Peccati di Gola sulla Stampa. Esposti e ombre su CrCuneo
07:00 Lunedì 29 Giugno 2026Tre milioni per entrare nella nuova proprietà del quotidiano, una raffica di polemiche bipartisan, segnalazioni all'Acri e al Mef e una domanda che continua a rimbalzare: una fondazione può fare un simile investimento? I retroscena politici e gli interessi in ballo
Se il mandato lungo ha rappresentato il primo stop politico della presidenza di Mauro Gola, l’ingresso della Fondazione CrC nel capitale della nuova società editrice della Stampa rischia di lasciare un segno ancora più profondo. Perché questa volta non è la governance, né la durata degli incarichi. A essere chiamata in causa è il ruolo stesso di una fondazione bancaria, il confine entro cui può e deve muoversi un ente che, pur essendo di diritto privato, gestisce un patrimonio destinato a generare ricchezza da restituire al territorio.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui l’operazione ha prodotto un effetto che nella storia recente di Palazzo Vitale si ricordava a fatica: mettere d’accordo, sia pure con motivazioni diverse, amministratori locali, parlamentari, consiglieri comunali, esponenti della sinistra e del centrodestra, fino a una parte dello stesso mondo economico che quella scelta avrebbe dovuto sostenerla.
Per Mauro Gola, che continua a rivendicare l’operazione come risposta a una richiesta condivisa dal sistema economico cuneese, è forse il fronte più delicato. E che potrebbe presto chiamarlo a rendere conto del proprio operato anche agli organi di vigilanza.
Il “sistema Cuneo”
Che l’operazione sia figlia di quello che viene definito il “sistema Cuneo” è difficile negarlo. Basta osservare i protagonisti, a vario titolo coinvolti. Ci sono i Cirio: Giuliana, direttrice di Confindustria Cuneo e sorella del presidente della Regione Alberto. Ci sono i Crosetto: Luca, presidente della Camera di Commercio di Cuneo, successore proprio di Gola alla guida dell'ente camerale e cugino di Guido, ministro della Difesa, a quanto pare tra i più entusiasti dell’operazione. C’è Confindustria Cuneo. C’è la Fondazione. Un intreccio di relazioni istituzionali, associative e personali che racconta il demi-monde della Granda.
Gola continua a sostenere che la Fondazione non abbia fatto altro che rispondere a una sollecitazione proveniente dal mondo economico e dagli stakeholder del territorio. Così come rivendica che la decisione sia stata assunta all'unanimità dal Consiglio di amministrazione. Circostanza formalmente ineccepibile, ma che, secondo quanto starebbe riferendo in questi giorni a diversi interlocutori il vicepresidente Francesco Cappello – espressione del territorio albese e indicato dall'allora sindaco di centrodestra Carlo Bo – meriterebbe una precisazione non irrilevante. Quel via libera, infatti, sarebbe stato un "sì condizionato", maturato nella convinzione che all'operazione avrebbero partecipato anche le altre grandi fondazioni piemontesi. Uno scenario che, come noto, non si è poi concretizzato: sia la Fondazione Crt sia la Compagnia di San Paolo hanno infatti preferito sfilarsi, lasciando la Fondazione CrC molto più esposta di quanto, secondo questa ricostruzione, alcuni consiglieri avessero inizialmente immaginato.
Chi rischia?
È proprio osservando quel sistema, però, che emergono le prime contraddizioni. Chi ha rischiato davvero? I numeri, qualche volta, raccontano le vicende meglio delle dichiarazioni. La Fondazione CrC ha impegnato tre milioni di euro: un milione e mezzo versato immediatamente e un ulteriore milione e mezzo già impegnato entro la fine dell’anno. In cambio ha ottenuto il 5% della nuova La Stampa SAE Spa.
Il sistema confindustriale piemontese, invece, attraverso Paip – la società partecipata da Confindustria Cuneo, Unione Industriali Torino, Confindustria Novara Vercelli Valsesia e Unione Industriale di Asti – ha scucito complessivamente 2,5 milioni di euro, assicurandosi l’8,33% della società. Di questi, un milione proviene da Confindustria Cuneo.
È qui che nasce il primo paradosso. Gli imprenditori, che per mestiere mettono a rischio capitale proprio, hanno scelto di esporsi meno della Fondazione e per di più “garantiti” dalla rete associativa. Il rischio, alla fine, se l’è assunto proprio l’ente filantropico che non ha finalità di lucro e che, per statuto, dovrebbe amministrare il proprio patrimonio con prudenza per produrre rendimenti destinati alla collettività.
