La scelta Sociale di Frassati
Alessandro Battaglino 09:00 Lunedì 07 Luglio 2025 0
Il prossimo 7 settembre Papa Leone XIV proclamerà Santo Pier Giorgio Frassati, torinese morto nel 1925 a 24 anni di età. Lo stesso giorno verrà canonizzato anche Carlo Acutis, milanese morto nel 2006 a 15 anni. C’è un sottile filo rosso che lega questi due ragazzi: entrambi sono stati allievi dei Gesuiti. Il primo all’Istituto Sociale di Torino, il secondo al Leone XIII di Milano.
Era stato Papa Francesco, a preannunciarne la canonizzazione al termine dell’udienza generale del 20 novembre 2024, canonizzazione che non poté svolgersi a causa della sua morte. Papa Leone XIV, che da sempre enfatizza il ruolo dei laici nella Chiesa, ha voluto riprendere il processo, stabilendo la nuova data.
Entrambi, come dicevo, con i Gesuiti e grazie ai Gesuiti hanno iniziato quel cammino che li ha portati ad essere uomini per gli altri e a diventare prima beati e poi santi. Sia Pier Giorgio Frassati sia Carlo Acutis hanno incarnato e realizzato il principio cardine dell’ordine fondato da Sant’Ignazio di Loyola e degli Esercizi Spirituali che ne esprimono la spiritualità: cercare e trovare Dio in tutte le cose.
Come ha scritto il Cardinale Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano nel 2021 “cercare e trovare la volontà di Dio è un metodo di santificazione, una via di santità”.
Mi concentro sulla figura di Frassati, lasciando a un prossimo articolo un approfondimento su quella di Carlo Acutis.
Pier Giorgio nasce a Torino nel 1901 in una ricca famiglia borghese: il padre Alfredo, intimo amico di Giolitti, giornalista, proprietario del quotidiano “La Stampa”, senatore nel 1913 e, successivamente, ambasciatore a Berlino; la madre, Adelaide Ametis, nota pittrice torinese, allieva di Lorenzo Delleani, tant’è che anche il Re Vittorio Emanuele III ne acquista un quadro esposto alla Biennale di Venezia.
Piergiorgio non si trova molto a suo agio nel perimetro definito e imposto dal ceto sociale al quale appartiene, e nemmeno con la vita che si conduce a casa sua, dove la fede è un elemento più di forma che di sostanza. Condivide l’infanzia con la sorella Luciana, di appena un anno più piccola, la sua unica confidente appena iniziano i contrasti, presto evidenti, con mamma e papà.
L’entrata all’Istituto Sociale è il momento decisivo
Frequenta una prima volta il Sociale nel 1913-1914 per la terza ginnasiale. A questo periodo risale l’inizio di una intensa vita eucaristica. Padre Pietro Lombardi gli consiglia la comunione quotidiana, con grande disapprovazione materna, a cui dai 17 anni aggiunge, prima, l’adorazione eucaristica, specialmente notturna e l’iscrizione alle Congregazioni Mariane (oggi Comunità di Vita Cristiana), poi.
Una seconda volta all’Istituto Sociale è nel 1917-1918, dopo essere stato bocciato al liceo D’Azeglio, quando compie, in un solo anno, la seconda e la terza liceale (quarto e quinto anno) conseguendo la maturità nell’ottobre del 1918. In questo anno comincia a far parte della Conferenza di San Vincenzo, istituita proprio presso il Sociale, e questo fatto segna profondamente tutta la sua esistenza, intensificando quello slancio cristiano nella carità che è una caratteristica luminosa di Pier Giorgio.
Un intero volume di testimonianze raccolta dalla sorella Luciana, mamma di Jas Gawronsky, costituiscono una documentazione sbalorditiva del suo coraggio, della sua dedizione e della sua fede tradotta nella pratica di aiuti, visite, di ascolto, d’interessamento, di autentico amore cristiano. E’ rimasta famosa la prestazione di Pier Giorgio, che per aiutare i poveri nei traslochi e in altre circostanze, spingeva i carretti, si caricava di fagotti, di carbone o di legna, raggiungendo soffitte malsane dove poveri e malati lo attendevano tant’è che gli amici, per prenderlo in giro, lo chiamano “Frassati Impresa Trasporti”.
