Dissenso anonimo e fuori tempo

Gentile Direttore,
la lettera pubblicata sul vostro giornale sulle elezioni dell’Ordine degli Ingegneri di Torino contiene molte suggestioni, parecchia retorica e un curioso paradosso: chi lamenta la mancanza di confronto democratico lo fa rigorosamente dopo le elezioni, rigorosamente senza firma e soprattutto senza aver avuto il coraggio – o la capacità – di costruire un’alternativa. Perché questo è il punto politico reale.

Le elezioni erano aperte. Le regole erano note. I tempi erano pubblici. Chiunque poteva candidarsi, presentare una lista, raccogliere consenso, proporre idee diverse e chiedere il voto agli iscritti. Nessuno lo ha fatto. Non perché mancasse la democrazia. Semplicemente perché mancavano i numeri. E allora diventa difficile sostenere che la lista unica sia il sintomo di una deriva autoritaria. Più realisticamente è il segno che, al momento, non esisteva, e parliamo di un mese fa, una proposta alternativa credibile, organizzata e rappresentativa. La verità è che è molto più facile scrivere lettere anonime a elezioni concluse che metterci la faccia prima.

Colpisce poi il tentativo di ridimensionare il risultato elettorale parlando di “soli” 1.550 voti. Sarebbe utile ricordare ai lettori che nessun candidato, nella storia dell’Ordine degli Ingegneri di Torino, aveva mai ottenuto un numero così alto di preferenze personali. Mai. E forse questo consenso ha anche ragioni molto concrete.

Nel corso dell’ultimo mandato il Consiglio dell’Ordine degli Ingegneri di Torino ha realizzato risultati che per anni erano stati evocati, auspicati e spesso inseguiti da precedenti Consigli senza mai riuscire a concretizzarli.

Abbiamo trasferito la sede dell’Ordine in una villa di proprietà della nostra Cassa previdenziale, di fronte al Politecnico di Torino: una sede più grande, più funzionale, economicamente più sostenibile, accessibile alle persone con disabilità e conforme ai necessari standard di sicurezza, superando finalmente i limiti strutturali della vecchia sede di piazza San Carlo, certamente prestigiosa ma ormai inadeguata alle esigenze moderne della professione e degli iscritti.

Abbiamo costruito un rapporto strutturato con il Politecnico di Torino, creando sinergie che vanno dall’utilizzo condiviso di aule e spazi fino alla realizzazione di percorsi di formazione permanente di altissimo livello per gli iscritti. Un investimento strategico non soltanto per gli ingegneri, ma per l’intero sistema produttivo torinese, perché professionisti più preparati significano imprese più competitive, innovazione più forte e maggiore capacità di sviluppo per il territorio.

Abbiamo aperto concretamente l’Ordine agli iscritti, creando spazi e postazioni di co-working pensati soprattutto per i giovani professionisti e per chi vede nell’Ordine non un luogo burocratico, ma una comunità professionale viva e utile.

Abbiamo infine costruito un’interlocuzione credibile con le istituzioni pubbliche, restituendo all’Ordine un ruolo autorevole nei processi decisionali che riguardano il territorio, le infrastrutture, la sicurezza, l’innovazione e la trasformazione urbana.

Tutto questo è perfettibile, naturalmente. Ma difficilmente può essere liquidato come semplice “gestione del cadreghino”.

Anche il tema della partecipazione merita un minimo di onestà intellettuale. Le precedenti elezioni dell’Ordine di Torino – le prime svolte con modalità di voto online e nelle quali erano presenti due liste contrapposte – registrarono un’affluenza sostanzialmente analoga a quella odierna. Questo dato dimostra che la partecipazione non dipende automaticamente dal numero delle liste presenti, come qualcuno oggi tenta semplicisticamente di sostenere.

Si possono discutere i modelli ordinistici, si può criticare il ruolo degli Ordini professionali, si può perfino contestare la mia idea di rappresentanza. Ma i numeri hanno una loro oggettività: 1.550 colleghi mi hanno espresso direttamente il loro consenso. E lo hanno fatto liberamente. E con un consenso superiore a quattro anni fa. Chi oggi prova a trasformare questo risultato in un problema democratico finisce involontariamente per delegittimare proprio gli iscritti che hanno votato.

C’è poi un altro equivoco di fondo che emerge chiaramente dalla lettera pubblicata. L’Ordine professionale viene descritto come se fosse un sindacato o un’associazione di categoria. Non è così. L’Ordine degli Ingegneri è un ente pubblico e la sua funzione principale non è quella di rappresentare interessi corporativi, bensì quella di garantire la qualità, la correttezza e l’etica dell’esercizio professionale, tutelando prima di tutto la collettività. Gli Ordini esistono perché la firma di un ingegnere incide sulla sicurezza delle persone, sulle infrastrutture, sugli edifici, sugli impianti, sull’ambiente, sul territorio, sui device medicali, sulla sicurezza informatica.

Questo naturalmente non esclude il sostegno agli iscritti, la formazione, il dialogo con le istituzioni o la promozione della professione. Ma confondere un Ordine con un sindacato significa non coglierne la natura e la sua funzione istituzionale. Naturalmente auspico anch’io una partecipazione sempre più ampia. Ma sarebbe interessante capire dove fossero tutti questi improvvisi difensori del pluralismo quando c’era da costruire una lista alternativa, raccogliere candidature e confrontarsi apertamente con gli iscritti. Perché la democrazia non consiste nel lamentarsi dell’esito quando non si è riusciti neppure a scendere in campo.

Quanto alle caricature sui “cadreghini”, sulle “liturgie romane” o sulle fotografie pubblicate sui social, siamo sinceri: più che un’analisi istituzionale sembrano argomenti da retroscena pre-elettorale. E forse è proprio questo il punto. La sensazione è che questa polemica guardi molto meno all’Ordine di Torino e molto più ai futuri equilibri nazionali della categoria. Legittimo, per carità. Ma allora sarebbe più onesto dichiararlo apertamente invece di travestire un’operazione politica da riflessione sociologica sulla crisi della rappresentanza.

Io insieme al Consiglio eletto continueremo a fare ciò che abbiamo sempre fatto: lavorare per gli ingegneri, confrontarci con chiunque abbia idee e proposte serie, e accettare le critiche quando arrivano alla luce del sole e con nome e cognome.

Le lettere anonime, invece, servono quasi sempre a una sola cosa: colpire qualcuno senza assumersene la responsabilità.

*Giuseppe Ferro, presidente Ordine degli Ingegneri della Provincia di Torino

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