Askatasuna, i passi falsi di Lo Russo

Caro Direttore,
sono rimasto deluso dall’intervento del sindaco in Consiglio comunale che, al di là di citazioni importanti, ha finito per difendere la sua componente di sinistra, Avs, grande sostenitrice di Askatasuna, cui è legata fin dai tempi della lotta No Tav.

La Democrazia Cristiana che Lo Russo ha avuto modo di conoscere, dopo una giornata come quella di sabato, avrebbe tolto le deleghe ad Avs e dato vita a una giunta monocolore per accompagnare la città alle elezioni. Così, oggi, Askatasuna si ritrova di fatto con una propria rappresentanza nella giunta comunale, mentre nel 1998 Castellani allontanò Stefano Alberione di Rifondazione Comunista, ritenuto troppo vicino ai centri sociali.

Nel frattempo, aumenta la cassa integrazione, si riduce la domanda di consumi e da anni il commercio cittadino ne paga le conseguenze. Torino è governata dal 1993 dalla sinistra, con la parentesi della giunta Appendino, e non è riuscita a risolvere la vicenda dello stabile di corso Regina Margherita occupato da trent’anni. Lo Russo ha certamente avuto il merito di cercare una soluzione, ma ha commesso un errore gravissimo: la precondizione per sedersi al tavolo con i garanti dei centri sociali avrebbe dovuto essere l’abbandono definitivo della violenza come metodo di lotta politica. Anche per amministrare una città, l’esperienza di governo nazionale è fondamentale.

Così, mentre i garanti discutevano, i loro “assistiti” assaltavano il cantiere della Tav, bloccavano la stazione, prendevano di mira la redazione de La Stampa. Partecipavano alle manifestazioni pro-Palestina, istruendo i più giovani alla lotta. La trattativa, inoltre, ha finito per conferire una sorta di patente di legittimità a un gruppo che fa della violenza un metodo che sublima la lotta politica.

Non è bastata la violenza del sabato prenatalizio, conclusasi con l’annuncio della manifestazione del 31 gennaio, lanciata con lo slogan “Ci prenderemo la città”. I programmi non erano stati nascosti: era stato annunciato l’arrivo di sostenitori dall’estero, prefigurati tre cortei, individuato Palazzo Nuovo come luogo di ospitalità. Nei giorni precedenti erano giunte segnalazioni di presenze poco raccomandabili, con sacchi e zaini, ospitate da amici torinesi. Alcuni giornali enfatizzavano il crescere delle adesioni, mentre si moltiplicavano le firme di dirigenti della sinistra politica e sociale che avrebbero dovuto cogliere per primi i segnali di ciò che stava accadendo.

Sabato mattina la procuratrice generale del Piemonte, Lucia Musti, commentando le violenze in piazza, ha descritto con chiarezza e coraggio il clima culturale che le rende possibili. Ha parlato di un’“area grigia”, colta e borghese, benevola verso gli antagonisti. Mi trovo d’accordo con l’ex pm Rinaudo quando sostiene che gli attacchi al cantiere della Tav, il blocco delle stazioni ferroviarie e gli scontri con le forze dell’ordine possano essere considerati veri e propri attacchi allo Stato.

Come può un’amministrazione come quella di Torino, medaglia d’oro della Resistenza, avere al proprio interno esponenti che dialogano amichevolmente con Askatasuna, alla luce di questi programmi? Un conto è essere contrari alla Tav in Parlamento o nelle sedi istituzionali, un altro è attaccare un cantiere dichiarato di interesse nazionale.

Tenuto conto della durezza degli scontri, rivolgo un plauso alle forze dell’ordine: si sarebbero potute rivedere scene simili a quelle del G8 di Genova.

Sono sempre più convinto che, se il sindaco avesse consultato gli autorevoli amici che frequentava nei primi anni Duemila, gli avrebbero consigliato di togliere le deleghe ad Avs o di dar vita a una giunta monocolore.

Tutto questo interpella anche i cattolici impegnati in politica, a partire da chi proviene dalla tradizione della Democrazia Cristiana.

Torino, dopo trentatré anni di amministrazioni di sinistra, è ancora in cerca di futuro: è la capitale della cassa integrazione, vive una forte precarietà nel lavoro giovanile, non ha saputo difendere la sua grande industria e soffre per collegamenti inadeguati – autostrade obsolete, un aeroporto poco sviluppato, una tangenziale incompleta – oltre al grave ritardo nella realizzazione della Tav e della Linea 2 della metropolitana. La città è sempre più spaccata in due, con i quartieri periferici progressivamente abbandonati.

Sabato pomeriggio sono passato dall’Oratorio della Resurrezione, in Barriera di Milano, dove un centinaio di ragazzi festeggiavano don Bosco: sembrava un altro mondo, nonostante a due chilometri di distanza fossero in corso gli scontri tra estremisti e forze dell’ordine.

*Mino Giachino, responsabile torinese Udc

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