La triste incoerenza dei Pro Pal

È bello manifestare, dà un senso di libertà innegabile. Quella sensazione che ti fa venire i brividi quando tutti insieme si grida o si canta “Bella Ciao”. (A proposito, aspetto ancora una versione pop firmata Alfa e Manu Chao). Tutto molto bello. Qualche volta l’ho fatto anch’io da studente universitario. Già allora la confusione era tanta, oggi mi sembra totale.

Riassumendo: si protesta per Gaza. Fin qui, nulla da dire. È giusto manifestare, è giusto creare un po’ di disagio, altrimenti che manifestazione sarebbe? Quello che non capisco è l’incoerenza. In piazza oggi, ieri a danneggiare le Ogr… e poi di nuovo lì per andare ai concerti. Concerti di artisti che, se fossero coerenti, forse nemmeno dovrebbero suonare in un posto che è stato la “causa scatenante” della protesta (la Tech Week ospitata proprio lì). E la coerenza dov’è quando la maggior parte dei manifestanti filma e fotografa tutto per i social? Social che appartengono a quelle stesse multinazionali che traggono profitto – spesso decisivo – dai conflitti.

Davvero credete che guerre e invasioni nascano da ideologie? Non sarà, piuttosto, per interessi economici e speculativi, come la storia insegna? Allora, qual è il senso del “blocchiamo tutto” se poi ci si ordina la kefiah su Amazon per averla pronta al prossimo corteo e al prossimo selfie? Se davvero volete bloccare tutto, iniziate da ciò che alimenta questo sistema. Stop agli acquisti online, stop ai fast food dopo le manifestazioni (che ormai costano più di un’osteria), stop allo scrolling e allo shopping compulsivo di abiti da 3 euro. Bloccare tutto significa partire da lì: dal proprio ego. Perché il problema, alla fine, nasce proprio da quello.

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