Senza "vision" non si governa
Mino Giachino* 17:24 Giovedì 04 Dicembre 2025 0
Caro Direttore,
siamo quasi a fine anno e anche quest’anno, malgrado tanti proclami e tante interviste a tutta pagina, il Paese e il Piemonte vedranno il loro Pil crescere dello zero virgola.
Due settimane fa, al tempo della bocciatura europea sul nostro Pil pro capite, il settimanale della Diocesi ha titolato: «Perché il Piemonte è all’ultimo posto». Come ci ha detto la Banca d’Italia, il Piemonte cresce poco, rallentato dall’economia torinese che vale il 55% di quella regionale. Perché da tempo mancano, a fasi alterne, uno, se non due, se non tutti e quattro i punti che ritengo essenziali per un buon uomo di governo: avere una “vision” sul futuro (per trent’anni ci hanno detto che bisognava puntare tutto sul turismo), possedere l’esperienza – cioè la conoscenza precisa di ciò che hanno fatto i nostri migliori amministratori nel passato –, disporre della competenza nelle materie più importanti e, infine, avere il realismo di andare a vedere la realtà, gli effetti sulla gente e sulle aziende delle scelte fatte.
Quando mancano queste cose, capita di scoprire amaramente, dopo venti anni, che il Pil pro capite piemontese, che nel 2003 era a 120 rispetto ai 100 della media europea, oggi è sceso a 99,7 su 100. Chi paga questo calo del Pil pro capite? Per dirla con monsignor Nosiglia, la metà della città che sta male. Oppure, come ci dice la ricerca presentata ieri, i piemontesi in ansia di non arrivare a fine mese. Quei piemontesi che vivono in maggioranza nel Torinese, e in particolare nella periferia della città, passeranno un Natale difficile, tutt’altro che bellissimo.
Ecco perché a fine anno, invece di fare nuovi proclami, sarebbe meglio fare un bilancio vero e autocritico sui risultati raggiunti, per correggere le strategie. In fondo un buon medico è talmente onesto da correggere la terapia se vede che non funziona.
La politica che si occupa dello stato di salute dell’economia e della società torinese sarà capace, in questi giorni, di fare un bilancio serio di come sta Torino? Consiglio di andare a mangiare la pizza – non da Briatore o al Sesto Gusto – ma in Barriera di Milano, a Mirafiori Sud, in Aurora: si spenderà di meno e ci si renderà conto delle differenze. Certo, non si troveranno le Luci d’Artista e ci si imbatterà probabilmente in qualche spacciatore.
Dopo la pizza, suggerisco ai giovani consiglieri comunali di leggere a Natale “La vita di Cavour” di Rosario Romeo: vedranno come in soli dieci anni di governo il Conte riuscì a progettare il Canale Cavour (che dal 1864, senza blackout, irriga i campi piemontesi), disegnò la rete ferroviaria, fece nascere l’Ansaldo che costruiva i treni e così fece politica industriale, fece approvare il progetto dell’opera del secolo – il traforo del Fréjus –, diede le concessioni a Rubattino per collegare le isole, ampliò il porto di Genova (anche se i genovesi mugugnavano), vinse la seconda guerra d’indipendenza anche grazie alla Contessa di Castiglione e unì l’Italia, che solo 46 anni prima Metternich aveva definito una mera espressione geografica. Alla sua morte in Piemonte c’erano 800 km di ferrovie.
Cavour fu il maestro della grande cultura di governo piemontese, proseguita poi con Giolitti e che si espresse in grandi sindaci – dal marchese Luserna di Rorà a Frola, da Peyron a Grosso – e, a livello nazionale, con Pella, Donat-Cattin, Bodrato, Botta e Calleri. Grazie a questi amministratori Torino seppe diventare una seconda volta Capitale, questa volta dell’industria, seppe rilanciare sé stessa e il Paese dopo la rovinosa Seconda guerra mondiale, mentre da trent’anni arretriamo continuamente. È vero, abbiamo ancora grandi potenzialità, ma se non si fa sintesi non riusciremo a fermare il declino. La speranza me la danno i quattro giovani ingegneri che hanno parlato alla Festa degli Ingegneri – uno più bravo dell’altro, anche se ne mancava uno, come ho fatto notare al presidente Ferro –: Torino deve lavorare sulla mobilità del futuro, che sarà il frutto della collaborazione tra intelligenza artificiale e automobile moderna. Soprattutto ora che tutti vogliono cambiare la scellerata delibera europea sul Green Deal che ha azzoppato la filiera industriale più importante d’Europa.
La speranza me la dà anche la rinnovata decisione europea di puntare sulla rete di trasporto ferroviario Av, tra cui la Tav, di cui si è finalmente riparlato alla Festa degli Ingegneri. Con la Tav la nostra città ritornerà al centro dell’economia e degli studi della “Tav Valley” (Lione-Torino-Milano-Genova), un’area da oltre 700 miliardi di Pil. Sarebbe il modo migliore per chiudere la stagione che ha portato al pesante declino del Pil pro capite e per ridare speranza anche a quei torinesi e piemontesi che si sentono un po’ figli di un Dio minore.
*Mino Giachino, Commissario cittadino Udc Torino