Non solo gesuiti, ovviamente. Si avvicina alla spiritualità dei Domenicani e diventa Terziario; a Berlino, seguendo il padre ambasciatore, ha l’occasione anche di conoscere padre Karl Sonnenschein, “il San Francesco tedesco”. Questa frequentazione lo fa interrogare sulla possibilità di diventare sacerdote, progetto che però Pier Giorgio accantona perché si rende conto di non avere la vocazione. Ma lui è felice così: diserta le occasioni mondane per la Messa e alla compagnia dei giovani rampolli borghesi predilige quella dei poveri, attraverso i quali sente saziarsi la sua sete di concretizzare il Vangelo. Sarebbe un errore, però, pensare che sia un tipo strano o isolato, tutt’altro: pieno della vera vita era, tra le altre cose, un grande appassionato della montagna e dell’alpinismo.
Non per nulla il suo motto era “verso l’alto”
Ed è proprio in cordata che, un giorno, incontra Laura Hidalgo. Se ne innamora subito, ma sarà un amore che terrà tutto per sé, nel proprio cuore, sia per “non metterla in imbarazzo” sia per non dare un’ulteriore fonte di dispiacere alla sua famiglia, essendo lei di un ceto sociale notevolmente inferiore. Un altro sacrificio che pochi giovani, al posto di Piergiorgio, avrebbero saputo affrontare. Ma lui, no. Lui affronta tutto con il sorriso, perché sa fin nel profondo di ogni sua fibra che l’amore vero è un altro, ed è quello che lo aspetta nella prossima vita, quella che comincia forse a intravedere, arrivando perfino ad anelare il giorno della nascita al cielo definendolo “il più bello di tutti”. In questo ultimo periodo fonda la “Società dei Tipi Loschi” i cui membri, “lestofanti e lestofantesse”, si danno soprannomi buffi (quello di Piergiorgio è Robespierre), fanno gite e scherzi, ma soprattutto aspirano alla più profonda delle amicizie: quella fondata sul sacro vincolo della preghiera e della fede. Un’amicizia cristiana vera, per certi aspetti profetica per buona parte dell’associazionismo laico della Chiesa che verrà.
In casa, però, Pier Giorgio non viene compreso: non si capisce perché preferisca recitare il rosario quotidianamente in una casa dove non si prega, perché non ambisca ad occupare un posto di rilievo nella società come invece suo padre ha sempre fatto raggiungendo il successo. È il giovane che invece di studiare, come i suoi genitori vorrebbero per raggiungere presto la laurea in ingegneria, «bighellona» con gli amici delle Congregazioni Mariane, della San Vincenzo, della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, nel convento dei padri domenicani, nelle sacrestie delle chiese per servire messa, «perdendo» continuamente tempo prezioso e invece di pensare ai doveri di un rampollo del suo rango si occupa di preghiere, di celebrazioni eucaristiche, di letture spirituali e come non bastasse alla legazione italiana di Berlino, dove suo padre è ambasciatore, ruba i fiori nelle sale di rappresentanza per portarli sulle tombe della povera gente.
Scrive suo padre nel febbraio del 1922: «Agendo sempre senza riflessione nelle cose che per te dovrebbero essere importantissime (come, nel caso speciale, era il non dimenticare il libro che ti doveva servire per il prossimo esame) diventerai un uomo inutile agli altri e a te stesso». Destinato a ben altri orizzonti rispetto a quelli della scalata sociale, Pier Giorgio, «l’uomo inutile», ritagliava spazi di eternità. E ancora nel 1922 legge duri biasimi paterni: «Bisogna che ti persuada, caro Giorgio, che la vita bisogna prenderla sul serio, e che così come tu fai, non va né per te, né per i tuoi, i quali ti vogliono bene e sono molto amareggiati per tutte queste cose che succedono troppo spesso e si ripetono sempre monotone e dolorose. Ho poca speranza che tu cambi, eppure sarebbe strettamente necessario cambiare subito: prendere le cose con metodo, pensare sempre con serietà a quello che devi fare, avere un po’di perseveranza. Non vivere alla giornata, senza pensiero come uno scervellato qualunque. Se vuoi un po’ di bene ai tuoi devi maturare. Io sono molto, ma molto di cattivo umore».
Per un uomo d’azione e di pervicace pragmatismo come il senatore Frassati è incomprensibile un figlio come il suo, votato alla preghiera, alla trascendenza, alla lotta per le idee di giustizia in nome del Vangelo. Padre e figlio avevano vite completamente diverse, ma entrambe frenetiche, l’una indirizzata al lavoro e all’amministrazione del patrimonio familiare, l’altra per operare nel nome di Dio con amore e carità. Nel sangue scorreva sangue biellese e come il padre in Pier Giorgio spiccavano dignità, intraprendenza, coerenza, eticità, schiettezza, rettitudine, coerenza e caparbietà.
