Riformismo, da Turati a Renzi

Il riformismo, secondo i manuali di storia dei movimenti politici, si proponeva originariamente come un terzo polo rispetto al conservatorismo della destra e alle spinte rivoluzionarie della sinistra. I riformisti ritenevano di dover usare le istituzioni elettive per modificare, o meglio riformare, il sistema politico, economico e sociale. Quest’area si riconosce tradizionalmente nel centro-sinistra, posizionandosi soprattutto nei raggruppamenti socialdemocratici o liberal socialisti. Nel secondo dopoguerra, i leader di questa corrente miravano a correggere i difetti dell'economia capitalista attraverso lo strumento parlamentare, anziché con le proteste di piazza.

L’affidamento alle riforme si contrapponeva alla rivoluzione propugnata da massimalisti e comunisti. Per decenni il termine è stato sinonimo di socialdemocrazia o socialismo democratico. Solo a metà degli anni '80, in seguito al declino del blocco sovietico, i dirigenti di fede riformista hanno iniziato a imporsi nelle scelte parlamentari, sovrastando i deputati che avevano le proprie radici nel PCI.

Fra i massimi esponenti del riformismo italiano del Novecento spiccano statisti che hanno dedicato l’esistenza alla difesa dello stato sociale e ai diritti dei lavoratori, come Filippo Turati, Claudio Treves, Giacomo Matteotti, Gaetano Salvemini, Carlo Rosselli. Altri, invece, hanno spinto questa area politica verso le sponde del liberismo: Bettino Craxi, Claudio Martelli, Gianni De Michelis, Giorgio Napolitano (leader della cosiddetta corrente Migliorista interna al PCI). Con il tempo, dopo la scomparsa elettorale del PSI travolto dallo scandalo di Tangentopoli, i riformisti sono confluiti pure in partiti di destra come Forza Italia, oppure in aggregazioni partitiche svincolate da percorso ideologici incentrati sul sociale, come i Radicali.

Le battaglie intraprese in questi ultimi decenni da tale corrente hanno condotto a cambiamenti normativi che raramente si sono tradotti nella difesa del sistema sociale. Al contrario, l’azione politica si è concentrata sull’ingresso prorompente del privato nel settore pubblico. Le stesse “riforme” firmate da Segni, e dedicate al sistema elettorale, avevano l’obiettivo di garantire ai grandi investitori finanziari la stabilità di governo, escludendo dal tavolo del potere i partiti massimalisti, o ciò che ne restava in piedi di loro. Il coinvolgimento delle Regioni nelle dinamiche riformiste ha avuto altresì lo scopo di contenere le spinte secessioniste della Lega, ma soprattutto di consentire la frammentazione del sistema sanitario pubblico e la sua apertura al libero mercato.

Quest’ultimo è stato il fulcro di tutti i provvedimenti passati e presenti, compresi quelli avviati dall’ex segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi. L’ex sindaco di Firenze è diventato in poco tempo il leader più inviso al popolo della sinistra, a causa della sua capacità camaleontica di fare affermazioni in campagna elettorale a tutela dei diritti dei lavoratori (sottolineando la ferma contrarietà ai cantieri della Tav e alle modifiche dello Statuto dei Lavoratori), per poi dedicare il suo premierato a rimangiarsi ogni promessa: via libera ai lavori in Valle Susa e azzeramento dell’articolo 18 dello Statuto, eliminando la tutela del reintegro per chi viene licenziato illegittimamente.

In precedenza Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio espresso dal PSI, aveva imposto ai dipendenti, nonché ai pensionati, un provvedimento (una “riforma”) che si traduceva nella distruzione delle garanzie riservate ai più deboli anziché nella difesa del sociale: l’abrogazione della cosiddetta “scala mobile”, il meccanismo automatico che allineava periodicamente gli stipendi all’indice di inflazione dei prezzi dei consumi, e dei servizi.

In sintesi, a partire dagli anni ’90, le riforme approvate in Italia sono state all’insegna del lavoro precario, della riduzione della democrazia nelle aule assembleari elettive (dal Parlamento fino ai Consigli comunali) e della stabilità politica a tutela degli speculatori finanziari. A ciò si aggiungono le privatizzazioni dei servizi energetici, con bollette di gas e luce diventate insostenibili per le famiglie, il sostegno alla guerra, lo smantellamento di scuola, università e sanità pubblica, oltre alla distruzione dei diritti nel mondo del lavoro e della cittadinanza attiva.

Mentre in Francia le piazze hanno raccolto decine di migliaia di persone in lotta contro le misure antisociali del Presidente Macron, in Italia il riformista Draghi ha fatto la sua parte per disintegrare ciò che restava dello stato sociale nostrano, senza incontrare alcuna resistenza da parte del popolo. Nel silenzio dei sindacati e della sinistra, l'azione governativa ha incassato invece il pieno sostegno di Confindustria e delle banche.

A Londra, il riformista Starmer ha annunciato le sue dimissioni, incalzato dalla vittoria elettorale ottenuta alle elezioni supplettive della Camera dal Sindaco di Manchester, Andy Burnham. La svolta promessa da Starmer, dopo quasi due decenni di governi conservatori, non si è mai realizzata. Le sue politiche sociali si sono rilevate impopolari e il contesto è stato aggravato da diversi scandali politici, tra cui il caso Epstein e la gestione delle nomine di alcuni funzionari pubblici. Burnham si candida alla guida dei Labour con l’obiettivo dichiarato di spazzare via l’attuale gestione del partito: giudicata lontana dal popolo e vicina agli interessi finanziari dei privati.

In effetti, essere eletti per difendere la res publica e proteggere le fasce deboli del Paese per poi lavorare, una volta in Parlamento, alla distruzione dello Stato a favore dei privati (per loro natura giuridica volti al profitto e alla speculazione) non costituisce un’azione politica riformista che Turati potrebbe sottoscrivere. Si tratta piuttosto dell’attuazione di principi di liberismo selvaggio, i cui vantaggi non ricadono mai sui cittadini, essendo spesso riservati esclusivamente alla classe dei grandi imprenditori.  

La sensazione è quella di uno stravolgimento radicale dei valori tanto cari a Turati: principi traditi da chi ha trasformato il riformismo nel Cavallo di Troia delle privatizzazioni senza regole.

 

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