Se la tragedia fa spettacolo
Alfredo Quazzo 09:40 Venerdì 06 Febbraio 2026 0
Jacques Moretti, indagato insieme alla moglie Jessica Maric per omicidio, lesioni e incendio colposi per quanto avvenuto al Lounge Bar Le Costellation di Crans-Montana, di cui è proprietario e gestore, è stato scarcerato dal tribunale svizzero «a seguito di una nuova valutazione del rischio di fuga» con una cauzione di circa 215 mila euro. All’imprenditore non è stato imposto l’uso del braccialetto elettronico ma resta sottoposto al divieto di lasciare la Svizzera e all’obbligo di presentarsi ogni giorno presso un posto di polizia. Dei 40 morti nel rogo, 22 sono svizzeri, 8 francesi, 6 italiani, un belga, un rumeno, un portoghese ed un turco, ma solo in Italia media e politica si sono scatenati contro la scarcerazione di Moretti.
«Sono indignata, è un oltraggio alla memoria delle vittime della tragedia di Capodanno e un insulto alle loro famiglie, che stanno soffrendo per la scomparsa dei loro cari», ha scritto sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, facendo sapere che Palazzo Chigi chiederà conto alle autorità svizzere di quanto accaduto. Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha mostrato sdegno, per questa «decisione priva di senso», richiamando a Roma l’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, e sferzando un attacco diretto alla magistratura elvetica: «Il problema non è il governo svizzero ma i magistrati di Sion, che sono garantisti quando fa comodo loro e aguzzini quando fa comodo loro». Tajani ha inoltre denunciato che la magistratura cantonale è «responsabile di un’inchiesta che fa buchi da tutte le parti» e che Moretti «potrebbe tentare la fuga». Più lapidario il vicepresidente del consiglio e leader della Lega Matteo Salvini, che si è lasciato andare a un sonoro «Vergogna!».
Il governo elvetico, per voce del ministro degli Esteri Cassis, su X ha scritto: «Come l’Italia, anche la Svizzera piange le 40 vittime e i tanti feriti della tragedia di Crans-Montana. Capiamo il dolore, perché è anche il nostro». Mattia Feltri in un suo recente articolo riporta le impressioni che una sua amica linguista, ora trasferita a Utrecht, ha scritto a proposito di come la stampa italiana sta trattando il caso di Crans-Montana: «Non ho mai visto né giudici né pubblici ministeri rilasciare interviste sui processi in corso, non ho mai visto video o foto di criminali, né presunti conclamati, né prima né dopo il processo, né mai ho conosciuto per esteso il loro nome». E aggiunge che in Olanda i casi di cronaca nera vengono trattati tutelando i parenti degli indagati, che «non vengono inseguiti da giornalisti e fotografi né tormentati sui social».
Il caso di Crans-Montana, accaduto il gennaio scorso, è un perfetto esempio di come la macchina mediatica italiana scatti in automatico quando si verifica una tragedia. Mentre in Svizzera l'approccio è rimasto prevalentemente focalizzato sulle responsabilità oggettive e sulla sicurezza, in Italia la notizia ha seguito lo schema classico della “Tv del dolore”. Prima ancora dei risultati ufficiali della Procura elvetica, i media italiani hanno iniziato a formulare “teoremi” sulle uscite di sicurezza bloccate e sulla gestione del locale. Questo atteggiamento ha alimentato il senso di “giustizia popolare” tipico dei nostri talk show.
In Italia questi comportamenti riscuotono un certo successo non solo perché risvegliano la curiosità, ma anche perché rispondono a meccanismi psicologici e sociali profondi che i media hanno imparato a sfruttare. Vedere una tragedia, soprattutto attraverso uno schermo, permette di confrontarsi con le proprie paure più profonde verso la morte, la perdita, la violenza, rimanendo in una zona di sicurezza e aiutandoci a gestire l'ansia che comporta la casualità della vita. A questo si aggiunge l’emotività che, attraverso la presentazione della cronaca nera con il format da giallo, trasforma un evento tragico e “insensato” in un enigma da risolvere e l’“incomprensibile” in una narrazione coerente che illude di poterci far comprendere il male.
Diverso l’atteggiamento della società francese che, influenzata dal cartesianismo, tende a privilegiare un approccio più razionale e distaccato. La narrazione melodrammatica e l'esposizione delle emozioni private sono spesso percepite come volgari o “impudiche”. Esiste una maggiore barriera tra la sfera pubblica e quella privata. Esporre il proprio dolore in televisione o partecipare a teoremi mediatici sulla vita intima altrui non gode dello stesso consenso sociale che si riscontra in Italia.
Proprio sulla tragedia di Crans-Montana si può notare la divergenza di gestione della notizia: mentre i media italiani hanno focalizzato l'attenzione sulle storie personali e sulle polemiche emotive, i canali francesi (come BfmTv) hanno mantenuto una copertura più tecnica, concentrata sulla dinamica dell’evento e sulle risposte delle autorità elvetiche, evitando di trasformare le vittime in personaggi da talk show.
Sorge spontanea la domanda: da dove trae origine questo morboso approccio che tanto ci distingue dagli altri paesi europei, rendendoci artefici di una società dove tutto fa spettacolo, anche le più efferate tragedie? Perché siamo così vicini al tipo di società che il filosofo e scrittore francese Guy Debord nel 1967 descrisse nel saggio “La Societè du Spettacle” in cui analizza come la vita sociale sia sostituita dalla sua rappresentazione, trasformando l’essere in avere e l’avere in apparire?
Secondo alcune analisi sociologiche (Univ-Censis del 2025) l’Italia è una società caratterizzata da una forte insicurezza personale e da individualismo: circa il 66,5% degli italiani si sente insicuro. Inoltre, secondo il rapporto Censis 2024, la società italiana ha in sé una sorta di paradosso: presenta una forte tendenza soggettivista e individualista (solo il 15% degli italiani avverte senso di appartenenza alla comunità al di fuori della famiglia), pur provando un’insoddisfazione sociale diffusa e un senso di incertezza sul proprio ruolo nel tessuto sociale. In questo contesto, il dolore altrui diventa un punto di riferimento emotivo forte, capace di generare una connessione immediata, seppur superficiale, che i temi politici o sociali, percepiti come distanti, non riescono più ad offrire. L’altro paradosso è che molti italiani dichiarano di disprezzare i toni morbosi dei media, mentre i dati Auditel mostrano che gli stessi programmi sotto accusa sono i più visti.
Insomma, mentre noi italiani ci crogioliamo tra una lente di Sherlock Holmes e un pianto compassionevole, i media, che sono imprese di business, ci confezionano il prodotto che più soddisfa questa emotività, insensibili dei sentimenti dei protagonisti coinvolti nella tragedia. Non penso sia corretto approfittare delle tragedie per curare le proprie paure, meglio affidarsi a qualche psicologo. Per le generazioni future, sarebbe opportuno istituire una formazione civica seria ed obbligatoria a partire dalle scuole primarie, che fornisca ai nostri giovani allievi i mezzi per comprendere il ciclo causa-effetto o, meglio ancora, evidenza-analisi-sintesi-enumerazione e revisione, introdotte da Cartesio, per diminuire il rischio di diventare “preda” della Società dello Spettacolo.



