Torino e l'illusione della crescita
Alessandro Di Mauro 15:29 Mercoledì 10 Giugno 2026 0
Ho seguito con interesse il recente convegno promosso dal notaio Ganelli sul futuro e sulla crescita di Torino. Tuttavia, per affrontare seriamente il tema della crescita occorre prima chiarire di quale crescita stiamo parlando. Nel mondo contemporaneo, crescita significa essenzialmente crescita capitalistica: attrazione di investimenti, insediamento di imprese, concentrazione di capitale, innovazione produttiva e aumento della produttività.
Se Torino non cresce, allora la domanda non è come convincere gli investitori a venire, ma perché gli investitori non vengono. La risposta non può essere liquidata con l’ottimismo o con gli slogan. Il capitale, infatti, non si muove per simpatia verso una città o per appelli della politica locale. Va dove trova condizioni favorevoli.
Torino sconta innanzitutto una questione geografica e logistica. È una città collocata all’estremo ovest del Paese, compressa dall’attrazione economica di Milano, che continua a concentrare funzioni finanziarie, direzionali e logistiche. Anche sul fronte francese le prospettive non sono così semplici come spesso vengono raccontate. Nel frattempo, abbiamo perso la partita del Terzo Valico. La nuova logistica del Nord-Ovest guarda soprattutto ad Alessandria e a Milano, non a Torino. L’aeroporto di Caselle non ha il peso di un grande hub internazionale e l’alta velocità verso l’Europa resta una promessa più che una realtà compiuta. Per questo appare riduttivo immaginare che basti chiedere a Taiwan, al Giappone o ad altri Paesi di investire sul territorio torinese. Se questi investimenti non arrivano, non è perché nessuno li abbia invitati. È perché il sistema economico individua altrove condizioni considerate più vantaggiose.
Anche il tema di un secondo produttore automobilistico va affrontato senza illusioni. Oggi l’industria automobilistica mondiale è sempre più automatizzata. Se un grande costruttore decidesse di insediarsi a Torino, lo farebbe con impianti ad altissima tecnologia e con una domanda di lavoro molto inferiore rispetto al passato. Non sarebbe il ritorno della grande fabbrica capace di assorbire migliaia di lavoratori. Lo stesso discorso vale per l’aerospazio. È un settore importante, avanzato e strategico, ma occupa prevalentemente personale altamente qualificato. Non rappresenta una risposta strutturale per interi quartieri popolari della città. Inoltre, una parte significativa della filiera è legata alla produzione militare, con tutte le contraddizioni che ciò comporta.
Nel frattempo, l’Europa si è allargata. Chi cerca manodopera manifatturiera competitiva trova spesso condizioni più favorevoli in Polonia, Ungheria o in altri Paesi dell'Est. Pensare di invertire questa dinamica con semplici politiche locali significa sottovalutare la forza dei processi economici globali.
Per questo motivo continuo a ritenere che la vera sfida per Torino non sia inseguire una crescita che potrebbe non arrivare mai nelle forme immaginate. La sfida è gestire con intelligenza una trasformazione che è già in corso. Torino perde abitanti da decenni. Cambia la propria struttura produttiva. Riduce il peso della manifattura tradizionale. È una città che deve imparare a governare una decrescita demografica e industriale senza viverla come una sconfitta.
La domanda da porsi non è soltanto come crescere, ma come vivere meglio in una città che probabilmente non tornerà ad essere la metropoli industriale del Novecento. Come riutilizzare gli spazi vuoti. Come mantenere servizi di qualità. Come evitare che interi quartieri vengano abbandonati. Come distribuire ricchezza e opportunità in una fase di trasformazione. Torino continua a interrogarsi su come attrarre investimenti, ma forse dovrebbe interrogarsi su come governare la propria trasformazione. Perché il capitale non si muove per affetto verso i territori, né per gli auspici della politica locale. Si muove dove trova convenienza, infrastrutture, mercati e rendimenti.
Per decenni Torino ha cercato di tornare ad essere ciò che era stata nel Novecento. Forse è arrivato il momento di accettare che quella stagione è finita. La sfida non è ricostruire la Torino della grande fabbrica, ma immaginare una città diversa, capace di vivere bene anche senza inseguire continuamente modelli di sviluppo che appartengono a un’altra epoca.
La vera domanda non è se Torino crescerà. La vera domanda è se saprà governare il proprio cambiamento senza lasciare indietro interi quartieri, intere generazioni e una parte sempre più ampia della propria popolazione. Perché il capitale non ha memoria, non ha radici e non ha sentimenti. Le città, invece, sì. Per questo dovremmo forse avere il coraggio di abbandonare la retorica della crescita infinita e cominciare a ragionare su come gestire una decrescita intelligente, ordinata e, per quanto possibile, felice. Non come una sconfitta, ma come un adattamento realistico alle dinamiche economiche, produttive e geografiche del nostro tempo.
Torino, con ogni probabilità, continuerà a perdere peso manifatturiero e centralità economica rispetto ad altri poli europei. La sfida sarà allora quella di preservare la qualità della vita, i servizi, gli spazi pubblici, la coesione sociale e il diritto ad abitare la città. In questo scenario, anche una progressiva diminuzione della popolazione potrebbe rappresentare un elemento di equilibrio, consentendo di riallineare infrastrutture, servizi e dimensione urbana alle reali capacità del territorio.
Non dobbiamo dunque chiederci soltanto come crescere. Dobbiamo imparare a governare una decrescita che appare già in atto, cercando di renderla il più possibile sostenibile, equilibrata e persino felice. Perché il futuro di Torino, forse, non dipenderà dalla sua capacità di diventare più grande, ma dalla sua capacità di vivere meglio diventando, anno dopo anno, un po’ più piccola.



