Case di comunità, queste sconosciute: metà degli italiani non sa cosa siano
14:57 Martedì 30 Giugno 2026Il rapporto Swg fotografa una riforma che divide tra speranze e scetticismo: solo il 4% ritiene le nuove strutture già a regime, ma sei cittadini su dieci confidano che miglioreranno cure e prevenzione. Mentre il Pnrr taglia il traguardo, resta il nodo del personale
Meno di quattro italiani su dieci promuovono il Servizio sanitario nazionale. Il 42% non ha mai nemmeno sentito parlare delle Case della Comunità e appena il 4% ritiene che siano già pienamente operative. Eppure, quando si chiede cosa potranno diventare, prevale la fiducia: sei cittadini su dieci sono convinti che alleggeriranno i pronto soccorso e i medici di famiglia, miglioreranno l'accesso alle cure e la prevenzione. È il paradosso che emerge dall'ultimo rapporto Swg dedicato alla nuova sanità territoriale, proprio mentre l'Italia taglia il traguardo fissato dall'Europa per il Pnrr.
Il conto alla rovescia è infatti finito. Entro oggi, 30 giugno, il Paese doveva dimostrare a Bruxelles di aver reso operative almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità per non mettere a rischio i tre miliardi di euro destinati alla nuova sanità territoriale. Tutto lascia pensare che il traguardo sarà raggiunto, forse persino superato. Ma se la sfida edilizia sembra ormai alle spalle, quella vera inizia adesso: riempire queste strutture di medici, infermieri e servizi.
Il lavoro comincia adesso
Al ministero della Salute si respira un cauto ottimismo. Dopo settimane di rincorsa, i numeri raccolti dai tecnici fanno ritenere praticamente raggiunti i target fissati da Bruxelles. A metà giugno le Case della Comunità dichiarate operative erano poco più di 800; venerdì scorso avevano già superato quota 900 e le stime parlano ora di circa 1.200 aperture complessive, ben oltre la soglia minima richiesta. Analogo il quadro per gli Ospedali di Comunità, arrivati a quota 290 a fronte di un obiettivo di 307.
Il ministro Orazio Schillaci rivendica il lavoro svolto insieme alle Regioni e guarda già oltre: «Ora lavoriamo pancia a terra sul personale». Una frase che sottolinea perfettamente il vero problema. Perché costruire gli edifici era solo il primo tempo della partita. Il secondo consiste nel farli vivere.
Piemonte missione (quasi) compiuta
Tra le regioni che si presentano all’appuntamento con maggiore tranquillità c’è il Piemonte. L’assessore alla Sanità Federico Riboldi assicura che non sarà necessario restituire un euro dei fondi europei. Le Case della Comunità pronte sono 78 sulle 82 previste, mentre gli Ospedali di Comunità sono 23 sui 27 programmati.
I pochi interventi destinati a sforare i tempi sono stati sganciati dal Pnrr e rifinanziati con altre risorse, evitando così ripercussioni sulla rendicontazione. Una soluzione concordata con il ministero ha inoltre consentito di certificare come operative anche strutture nelle quali i servizi sono già attivi pur essendo destinati a trasferirsi in edifici ancora in fase di completamento. È il cosiddetto meccanismo dell’“overbooking”, che in Piemonte riguarda nove strutture, un terzo delle quali concentrate nel Novarese.
Secondo la Regione, entro dicembre sarà completato il ridisegno della sanità territoriale. Il personale indispensabile per avviare le attività è già stato individuato, ma serviranno ulteriori assunzioni, mentre si definisce il contributo obbligatorio, seppure limitato, dei medici di famiglia.
Una riforma nata nella sfiducia
Il sondaggio Swg parte da un dato di fondo: la sanità continua a essere percepita dagli italiani come uno dei principali problemi del Paese.
Non è un giudizio uniforme. Alcuni pezzi del sistema funzionano ancora bene agli occhi dei cittadini: le farmacie raccolgono un gradimento dell’89%, gli ambulatori e le cliniche private del 75%, i medici di famiglia del 72%. Più tiepido il giudizio sulla guardia medica (53%) e sulle Asl (46%). Ma quando il giudizio si allarga all’intero Servizio sanitario nazionale, i soddisfatti precipitano al 39%, meno di quattro italiani su dieci. È dentro questo clima di diffusa insoddisfazione che nascono le Case della Comunità.