Proprio per la natura dell’operazione, raccontano diverse fonti, a Gola sarebbe stato sconsigliato di impegnare direttamente la Fondazione nel capitale della nuova società. Non tanto per ragioni ideologiche, quanto per considerazioni di natura finanziaria. La nuova società eredita infatti una situazione drammatica e appare difficile immaginare, almeno nel breve periodo, un ritorno dell’investimento o una distribuzione di utili. E se domani, putacaso, dovesse rendersi necessario un aumento di capitale, che cosa farà la Fondazione? Tornerà a mettere mano al portafoglio (che poi è quello di una comunità) oppure accetterà di vedere diluita la propria partecipazione? In entrambi i casi, resta difficile sostenere che un investimento di questo tipo sia pienamente coerente con la missione di una fondazione filantropica.
Resta naturalmente da capire sulla base di quali valutazioni la Fondazione di Sardegna – presente direttamente nel capitale di SAE come terzo azionista – e la Fondazione di Modena, che ha acquisito il 6,67% della controllata piemontese, abbiano ritenuto di effettuare analoghi “investimenti”. Ma lasciamo volentieri ai cronisti sardi ed emiliani il compito di occuparsene. A noi basta, e avanza, quello che accade nel cortile di casa.
I tre milioni delle erogazioni
C’è poi un aspetto che alimenta ancora più perplessità. Secondo quanto riferito da più fonti, i tre milioni destinati all’operazione sarebbero stati attinti dal fondo delle erogazioni liberali, cioè da quello strumento attraverso il quale la Fondazione realizza concretamente la propria missione istituzionale: trasferire sul territorio la ricchezza generata dalla gestione del patrimonio. Sono le risorse che finanziano enti locali, associazioni, cultura, welfare, ricerca, sport e volontariato.
Fatti i conti della serva, la Fondazione CrC ha destinato tre milioni di euro all’operazione costruita dall’umanista deal maker Alberto Leonardis, lasciando peraltro una quota significativa – e, a detta di chi ha lavorato al dossier, anche poteri di veto – al precedente editore John Elkann. Ora, per quanto complicata possa essere la vicenda ereditaria che coinvolge la famiglia Agnelli e per quanto impegnativa sia la sfida industriale della nuova proprietà, riesce francamente difficile rappresentare Leonardis ed Elkann come due indigenti da aiutare o come esponenti del volontariato sociale.
Eppure, osservano con sarcasmo due professionisti di grido della città, il risultato finale è proprio questo: una fondazione bancaria che, invece di fare beneficenza al territorio, finisce per farla al nuovo padrone della Stampa e al rampollo di casa Agnelli.
I dubbi crescono anche in casa
Che qualche perplessità sia emersa perfino tra chi quell’operazione avrebbe dovuto sostenerla lo dimostrerebbe un episodio raccontato da un consigliere della Fondazione. Secondo questa ricostruzione, Gola avrebbe inizialmente tentato di far transitare l’investimento attraverso LaGemma, la controllata che si occupa di innovazione e startup, presieduta dall’avvocato Enrico Collidà. L’idea, però, non avrebbe trovato sponde. Collidà, raccontano, avrebbe preferito non imbarcarsi nell’impresa.
È un retroscena che nessuno conferma ufficialmente, ma che contribuisce ad alimentare la sensazione di un’operazione che, fin dall’inizio, non ha convinto fino in fondo neppure una parte dell’ambiente più vicino al presidente. Lo stesso clima si respirerebbe anche tra gli associati di Confindustria Cuneo. Forse non ai vertici di Casa Betania, la moderna sede degli industriali fortemente voluta proprio da Gola durante la sua presidenza, ma certamente tra chi continua a domandarsi se fosse davvero quella la priorità del territorio.
Le nomine raccontano una regia
Se l’operazione economica ha fatto discutere, le nomine nel consiglio di amministrazione della nuova società editrice hanno alimentato letture ancora più sapide. In quota Confindustria siede Giuliana Cirio, direttrice degli industriali cuneesi e, nello stesso tempo, tra i nomi che circolano con maggior insistenza per raccogliere l’eredità di Roberto Giordana alla direzione generale della Fondazione. È la stessa dirigente che per anni ha lavorato fianco a fianco con Gola durante la sua presidenza degli industriali. Com’è davvero piccolo il mondo.
La Fondazione, invece, ha scelto Federico Borgna, ex sindaco di Cuneo e, all’epoca, rivale dello stesso Gola nella corsa alla presidenza della CrC, poi entrato nel cda della fondazione bruciando quello che era il vero candidato di Gola: Beppe Delfino, figlio di teresio, storico esponente della Dc, pare proprio su “suggerimento” di Guido Crosetto. Una mossa che, nelle intenzioni del presidente, avrebbe dovuto offrirgli una sorta di copertura sul versante del centrosinistra. O meglio, costringere il centrosinistra a mettere il silenziatore. Il piano, però, si è incrinato quasi subito.
