Senza lavoro Torino non si rialza
Mino Giachino* 13:46 Giovedì 30 Aprile 2026 0
Caro Direttore,
nella nostra vita, a parte gli affetti familiari, il lavoro è senza dubbio la componente più importante. Ci mette alla prova, ci dà soddisfazioni, ci consente di costruire una famiglia – la cosa più bella e appagante –, di approfondire gli studi e di viaggiare nelle parti del mondo che ci incuriosiscono. È la più grande scuola di formazione: integra, completa e spesso sublima tutto ciò che abbiamo imparato, letto e scritto.
Ho vissuto le due fasi della vita economica e sociale del nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. Ho visto il lavoro di mio padre, di mio nonno e dei miei zii. Nell’inverno del ’59, con i miei fratellini, per due mesi ci impegnammo in un lavoro che la Ferrero di Canale affidava all’esterno: piegare e formare le scatole per i Mon Chéri. Ci davano una lira a scatola. Con quel lavoro, che per noi era anche un gioco, i miei genitori acquistarono la lavatrice.
Arrivato a Torino alla fine del 1960 vidi ancora le ultime case bombardate da ristrutturare. Vidi l’immigrazione di tante famiglie dal Veneto, dall’Emilia e dal Sud. Per molti bastò la presentazione del parroco per essere assunti alla Fiat o nelle prime aziende dell’indotto. Doppi turni nelle scuole, che faticavano a ospitare i nuovi arrivati; straordinari nelle fabbriche. Torino non era bella come oggi: una patina grigia, segnata dalla guerra, la ricopriva. Ma il lavoro c’era, pur con tutti i problemi della catena di montaggio e della forte divisione politica e sindacale.
L’autunno del ’69 fu reso caldo dalle carenze abitative e dall’aumento dei prezzi, non compensato dai bassi salari dell’epoca. Eppure, insieme alle autostrade e al Piano Marshall, si era costruito il boom economico, frutto di una classe politica e di governo di grande livello.
L’operaio, poi sindacalista, Sabatini, giunto in Parlamento, fece approvare una legge che aiutò il finanziamento delle piccole imprese attraverso lo sconto delle cambiali: una norma che, pur modificata, esiste ancora oggi. Dove lo troviamo oggi un parlamentare capace di scrivere e far approvare una legge così importante per l’economia?
In quell’autunno caldo – reso ancora più drammatico dalla bomba di piazza Fontana – il grande ministro del Lavoro, Carlo Donat-Cattin, costrinse la Confindustria a firmare contratti sostanziosi. Convocò nel suo ufficio il presidente degli industriali, Angelo Costa, e gli disse: “Presidente, questa volta tocca a voi pagare”. Se si incontra Pier Mario Cornaglia, storico imprenditore dell’indotto, si sentirà dire quanto quella stagione sia costata alle aziende.
In quegli anni di grande crescita le disuguaglianze diminuirono, perché al lavoro venne riconosciuto il suo valore. E Donat-Cattin – ultimo grande esponente della scuola di governo piemontese, il cui metodo andrebbe studiato nelle scuole di formazione politica e nelle università – diede al Paese una delle leggi più importanti: lo Statuto dei Lavoratori.
Iniziai a frequentarlo alla fine del ’69: mi affascinò. Seguii gli scontri con gli Agnelli e con l’ala sinistra del sindacato, che non comprendeva come, dopo lo Statuto, fosse necessario consolidare i risultati e mantenere la competitività con le altre economie produttive. Andrebbero riletti i suoi discorsi all’inaugurazione del Salone dell’Automobile – che Torino non avrebbe mai dovuto perdere – quando parlava guardando negli occhi l’Avvocato, seduto in prima fila. E lo stesso Avvocato che, uscendo, suggeriva ironicamente all’autista del ministro, juventino e amante dell’Alfa Romeo, di far provare anche le Fiat.
Allora, per i consiglieri comunali e per il sindacato, la Fiat era il bene più importante per la città e, pur tra divisioni, il lavoro restava centrale.
Da trent’anni non è più così. Torino ne paga le conseguenze: crescita economica debole, forte calo del Pil pro capite, difficoltà che colpiscono cassa integrati, disoccupati, precari e periferie dimenticate.
Torino si riprenderà solo se il lavoro tornerà a essere una priorità per tutti. Non un lavoro qualsiasi, precario, ma un lavoro serio, di cui anche l’economia moderna ha bisogno per essere competitiva. Non aver difeso il settore dell’auto è la colpa più grave di chi ha amministrato la città negli ultimi trent’anni, insieme a un sindacato che ha accettato il progressivo ridimensionamento. Mi auguro che Filosa riesca a fermarlo.
La mobilità non diminuirà: cambierà, sarà trasformata dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale. Ma Torino deve tornare a essere una delle capitali della mobilità del futuro. È su questa sfida che si misurerà la qualità della classe politica, sindacale e intellettuale torinese.
Il Consiglio comunale rilegga i nomi dei grandi amministratori del passato, che sedevano negli stessi scranni oggi occupati per battaglie meno importanti. Il sindacato rialzi la testa a difesa del lavoro vero – quello dell’industria, quello di aziende come Spea o Prima Industrie – e del futuro della città. Altrimenti il rischio è che la piazza del Primo Maggio, al netto delle violenze dei soliti noti, sia meno partecipata e meno forte di quanto lo fu piazza Castello nel 2018 per il Sì Tav.
La crescita economica e occupazionale tornerà, ma solo con il coraggio di dire dei “sì”. Con i “no” a tutto, Torino ha conosciuto negli ultimi anni soltanto declino.
Viva il Primo Maggio, viva il lavoro.
*Mino Giachino. responsabile torinese Udc



