Un Paese ostaggio delle corporazioni

Il 10 giugno 2026, il Ministero della Salute ha comunicato alle Regioni il ritiro del decreto della riforma della medicina territoriale che avrebbe modificato il ruolo dei medici di famiglia prevedendo il passaggio parziale alla dipendenza del Servizio Sanitario Nazione per i medici di medicina generale e il loro inserimento strutturale nelle Case di Comunità. La decisione è arrivata dopo forti critiche da parte dei sindacati dei medici e resistenze politiche anche all’interno della maggioranza di governo.

I sindacati avevano espresso forte preoccupazione per il rischio di una “de-professionalizzazione” della categoria. Veniva contestata in particolare l’imposizione di modelli organizzativi di tipo ospedaliero applicati in modo rigido alla medicina del territorio. Tra le principali critiche emerse nelle scorse settimane, si segnalano: l’esclusione dei medici esperti (si legava l’accesso alla dipendenza al possesso del titolo di specializzazione, penalizzando i professionisti con anni di servizio ma privi di tale percorso) e il rischio fuga dei giovani (i medici in formazione e i neodiplomati avrebbero potuto abbandonare la medicina territoriale per evitare vincoli d’assunzione rigidi).

L’ipotesi allo studio da inserire nella prossima convenzione medica è l’obbligo dell’orario ridotto, pari ad almeno 6 ore settimanali, da svolgere all’interno delle strutture di prossimità. Questo compromesso servirebbe a tutelare gli investimenti europei evitando il collasso organizzativo dei nuovi centri assistenziali.

Sul sito dell’Azienda Sanitaria Locale "Città di Torino" (Regione Piemonte) si legge: «Le Case di Comunità sono i presidi territoriali che rappresentano il punto di riferimento per i cittadini con bisogni sanitari e socio-sanitari a valenza sanitaria. Sono un luogo fisico che costituisce la porta di ingresso al Servizio Sanitario Nazionale per l’assistenza di prossimità. Missione delle Case di Comunità è prendersi cura delle persone attraverso: accoglienza; collaborazione tra professionisti; condivisione dei percorsi assistenziali; valorizzazione delle competenze».

In altre parole le Case di Comunità (CdC) sono i nuovi centri sanitari del territorio, introdotti dalla riforma della sanità e finanziati dal PNRR (Decreto del Ministro della Salute 23 maggio 2022, n. 77), per diventare il punto di riferimento per la salute dei cittadini ed evitare di “intasare” i “pronto soccorso” degli ospedali. L’obiettivo è di evitare che i cittadini, per qualsiasi motivo di salute anche non urgente, debbano recarsi in ospedale affrontando svariate ore in attesa di una prima visita. Per questo motivo le Case di Comunità concentrano in un unico luogo tutti i servizi sanitari e sociali di base, al fine di facilitare i cittadini che non dovranno più girare tra mille uffici e studi diversi per accedere ai servizi sanitari.

Le Case di Comunità dovrebbero quindi fungere da filtro territoriale per i casi non urgenti, intercettando milioni di accessi impropri prima che raggiungano l’ospedale. Secondo i dati sanitari nazionali, circa 4 milioni di accessi annuali ai pronto soccorso italiani sono codici bianchi o verdi chiari. Si tratta di problematiche lievi che potrebbero essere gestite in totale sicurezza sul territorio. Tuttavia, oggi a bloccare la loro piena operatività è un grave dilemma politico: molte strutture sono state costruite o ristrutturate, ma faticano a garantire la presenza fissa dei medici a causa dei problemi contrattuali.

Il progetto prevede la realizzazione, a Torino, di 15 Case di comunità per un investimento superiore ai 23 milioni di euro e scadenza, per rendere le strutture operative, maggio 2026. Secondo i tecnici del Grattacielo entro giugno dovrebbero essere attive circa il 70% delle Case e degli Ospedali di comunità piemontesi. Intanto in Piemonte delle 96 Case di Comunità previste, solo 5 risultano pienamente operative, con tanto di infermieri e medici di famiglia.

