nel nostro Paese. Un quadro che certamente non cancella le criticità, ma che rende difficile continuare a raccontare un declino inevitabile come fanno da tempo i professionisti dell’apocalisse industriale.
FaSTLAne 2030 vale 60 miliardi
A illustrare alle organizzazioni sindacali le linee del piano quinquennale FaSTLAne 2030, presentato dal ceo Filosa lo scorso 21 maggio a Detroit, è stato il responsabile Europa del gruppo, Emanuele Cappellano. L’obiettivo dichiarato è riportare Stellantis su un percorso di «crescita sostenibile e redditizia», attraverso investimenti globali superiori ai 60 miliardi di euro entro il 2030. Il 60% delle risorse sarà destinato allo sviluppo dei marchi e dei nuovi prodotti, mentre il restante 40% finanzierà piattaforme comuni e tecnologie innovative, con l’intento di semplificare le architetture industriali, aumentare le economie di scala e sviluppare soluzioni di mobilità sempre più mirate ai diversi mercati.
Di questi investimenti, circa 24 miliardi, pari al 40%, saranno destinati all’Europa, con l’obiettivo di aumentare del 15% i ricavi del continente entro la fine del decennio, puntando sul rafforzamento dei marchi, sull’ampliamento delle gamme, sul miglioramento della competitività dei costi e su un maggiore utilizzo della capacità produttiva degli impianti.
Italia al centro della strategia
Per quanto riguarda il nostro Paese, Cappellano ha ribadito che l’Italia manterrà un ruolo centrale nella strategia industriale del gruppo. La novità più significativa riguarda l’annuncio di 5 miliardi di euro di investimenti entro il 2030 destinati all’innovazione: nuove piattaforme, intelligenza artificiale e motorizzazioni saranno i principali destinatari delle risorse.
Accanto agli investimenti arriveranno nuovi modelli e sarà coinvolto l’intero portafoglio dei marchi italiani del gruppo. Soprattutto, il manager ha assicurato: non è prevista alcuna chiusura di stabilimenti in Italia.
Una missione per ogni stabilimento
Il nuovo assetto industriale assegna a ogni sito una funzione ben definita. Pomigliano sarà il polo dell’elettrico accessibile; Atessa continuerà a rappresentare il cuore dei veicoli commerciali; Mirafiori rafforzerà il proprio ruolo nell’innovazione industriale; Modena, Melfi e Cassino saranno invece dedicate allo sviluppo dei marchi premium e del lusso. Secondo Cappellano, gli impegni assunti con il precedente Piano Italia non solo sono stati rispettati, ma in molti casi addirittura superati.
Tra gli elementi richiamati figurano l'offensiva italiana sulle E-Car con Pomigliano, gli investimenti di Atessa sulla nuova generazione dei veicoli commerciali, la nuova Alfa Romeo a Melfi, il rilancio di Maserati entro fine anno, la nuova Grecale a Cassino e la continuità degli investimenti e degli acquisti lungo la filiera italiana.
Con FaSTLAne 2030, ha spiegato il manager, il Piano Italia diventa ancora più forte: il nostro Paese sarà l’hub produttivo delle auto piccole a Mirafiori e Pomigliano, delle vetture di fascia medio-alta e del lusso a Melfi, Cassino e Modena e dei veicoli commerciali ad Atessa.
“Impegni concreti e strutturali”
«I nostri impegni sull’Italia sono concreti, strutturali e orientati al lungo periodo: innovazione, occupazione e valorizzazione delle competenze sono i pilastri su cui stiamo costruendo una nuova fase di crescita», ha spiegato Cappellano. «Noi stiamo facendo la nostra parte. Con disciplina, con investimenti e con una visione di lungo termine. E continueremo a farla».
Il responsabile europeo ha definito FaSTLAne «un piano chiaro, coraggioso e ambizioso». I primi segnali vengono giudicati positivi: cresce la domanda, aumentano le quote di mercato, recuperano i volumi produttivi e diminuisce il ricorso agli ammortizzatori sociali in diversi stabilimenti italiani. Al tempo stesso il manager non ha nascosto le difficoltà, sottolineando come il contesto resti «particolarmente sfidante» e richieda «competitività e regole realistiche, orientate allo sviluppo industriale».
Mirafiori resta il nodo
Naturalmente questo non significa che i problemi siano risolti. Mirafiori continua a rappresentare il punto più delicato del sistema italiano. Lo stesso gruppo sa bene che il traguardo delle 100 mila Fiat 500 ibride nel 2026, fissato un anno fa, difficilmente sarà raggiunto e che lo stabilimento torinese, per consolidare il proprio futuro, avrà bisogno di ulteriori assegnazioni produttive. Analogo discorso vale per Cassino, oggi alle prese con livelli di attività ancora molto ridotti. Ma proprio perché le criticità esistono, la discussione dovrebbe partire dai fatti e non dalle caricature.
La Fiom vuole 200 mila auto
Di tutt’altro tenore la reazione della Fiom che questa mattina ha portato in piazza un centinaio di lavoratori “contro il declino industriale ed economico di Torino e del Piemonte”. Il segretario torinese Edi Lazzi ha chiesto un piano industriale “vero”, con nuove produzioni e assunzioni a tempo indeterminato, accusando le istituzioni di restare in silenzio e Stellantis di portare «rassicurazioni fondate sul nulla». La ricetta, ancora una volta, è quella di riportare Mirafiori ad almeno 200 mila vetture l’anno, quasi che bastasse fissare un numero per ricreare il mercato che lo dovrebbe sostenere.
Davvero il rilancio di Mirafiori passa dal tentativo di ricostruire la fabbrica delle grandi produzioni di massa, competendo su un terreno – quello del costo della manodopera – dove ci sarà sempre un Paese disposto a produrre a prezzi inferiori? È una narrazione che fa presa nelle assemblee, molto meno nell’economia reale. Perché nessuno spiega quali modelli dovrebbero garantire quei volumi, dove dovrebbero essere venduti e come potrebbero reggere la concorrenza mondiale. Continuare a misurare la forza di Mirafiori esclusivamente dal numero delle tute blu significa inseguire un passato che non tornerà.
La vera sfida
La partita, oggi, si gioca su un altro terreno. La produzione manifatturiera a basso valore aggiunto può essere spostata ovunque il costo del lavoro sia inferiore. Le competenze, l’ingegneria, la progettazione, l’innovazione industriale, l’intelligenza artificiale applicata all’auto, la ricerca sulle piattaforme e sulle nuove motorizzazioni sono invece attività ad alto valore aggiunto che generano ricchezza e occupazione qualificata e che molto più difficilmente possono essere delocalizzate.
La vera sfida è fare di Torino il luogo dove si progettano le automobili prima ancora di assemblarle, dove si concentrano ricerca, ingegneria, software, piattaforme, intelligenza artificiale e innovazione di processo. Le catene di montaggio possono spostarsi; il know how molto meno. È questa la ricchezza che un territorio deve difendere, non la nostalgia di una fotografia degli anni Settanta.
È precisamente in questa direzione che va letta la scelta di Stellantis di destinare 5 miliardi di euro all’innovazione in Italia, confermando Mirafiori come polo dell’innovazione industriale. Questo non significa che i problemi siano risolti né che bastino gli annunci. Significa però che il confronto dovrebbe misurarsi sulla qualità della strategia industriale e sulla sua concreta attuazione, non sulla nostalgia di una stagione che appartiene alla storia dell’automobile più che al suo futuro.


