Referendum, l'esito oltre i numeri
Giacomo Bellina 07:56 Sabato 04 Aprile 2026 0
Triplice fischio alle ore 15 del 23 marzo. I giocatori rientrano negli spogliatoi, con l’amaro in bocca per una partita che si conclude in pareggio. Potrebbe sembrare il commento al termine di un incontro di calcio, e – probabilmente – sarebbe stato preferibile che lo fosse davvero. Invece, è l’immagine che meglio descrive quanto accaduto con il recente referendum sulla giustizia. Un esito che, a una lettura superficiale, potrebbe apparire come un pareggio, ma che in realtà racchiude una dinamica più complessa.
Da un lato, infatti, il “No” ha prevalso in maniera netta sul “Sì”, ribaltando aspettative e orientamenti che sembravano inizialmente favorevoli alla riforma. Dall’altro, però, anche il fronte del “Sì” esce ridimensionato, avendo condotto una campagna spesso poco efficace sul piano informativo e troppo sbilanciata su quello comunicativo. In questo senso, il “pareggio” non è aritmetico ma qualitativo: il “No” ha vinto sul piano del risultato, ma il “Sì” ha perso l’occasione di costruire un consenso consapevole.
La campagna referendaria a sostegno della riforma si è infatti concentrata, in più momenti, sull’ingigantimento dei possibili effetti positivi e sull’utilizzo di esempi non sempre pertinenti, finendo per assumere i tratti di una campagna elettorale più che di un percorso di chiarimento. È mancato, in larga parte, uno sforzo sistematico volto a spiegare con precisione ai cittadini cosa sarebbe effettivamente cambiato, quali fossero i limiti della riforma e quali le sue implicazioni concrete. Il risultato è stato un dibattito che, anziché favorire una scelta informata, ha contribuito ad alimentare confusione e polarizzazione. E questo vale, seppur con modalità diverse, per entrambi i fronti. La contrapposizione si è spesso spostata dal merito al piano identitario, trasformando il confronto in uno scontro tra posizioni precostituite più che in un’analisi delle questioni in gioco. Ed è proprio questo il punto critico.
La proposta referendaria, al netto delle posizioni legittimamente contrapposte, toccava un nodo discusso da decenni: quello della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. Un tema tecnico, complesso, ma non privo di una sua coerenza interna, soprattutto nella prospettiva di rafforzare l’equità e l’imparzialità del processo. L’idea di ridurre al minimo le possibili interferenze tra le due funzioni, creando una distinzione più netta tra chi accusa e chi giudica, rappresenta una linea di riflessione presente da tempo nel dibattito giuridico. Ciò che lascia perplessi, allora, non è tanto l’esito in sé – il voto contrario a una riforma è sempre legittimo – quanto il contesto in cui esso è maturato.
Alcuni segnali, emersi durante e dopo il voto, sollevano interrogativi sulla reale natura del confronto: manifestazioni di esultanza eccessiva, prese di posizione fortemente identitarie, mobilitazioni che sembrano travalicare il merito del quesito per collocarsi su un piano più strettamente politico.
A questo punto, la domanda diventa inevitabile: si è votato davvero sulla riforma? Oppure il referendum è stato, almeno in parte, interpretato come un’occasione per esprimere un giudizio più ampio, se non direttamente politico, sull’attuale assetto di governo? Se la risposta fosse la prima, nulla da eccepire: il dissenso informato è il cuore della democrazia. Ma se fosse la seconda, allora il rischio è quello di uno slittamento dello strumento referendario verso una funzione impropria, quella di anticipazione del confronto elettorale. Un esito che finirebbe per svuotare il significato stesso del referendum, trasformandolo da momento di valutazione nel merito a semplice indicatore di consenso politico.
Al di là del risultato numerico, questo referendum non consegna una mera vittoria, ma tutt'altro. Ha vinto il “No”, è vero; ma il “Sì” ha perso ben prima dello scrutinio, rinunciando a spiegare semplicemente la riforma e preferendo una comunicazione spesso fuorviante, talvolta forzata, più orientata a convincere che a far comprendere. Il risultato è che il vero significato è rimasto sullo sfondo, sacrificato ad una dinamica di contrapposizione e ad una campagna che, su entrambi i fronti, ha privilegiato l’appartenenza. In queste condizioni, il referendum smette, allora, di essere uno strumento di scelta consapevole e di esercizio della sovranità, ma diventa poco più di un indicatore politico, svuotato della sua funzione più autentica.