È il 30 giugno 1925. Tutta la famiglia Frassati è in ansia per la salute di nonna Linda, che morirà il giorno seguente; così, nessuno fa caso a Piergiorgio che ha un mal di testa molto forte e non ha voglia di mangiare. Proprio lui, sempre così bello e in salute. Se ne accorgeranno quando, il giorno del funerale della nonna, non riesce neppure ad alzarsi da letto. Ma sarà troppo tardi. Ha contratto una poliomielite fulminante, che lo porta via il 4 luglio, a soli 24 anni. Alle sue esequie si presentano in migliaia: per lo più sono i poveri di Torino che aveva soccorso o anche solo accarezzato con la sua vita piena di Dio. “Io non conosco mio figlio!”, mormora il padre impressionato dalla folla e così il suo dolore si fa ancora più struggente.
Non si dà pace Alfredo Frassati, che comprende chi è davvero suo figlio solo nel momento in cui lo ha perso per sempre. Il suo cuore è spaccato, Piergiorgio ha lasciato un vuoto troppo grande, un silenzio assordante. Ma Alfredo non ha paura di soffrire: si fa scavare dalla sofferenza in profondità e pian piano quel vuoto si riempie della luce e della Parola di Dio. Si riavvicina alla fede, Alfredo, maturando verso la fine della sua vita – morirà nel 1961 – una conversione potente e meravigliosa che molti considerano, forse a ragione, il “primo” miracolo di Piergiorgio.
Molte vicende potrebbero essere raccontate
Il processo di beatificazione ha fatto accumulare materiale immenso su questo splendido ragazzo. Padre Secondo Goria, uno tra i gesuiti che maggiormente lo comprese e lo sostenne, ne raccolse diversi. Un giorno che i suoi compagni varcavano rumorosamente la porta del Sociale, Pier Giorgio fu il solo ad accorgersi che qualcosa turbava il volto del portinaio Ernesto Fassone. “Che succede Fassone?” chiese. Gli era morto l’unico figlio di 14 anni e Pier Giorgio gli rimase un poco vicino a confortarlo. L’anno seguente, lo stesso giorno, tra i ragazzi che si sperdevano di nuovo nell’atrio, tornò a fermarsi accanto al portinaio:” oggi è l’anniversario della morte di suo figlio. Lo ricorderò nella Comunione”.
Gli occhi attenti ai dolori e alle miserie della vita
Pier Giorgio è stato beatificato da Papa Wojtyla il 20 maggio del 1990. Pochi giorni prima, in occasione della sua visita a Torino, Giovanni Paolo II disse che “Pier Giorgio Frassati ci mostra cosa veramente significhi, per un giovane laico, dare una risposta concreta al vieni e seguimi che il Signore rivolge a ogni anima”. Lo presentò con queste parole: “basta dare uno sguardo seppure rapido alla sua vita, consumatasi nell’arco di appena 24 anni, per capire quale fu la risposta che Pier Giorgio seppe dare a Gesù Cristo: fu quella di un giovane moderno, aperto ai problemi della cultura, dello sport, un alpinista tremendo, attento alle questioni sociali , ai valori veri della vita, ed insieme di un uomo profondamente credente, nutrito del messaggio evangelico, solidissimo nel carattere, coerente, appassionato nel servire i fratelli, e consumato in un ardore di carità che lo portava ad avvicinare, secondo un ordine di precedenza assoluta, i poveri e i malati”. “Lui, che era così allegrone, quando parlava di cose spirituali, diventava un altro. Tanto è vero che quando veniva in camera mia, era come se entrasse il sole!», ha lasciato scritto il padre Lombardi e credo non ci possano essere parole migliori per riassumere l’intera esistenza di Pier Giorgio Frassati.
Vivere senza una Fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la verità non è vivere ma vivacchiare. Questo il suo testamento spirituale. Attuale più che mai.
Una brevissima nota autobiografica.
Per 13 anni sono stato studente e per 8 anni amministratore (anche se il termine economo mi è sempre piaciuto di più) dell’Istituto Sociale. Ho così avuto modo di conoscere Pier Giorgio Frassati attraverso letture, convegni, incontri spirituali all’interno della Comunità di Vita Cristiana. Il momento più emozionante l’ho, però, vissuto tra quelle montagne che lui tanto amava, durante un trekking attorno al Cervino guidato da Padre Giuseppe Giordano S.J. La prima notte di quel trekking dormimmo a Fiery in Val D’Ajas nella casa che fu della famiglia Frassati. E il pensiero di dormire dove un gigante della carità aveva dormito e vissuto non mi fece chiudere occhio. Ancora oggi a 35 anni di distanza ricordo ogni singolo instante di quella notte.