Ma perché in Italia stentano a decollare? La discrepanza tra gli evidenti vantaggi teorici per il cittadino e la realtà pratica è causata da un cortocircuito strutturale, contrattuale ed economico del sistema sanitario italiano. Sebbene l'idea di integrare tecnologie avanzate (come le risonanze o le Tac portatili) e medici specializzati sul territorio, sia eccellente, l'attuazione pratica si scontra contro quattro ostacoli principali:

1) Il blocco dei contratti dei medici di famiglia (Mmg): in Italia i medici di famiglia non sono dipendenti dello Stato, ma liberi professionisti convenzionati. I sindacati dei medici (come la Fimmg) si oppongono fermamente all'obbligo di trasferirsi fisicamente dentro le Case di Comunità. Temono di perdere l'autonomia gestionale e contestano la mancanza di tutele economiche chiare per coprire i costi di spostamento e gestione. Senza un accordo contrattuale nazionale, lo Stato non può obbligare i medici a lavorare in queste strutture;

2) Le "Scatole Vuote": edilizia contro personale. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) finanzia solo le spese "in conto capitale" (comprare o ristrutturare i palazzi, acquistare i macchinari). È vietato utilizzare i fondi europei del PNRR per sostenere la spesa corrente, cioè per pagare i canoni mensili, le bollette o gli stipendi del personale. Le Regioni, che gestiscono i bilanci sanitari locali, sono spesso in deficit, non hanno le risorse economiche autonome per assumere le migliaia di medici e infermieri necessari a far funzionare i nuovi macchinari e i turni h24;

3) La carenza drammatica di personale sanitario: anche se ci fossero i soldi per assumerli, i professionisti sanitari fisicamente non ci sono. Mancano all'appello oltre 5.700 medici di famiglia e circa 7.000 infermieri rispetto agli standard minimi richiesti per l'assistenza territoriale. I dati ufficiali dell'agenzia del Ministero della Salute (AGENAS) evidenziano la gravità della situazione: su circa 781 Case di Comunità parzialmente aperte in Italia, solo 204 hanno una presenza di medici conforme alle necessità reali. Le altre sono aperte solo poche ore o presentano unicamente uno sportello amministrativo;

4) La frammentazione regionale e la burocrazia: la sanità italiana è divisa in 21 sistemi regionali autonomi. Questo crea enormi disparità nell'attuazione dei progetti: alcune regioni riescono a organizzare concorsi e attivare i servizi sanitari territoriali in modo efficiente, altre regioni sono bloccate da lunghissimi contenziosi legali e burocratici legati ai bandi di gara per le ristrutturazioni edilizie, accumulando mesi o anni di ritardo sulla tabella di marcia del PNRR.

In conclusione: l’organizzazione stenta a decollare perché si è pensato a finanziare la costruzione delle “mura” e l’acquisto delle tecnologie, senza risolvere prima i problemi di chi deve lavorarci dentro. Quando prendiamo in esame il “mondo del lavoro”, imprenditori e salariati, ci accorgiamo che è formato da insiemi e sottoinsiemi di piccole e grandi “corporazioni”. Imprenditori e salariati si identificano in gruppi che hanno interessi diversi. Queste aggregazioni danneggiano il governo di una nazione perché sostituiscono l’interesse pubblico generale con interessi particolari di gruppi corporativi, paralizzando l'azione dello Stato e bloccando lo sviluppo economico. Anche alcuni sindacati, nati per riequilibrare i rapporti di forza tutelando i diritti collettivi contro gli interessi delle imprese, rischiano, per fare pressione sul governo, di trasformarsi a loro volta, in una corporazione che tiene in ostaggio il Governo o addirittura a configurarsi come un partito politico. Difendendo rigidamente lavoratori già protetti, bloccando le riforme, utilizzando in modo distorto lo sciopero nei servizi pubblici essenziali (trasporti, sanità, scuola), opponendo resistenza all'innovazione (opposizione ideologica a digitalizzazione), alle privatizzazioni e alla meritocrazia nella Pubblica Amministrazione, non fanno altro che rallentare l’efficientamento dello Stato paralizzando il Paese.

Nelle democrazie mature, l’equilibrio si raggiunge quando lo Stato riconosce il sindacato come interlocutore per il benessere sociale, ma mantiene la forza di legiferare in autonomia senza cedere a veti particolari. Le corporazioni si manifestano attraverso dinamiche distruttive sia nei sistemi democratici sia in quelli autoritari. Le corporazioni (sotto forma di lobby, monopoli di settore, organizzazioni sindacali distorte) accumulano un tale peso economico/sociale da condizionare le leggi. I governi, temendo scioperi di categoria o perdita di consenso elettorale, cedono ai loro diktat.

Non è la cartina al tornasole dell’Italia^ Io penso di sì e credo che se non si promuove un metodico ed organico acculturamento dei cittadini che sono ancora oggi preda delle corporazioni, il Paese resterà solo “bello” (grazie a quello che gli ha donato la dea bendata) ma inefficiente ed ingiusto.

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