Ex Ilva, l'acciaio delle promesse. Urso prende tempo, Cirio continua a crederci
17:50 Giovedì 18 Giugno 2026Due acquirenti fragili, soldi pubblici finiti e una siderurgia sempre più vicina al precipizio. Dai sindacati ai sindaci cresce l'allarme per gli stabilimenti piemontesi. Ma il ministro continua con la solita litania e il governatore continua a credere nel Governo
L’acciaio italiano si sta liquefacendo, ma a Roma continuano a venderlo come fosse ancora temprato. Da mesi il ministro Adolfo Urso ripete lo stesso copione trattative in corso, investitori interessati, ostacoli esterni, fiducia. Cambiano le conferenze stampa[, non cambia il ritornello. Nel frattempo gli impianti invecchiano, la liquidità evapora, i lavoratori aspettano e il tempo, come ricordano perfino i sindacati, non è una variabile indipendente. È il principale nemico.
A credere che il finale possa essere diverso sembra essere rimasto soprattutto Alberto Cirio. Mentre da Taranto a Genova, passando per Novi Ligure, crescono dubbi e allarmi, il governatore piemontese continua a vedere nel governo una strategia che gli altri faticano a scorgere. Fiducioso perché ha “visto le carte”, dice. Peccato che, finora, le uniche carte davvero visibili siano quelle dei continui prestiti ponte con cui Palazzo Chigi compra settimane, non un futuro. E anche quei soldi hanno ormai una data di scadenza.
Novi lancia l’allarme
Il tavolo di crisi convocato martedì a Novi Ligure ha certificato che la situazione degli stabilimenti piemontesi è ormai appesa a un filo. Il sindaco Rocchino Muliere, pur ringraziando Cirio per aver accolto rapidamente la richiesta di convocazione, ha però rivolto un appello diretto al Governo: servono decisioni immediate, non altre rassicurazioni.
A preoccupare è innanzitutto lo stallo della trattativa con i due unici soggetti rimasti in corsa, il fondo americano Flacks Group e il gruppo indiano Jindal Steel International. Nonostante si continui a parlare di una possibile conclusione entro ottobre, nessuno è in grado di garantire che quella scadenza verrà rispettata.
Ancora più inquietanti sono le indiscrezioni sul piano che Jindal avrebbe intenzione di attuare in caso di acquisizione, con una drastica riduzione del personale. Un'ipotesi che getta un'ombra pesante sui circa 550 lavoratori dello stabilimento di Novi Ligure e, più in generale, sull'intero sistema produttivo piemontese che comprende anche gli impianti di Racconigi e Gattinara.
Secondo Muliere gli obiettivi produttivi rischiano addirittura di dimezzarsi, passando da 4 a 2 milioni di tonnellate annue, con la perdita di importanti quote di mercato. A questo si aggiunge la cronica carenza di manutenzione, che riduce l'efficienza degli impianti e mette a rischio perfino la sicurezza dei lavoratori.
Per questo Piemonte, Liguria e Puglia hanno deciso di muoversi insieme chiedendo la convocazione di un Tavolo a Palazzo Chigi e un intervento finanziario dello Stato, nel rispetto delle regole europee, indispensabile per garantire la continuità produttiva durante la transizione.
“La cosa più assurda - osserva Muliere - è che l’Italia rischi di uscire dalla siderurgia proprio mentre nel mondo cresce la domanda di acciaio. È la dimostrazione della totale assenza di una strategia industriale”.
“Siamo al punto di non ritorno”
Le organizzazioni sindacali ormai non usano più il linguaggio della prudenza. Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Alessandria parlano apertamente di una vertenza arrivata “a un punto di non ritorno”. Per le tre sigle manca tutto ciò che servirebbe per salvare il gruppo: risorse per garantire sicurezza e continuità produttiva, un acquirente credibile, un piano industriale serio e un calendario certo di incontri con il Governo. Da qui la decisione di elaborare un documento unitario per fissare alcuni punti irrinunciabili sul rilancio degli stabilimenti di Acciaierie d’Italia.
Alla stessa conclusione arriva anche la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, che sollecita la riapertura del tavolo a Palazzo Chigi. “Non si possono tenere sospesi territori, persone, famiglie e anche l’impresa. Se la produzione dell’acciaio è fondamentale per il nostro Paese bisogna costruire una prospettiva stabile che dia certezza al lavoro, alla produzione e alla sicurezza”.
Urso scarica le responsabilità
Il copione del ministro, invece, non cambia. Per Urso la soluzione dipende dal “concorso di tutti”. Servono segnali positivi agli investitori, dice, mentre continua a puntare il dito contro i vincoli europei, la magistratura, i sequestri giudiziari e le difficoltà del mercato. Tutto vero, drammaticamente vero.
In quasi quattro anni alla guida del ministero delle Imprese però la responsabilità sembra appartenere sempre a qualcun altro. Mai al Governo. Eppure è stato lo stesso Urso ad ammettere che, senza un acquirente, tra pochi mesi Acciaierie d’Italia rischierà di restare senza liquidità. Un’ammissione che certifica quanto la situazione sia ormai vicina al collasso. Il prestito ponte complessivo da 390 milioni autorizzato dalla Commissione europea non verrà infatti rifinanziato. Esaurite quelle risorse, senza una vendita, il gruppo non avrebbe più la liquidità necessaria per proseguire l’attività.
Due offerte deboli
Anche sul fronte degli acquirenti il quadro è tutt'altro che rassicurante. L’offerta del gruppo indiano Jindal viene giudicata insufficiente perché prevede una sostanziale riduzione della produzione a caldo a Taranto, con inevitabili ricadute occupazionali e industriali anche sugli altri stabilimenti del gruppo.
Non convince neppure il progetto del fondo americano Flacks Group. Il piano industriale è cambiato più volte, il fondo non possiede una reale esperienza nella siderurgia e, soprattutto, continuano a mancare quelle garanzie finanziarie che avrebbero dovuto accompagnare la proposta già da settimane.
Anche la suggestione di una cordata semi-pubblica con Eni e Arvedi è rapidamente evaporata dopo la secca smentita del gruppo energetico, che ha precisato di discutere soltanto di eventuali forniture di gas e non di un ingresso nell'operazione. In altre parole, la vendita dell’ex Ilva resta ancora un'ipotesi più che una prospettiva.
L'ultimo irriducibile
In questo scenario Alberto Cirio continua a professare fiducia. Il presidente della Regione rivendica l’impegno del Governo, sottolinea i 240 milioni stanziati per garantire la continuità operativa e assicura di credere nella determinazione di Palazzo Chigi. “Voglio essere fiducioso perché ho visto le carte”, dice il governatore, convinto che lo Stato non stia “tirando a campare”, ma costruendo il futuro della siderurgia italiana.
Una convinzione che, però, appare sempre più isolata. Perché fuori dalle stanze della politica si vedono impianti che invecchiano, manutenzioni rinviate, lavoratori sempre più preoccupati e due offerte che non convincono praticamente nessuno.
Alla fine resta una fotografia impietosa: un’azienda che sopravvive grazie ai soldi pubblici, un ministro che continua a spiegare perché non si può decidere e un governatore che continua a credere che il traguardo sia dietro l’angolo. Ma nella vicenda ex Ilva, ormai, l’unica produzione che procede senza interruzioni è quella delle promesse.


