Non si tutela così il Made in Italy

In questi giorni, nei Consigli comunali di tutta Italia, sta circolando un ordine del giorno che sprona l'Anci a fare lobby per richiedere una revisione sostanziale del Codice doganale europeo. L’oggetto del contendere è il principio normativo che permette di identificare l’origine di un prodotto sulla base del suo ultimo luogo di trasformazione. In altre parole: se una partita di pellame arriva dal Centro Europa, ma viene lavorata sapientemente nei distretti delle Marche per diventare una borsa o un paio di scarpe, quel prodotto finito sarà, a tutti gli effetti, Made in Italy. Lo stesso meccanismo regola il settore agroalimentare: l’importazione di materie prime dall’estero e la loro successiva trasformazione in Italia consentono di immettere sul mercato mondiale pasta, salumi, prodotti da forno e molto altro fregiandosi del nostro tricolore.

Già da qualche anno l’industria alimentare ha avviato importanti campagne di valorizzazione per quei prodotti realizzati interamente con materie prime nazionali. Tuttavia, non possiamo ignorare la realtà dei fatti: moltissimi dei beni che oggi vendiamo ed esportiamo come Made in Italy sono l'esito fisiologico di catene del valore globali, di cui solo l’ultimo – seppur fondamentale – passaggio avviene nel nostro Paese. E sono proprio questi volumi a rappresentare un pilastro irrinunciabile del nostro export.

L’ordine del giorno promosso nei Comuni risponde sicuramente a un’esigenza sacrosanta: garantire maggiore trasparenza al consumatore. Ma la politica deve porsi una domanda pragmatica. Basta semplicemente sovvertire un principio in essere per garantire più competitività al Sistema Paese? Oppure l’abolizione di questa regola doganale rischia, di fatto, di azzoppare ulteriormente un'economia manifatturiera già fragile come la nostra?

È indubbio che l’Italia debba trovare la forza di rafforzare il prestigio del proprio brand nel mondo. Tuttavia, la strada migliore non è quella di scardinare regolamenti che tengono in vita i nostri comparti industriali. Al contrario, l’energia andrebbe investita in un serio rilancio dei marchi di identificazione geografica. Una tutela che deve essere potenziata non solo nel campo alimentare, ma anche – e con altrettanto vigore – nelle produzioni extra-alimentari di eccellenza. La specificità italiana, in fondo, non è solo una questione di confini agricoli. Nasce certamente dal suolo di questo Paese, ma prende vita altrove. Sono le mani, le teste, gli occhi e le intuizioni delle persone che vivono i nostri territori a fare la vera differenza. È l’intelligenza delle nostre comunità che, da secoli, si dimostra capace di prendere una materia prima anonima e trasformarla in pura bellezza. E questo, nessun codice doganale potrà mai cancellarlo.

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