Giovani educati al caos

In un’Italia pervasa da manifestazioni di piazza quasi quotidiane (ma forse anche in Europa), ci ritroviamo – adulti, giovani e meno giovani – sotto il tiro possente di costanti messaggi mediatici, gestiti con virulenta veemenza (come nel caso di Alessandro Barbero) o con pacata ma implacabile determinazione (come Tomaso Montanari), in teatri nevralgici come le Università e, soprattutto, tra i giovani. Un pubblico enorme, quello dei giovani, predisposto all’ascolto e spesso anche all’assorbimento non sempre critico di concetti importanti.

Alcune delle parole chiave demonizzate da professori e “vati” sono “ordine” e “disciplina”, termini rappresentati come sommi emblemi di fascismo tout court, di oppressione e di diabolico schiacciamento della libertà. Il loro contrario è “disordine” e “indisciplina”, concetti esaltati alla massima potenza per combattere lo stato delle cose.

Ebbene, i professori e i “vati” si rendono conto di dove vogliono arrivare? Instillare il senso di disordine e indisciplina tout court in giovani intelligenze, senza spiegare loro come gestire il “post-caos”, in una pura e unica spinta alla distruzione dell’attuale stato delle cose, appare – almeno a tantissimi di noi adulti, giovani e meno giovani italiani – un’operazione priva di fondamenti organici e strutturali, priva di una profonda coscienza socio-politica, priva di robuste basi per ricostruire (dopo aver distrutto) una società migliore.

Ordine e disciplina sono concetti che possono essere interpretati in maniera assai diversa dalla deleteria connotazione del ventennio: forse possono (o potrebbero) essere adeguati all’oggi nel senso di un ordine sociale mirato ad arginare la violenza dilagante e il degrado, e di una disciplina che riporti al rispetto delle più elementari regole di convivenza e di rispetto della comunità tutta, oggi quasi quotidianamente messa a dura prova da comportamenti, diciamo così, sconcertanti.

Certo, le ragioni del degrado dilagante sono complesse; certo, non ci si può limitare a reprimere; si deve (o si dovrebbe) lavorare sulle cause della violenza e del degrado, in una profonda e strutturale operazione di recupero e crescita delle fasce più esposte. Certo. Ma tutto questo deve avvenire dentro una dimensione democratica e responsabile.

I professori e i “vati”, i media talvolta faciloni e forse un po’ opportunisti, gli opinionisti che cavalcano l’onda spingendo verso disordine e indisciplina senza valutare il dopo, senza indicare concreti, solidi e realistici obiettivi a migliaia di giovani facilmente coinvolgibili, si rendono conto di ciò che fanno? Se sì, sono davvero pericolosissimi; se no, lo sono altrettanto, forse anche di più.

In buona sostanza, se tutto ciò è solo mirato ad abbattere un Governo, può anche avere un suo senso. Ciò che inquieta tantissimi italiani è però questo: come vengono preparate queste migliaia di giovani per il “dopo”? Se le parole d’ordine sono solo “disordine” e “indisciplina”, varranno anche nel futuro e per sempre? Quali linee di comportamento sociale e civile vengono espresse per dare un senso futuro alla Democrazia che, per fortuna, pervade il nostro Paese?

È una domanda importante, seria, che si accompagna a importanti e serie responsabilità, sulle quali forse chi oggi detiene un grande potere di influenza sulle masse – soprattutto di giovani, ma non solo – non sta riflettendo a sufficienza, o forse colpevolmente non riflette.

Grazie per l’attenzione

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