La sindaca Patrizia Manassero ha raccontato pubblicamente di aver appreso la nomina soltanto a cose fatte e di non aver condiviso alcun passaggio dell’operazione. Una presa di distanza politicamente significativa, soprattutto considerando che il Comune di Cuneo è uno dei principali enti designanti della Fondazione. Non meno significativa la posizione del sindaco di Alba Alberto Gatto, che rispondendo a un’interrogazione in Consiglio comunale non solo ha affermato di essere stato informato con una fugace telefonata a decisione sostanzialmente già presa, ma ha convenuto sull’opportunità di convocare Gola in commissione per fornire chiarimenti. Parole che raccontano quanto rapidamente una scelta nata per rafforzare gli equilibri abbia finito per produrre l’effetto opposto.
Il fronte si allarga
Nel frattempo, il dissenso continua ad allargarsi. È raro che una decisione della Fondazione CrC riesca a raccogliere obiezioni provenienti da quasi tutto l’arco politico. Eppure il giudizio forse più pesante è arrivato da una figura difficilmente collocabile dentro una polemica di partito.
Intervenendo ai microfoni di Radio Alba, il presidente dell’Atl Langhe Monferrato Roero ed ex parlamentare Mariano Rabino ha chiarito di non essersi «scagliato» contro l’operazione, ma di esserne rimasto «profondamente stupito». La sua critica va oltre il destino della Stampa. Un imprenditore privato, dice Rabino, è libero di investire dove ritiene opportuno: «Viva la libertà d’impresa, viva il pluralismo.» Una fondazione bancaria, invece, ha un’altra missione: sostenere il territorio e investire il proprio patrimonio in asset profittevoli. L’ingresso nel capitale di un quotidiano non risponde, a suo giudizio, né all’una né all’altra finalità. Peggio ancora: crea «un precedente pericolosissimo», perché da domani qualunque impresa editoriale o azienda in difficoltà potrebbe rivendicare lo stesso trattamento.
Ma è quando il ragionamento si sposta dal piano economico a quello istituzionale che la critica di Rabino diventa molto più difficile da liquidare: «Un quotidiano esprime ogni giorno opinioni. Una fondazione deve essere neutrale. Deve rappresentare tutti». È una critica che non mette in discussione la buona fede degli amministratori né il futuro della Stampa, alla quale Rabino augura di rilanciarsi. Mette in discussione il ruolo della Fondazione. Ed è probabilmente questo il vero nodo della vicenda.
Lo zampino di Crosetto?
Su tutto il resto si innestano, inevitabilmente, le letture della politica. C’è chi vede nell’intera operazione la mano di Confindustria, del leader nazionale Emanuele Orsini e di quello torinese Marco Gay che studia da futuro numero uno di Viale dell’Astronomia. Chi individua un asse tra la Fondazione e il mondo degli affari. Del resto, Gola è stato sia presidente di Confindustria Cuneo e sia della Camera di Commercio. E chi spinge l’analisi ancora più in là.
Contrariamente a quanto potrebbe suggerire una lettura superficiale, osservano alcuni insider, la nomina di Federico Borgna oggi non sarebbe affatto riconducibile all’attuale centrosinistra cuneese, come del resto autorevoli esponenti si sono prontamente mossi per smarcarsi. «Lì c'è lo zampino di Crosetto», assicura uno di loro, riferendosi ai rapporti tra l’ex sindaco e il gigante di Marene. Lo stesso interlocutore si spinge ancora oltre: «È un disegno politico chiarissimo che ruota attorno a due nomi, Cirio e Crosetto. Tagliando fuori tutti, compreso il centrodestra».
Che sia davvero così oppure no, un dato appare difficilmente contestabile. Quella che avrebbe dovuto rappresentare un’operazione di sistema a sostegno del quotidiano torinese ha finito per trasformarsi in uno dei dossier più divisivi della presidenza Gola. E soprattutto ha aperto una domanda destinata ad accompagnare tutta la sua gestione: dove finisce la missione di una fondazione bancaria e dove comincia la politica?
Esposti in arrivo
Nel frattempo quei dubbi, che per giorni sono rimasti confinati nelle stanze della politica, nei salottini del notabilato della Granda, stanno progressivamente uscendo allo scoperto. Non sono più soltanto indiscrezioni o malumori raccolti sottovoce, ma interrogativi che iniziano a trovare forma anche sul piano istituzionale. Lo Spiffero ha potuto visionare un esposto indirizzato all’Acri, l’associazione delle fondazioni di origine bancaria, e al Mef, nella sua veste di autorità di vigilanza, con il quale si chiede di verificare la correttezza dell’operato della Fondazione CrC proprio in relazione alla gestione Gola della vicenda Stampa.
Ma non sarebbe l’unico. Starebbe infatti circolando anche un secondo esposto, destinato a una platea ancora più ampia di destinatari istituzionali. Circostanza che conferma come il confronto attorno alle scelte della Fondazione abbia ormai oltrepassato il perimetro della polemica politica per approdare su quello della vigilanza e delle verifiche.
(3. Continua)


