GIUSTIZIA

Scritte No Vax, niente associazione. Condannati solo per imbrattamento

Per tre anni la sigla "V-V" è comparsa sui muri di Torino e provincia durante la protesta contro vaccini e Green Pass. Il processo ridimensiona l'impianto accusatorio: cade il reato associativo, restano i danni dei raid vandalici. Pagheranno i costi delle puliture

Per tre anni quella doppia "V" tracciata con la vernice rossa è sembrata la firma di un'organizzazione clandestina capace di colpire ovunque: scuole, ospedali, banche, sedi sindacali, perfino cimiteri e redazioni di giornali. Alla fine, però, il processo ridimensiona il teorema accusatorio. Il reato associativo cade, restano gli imbrattamenti.

Si chiude con sette condanne per imbrattamento e cinque rinvii a giudizio, ma cade l’accusa più pesante di associazione per delinquere, la lunga vicenda delle scritte No Vax che tra l’autunno del 2021 e il 2024 hanno trasformato muri, scuole, ospedali e sedi istituzionali di Torino e provincia nella bacheca della protesta contro vaccini e Green Pass.

La sentenza è stata pronunciata oggi dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Torino. Per il gup il reato associativo “non sussiste”. Sette imputati, che avevano scelto il rito abbreviato, sono stati condannati per imbrattamento a pene pecuniarie comprese tra i 600 e i 700 euro, sospese con la condizionale. Altri cinque, che hanno optato per il giudizio ordinario, sono stati rinviati a giudizio per il medesimo reato. Il Comune di Torino, costituitosi parte civile, ha ottenuto il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno, ma senza la concessione di una provvisionale.

Dalle bombolette al processo

La vicenda affonda le radici nell’autunno del 2021, quando sui muri di Torino iniziarono a comparire scritte in vernice rossa accompagnate da una firma ricorrente: “V-V”. In piena emergenza pandemica, mentre infuriavano le proteste contro vaccini e Green Pass, quella doppia lettera divenne il marchio di decine di blitz notturni.

Nel mirino finirono praticamente tutti i simboli delle istituzioni e della vita pubblica: scuole, università, ospedali, sedi sindacali, banche, cimiteri, uffici pubblici e perfino le redazioni di quotidiani. Slogan contro la campagna vaccinale, l’Agenda 2030, il Green Pass e la stampa comparvero con cadenza quasi quotidiana tra Torino e numerosi comuni della provincia.

L'inchiesta della Digos

Le indagini della Digos portarono a individuare dodici presunti appartenenti al gruppo. La Procura descrisse l’organizzazione come una struttura stabile, con contatti a livello nazionale e una ramificazione torinese, capace di pianificare le azioni attraverso canali Telegram.

Secondo gli investigatori esisteva perfino una gerarchia interna, con amministratori, tutor e “guerrieri”, cioè gli esecutori materiali dei raid. Nel corso delle perquisizioni furono sequestrati bombolette spray, telefoni, radiotrasmittenti e altro materiale ritenuto funzionale alle incursioni notturne. La contestazione più grave era proprio quella di associazione per delinquere finalizzata agli imbrattamenti seriali.

L’accusa che non regge

Proprio quel pilastro dell'impianto accusatorio è però caduto oggi. Il giudice dell’udienza preliminare ha escluso l’esistenza dell'associazione per delinquere, ridimensionando la ricostruzione della Procura. Resta invece in piedi il capitolo degli imbrattamenti. Per sette imputati il procedimento si è concluso con una condanna pecuniaria, mentre gli altri cinque dovranno affrontare il processo ordinario per rispondere degli episodi contestati.

Si chiude così, almeno in parte, una delle più estese inchieste torinesi legate alle proteste No Vax dell’epoca Covid: un fenomeno che per quasi tre anni aveva disseminato la città di firme “V-V”, lasciando dietro di sé muri da ripulire e un conto che il Comune tenterà ora di recuperare in sede civile.

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