Quasi la metà non sa cosa siano
Il primo ostacolo è la notorietà. Le nuove strutture, dopo quattro anni dalla loro introduzione, sono ancora poco conosciute. Solo l’8% degli italiani dichiara di averle utilizzate, un ulteriore 20% le conosce ma non vi è mai entrato. Il 30% ne ha soltanto sentito parlare, mentre ben il 42% afferma di non sapere nemmeno cosa siano. In altre parole, appena un cittadino su quattro conosce realmente le Case della Comunità e oltre quattro su dieci ne ignorano perfino l'esistenza. Una distanza che racconta quanto il progetto sia ancora lontano dall'essere percepito come parte della vita quotidiana.
Se la conoscenza è limitata, le aspettative rimangono elevate. Ma convivono con una forte prudenza. Appena il 4% degli intervistati ritiene che le Case della Comunità funzionino già oggi a pieno regime. Solo il 17% pensa che diventeranno pienamente operative nel giro di pochi anni. La quota più consistente, il 38%, è convinta invece che serviranno ancora molti anni prima di vedere il sistema realmente funzionante, mentre il 15% teme addirittura che la riforma non sarà mai pienamente realizzata. È una rilevazione che riflette perfettamente il clima del Paese: la riforma piace come idea, molto meno convince la sua concreta attuazione.

Aspettative alte, soprattutto al Sud
Eppure gli italiani continuano a credere che, una volta entrate davvero a regime, le nuove strutture possano cambiare il volto dell’assistenza territoriale. Il 60% si aspetta una riduzione degli accessi impropri ai pronto soccorso e un analogo alleggerimento del lavoro dei medici di medicina generale. Il 59% ritiene che renderanno le cure più accessibili ai cittadini, il 57% si aspetta un miglioramento della prevenzione e delle cure, mentre anche sul tema più difficile, quello delle liste d’attesa, prevale comunque l’ottimismo con il 51% che immagina un contributo positivo.
Le aspettative risultano ancora più elevate nel Mezzogiorno, dove tutti questi indicatori crescono ulteriormente e raggiungono rispettivamente il 66%, il 63%, il 65%, il 60% e il 58%. Segno che proprio nelle aree dove il Servizio sanitario è percepito come più fragile si concentra la maggiore speranza riposta nella nuova medicina territoriale.

Il vero nodo resta il personale
Ed è proprio qui che i dati del sondaggio si incrociano con la cronaca di questi mesi. La costruzione degli edifici è quasi conclusa. Più difficile sarà renderli realmente operativi. Secondo i monitoraggi di Agenas, ancora a dicembre scorso appena il 4% delle Case della Comunità disponeva di tutti i servizi previsti. Per questo il Governo ha chiuso in extremis l’accordo con i medici di medicina generale, che prevede fino a sei ore settimanali di attività nelle Case della Comunità, con turni di almeno tre ore per i professionisti non già impegnati nei distretti.
Ma non tutti sono convinti che basti. L’assessore lombardo Guido Bertolaso lo ha definito senza mezzi termini un “pannicello caldo”, ricordando come oggi appena il 17% della presenza dei camici bianchi nelle nuove strutture sia garantita dai medici di famiglia. La Lombardia, infatti, si è già organizzata ricorrendo a modelli alternativi di reclutamento.
Resta inoltre il divario territoriale. La Lombardia guida la classifica con 186 Case della Comunità già operative, seguita dal Lazio con 115 e dal Veneto con 102. Molto più indietro risultano invece la Puglia con 42 strutture attive, la Calabria con 48 in fase di realizzazione e la Sicilia, dove sono operative soltanto 54 Case della Comunità sulle 146 previste, mentre altre 27 sono concluse ma ancora in attesa di attivazione. La corsa per rispettare il cronoprogramma europeo sembra dunque conclusa. Quella per trasformare questi edifici in un sistema sanitario realmente funzionante è appena iniziata.



