Pfas, occorre fare di più

Prendiamo atto che, dopo mesi di silenzio, l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi sia tornato a parlare di Spinetta Marengo. È significativo, però, che le risposte arrivino solo dopo una mobilitazione pubblica o quando si punge l’orgoglio personale di qualcuno.  Alle richieste formali di incontro, alle domande sul biomonitoraggio, sulla presa in carico sanitaria, sulla task force regionale e sul futuro del territorio non era invece seguita alcuna risposta.

Ci fa piacere che l’assessore abbia deciso di intervenire. Ma le questioni aperte restano tutte sul tavolo.

Riconosciamo senza difficoltà che il biomonitoraggio promosso dalla Regione sia stato un passaggio importante. Fino a pochi anni fa il tema PFAS era sostanzialmente ignorato dalla politica piemontese e il fatto che oggi se ne parli apertamente è anche il risultato delle mobilitazioni, delle denunce e delle richieste avanzate per anni da cittadini, comitati e associazioni.

Ma non si può pensare che prelevare il sangue alle persone esaurisca il problema. Oggi ci sono cittadine e cittadini che hanno scoperto di avere PFAS nel sangue e che non sanno quali percorsi sanitari seguire, quali controlli effettuare nel tempo, quale supporto riceveranno e quali strumenti la sanità pubblica metterà loro a disposizione. Su questo la Regione è ancora gravemente in ritardo.

Vale la pena ricordare che le prime analisi del sangue per la ricerca dei PFAS nella popolazione di Spinetta, non le ha promosse la Regione. Sono nate grazie all’impegno di cittadini, associazioni e comitati che hanno costruito percorsi indipendenti di analisi e ricerca insieme all'Università di Liegi e a laboratori specializzati in Germania.

Il nodo, però, è che serve una posizione chiara sulla progressiva eliminazione dell’intera classe dei PFAS, sostanze persistenti che si accumulano nell’ambiente e negli organismi viventi. Finché si continuerà a ragionare molecola per molecola, finché si continuerà a misurare il danno senza fermarne la causa, arriveremo sempre in ritardo.

Per questo non comprendiamo il senso del paragone con il passato. Se per anni la politica ha ignorato il problema PFAS, questo non può diventare il metro con cui misurare l’azione di oggi. Il fatto che ieri si sia fatto troppo poco non significa che oggi sia sufficiente fare appena qualcosa in più. Sarebbe come vantarsi di aver chiamato i pompieri, mentre la casa continua a bruciare.

Allo stesso modo, il fatto che altri enti abbiano compiuto scelte profondamente sbagliate non può diventare un alibi per continuare su quella strada. Che il Comune di Alessandria abbia scelto di accettare un risarcimento per il danno ambientale subito da questo territorio è stato ed è un errore gravissimo. Lo abbiamo detto allora e lo ribadiamo oggi: decenni di contaminazione e malattie non si monetizzano. Si bonificano.

Quanto ai “gruppi organizzati”, respingiamo con forza qualsiasi tentativo di contrapporli alla popolazione. I comitati sono composti da cittadini, genitori, lavoratori, pensionati, giovani e famiglie che vivono questo territorio. Sono le stesse persone che partecipano agli incontri pubblici, che hanno aderito al biomonitoraggio, che convivono con i PFAS nel sangue.

I comitati sono una parte di questa comunità e ne rappresentano le preoccupazioni, le domande e le richieste. E la richiesta è semplice: quando la Regione intende concludere il lavoro che ha iniziato? Perché le analisi del sangue sono importanti, ma rappresentano soltanto il punto di partenza.

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