Il Paese da favola di Meloni

La narrazione favolistica del governo guidato da Giorgia Meloni sta crollando pezzo dopo pezzo sotto il peso della realtà. Il racconto di un’Italia “forte, stabile e rispettata” si è rivelato per quello che è: un gigantesco esercizio di propaganda. Il Paese si ritrova oggi ostaggio di un esecutivo paralizzato dal dilettantismo, accecato dal furore ideologico e incapace di produrre uno straccio di visione sul futuro.

La destra di governo da tempo ha gettato la maschera. L’abolizione del Reddito di Cittadinanza, sbandierata come una crociata morale contro i “divanisti”, non ha creato un solo posto di lavoro dignitoso. Ha semplicemente scaricato la povertà assoluta sui bilanci dei Comuni ed esposto le fasce più deboli al ricatto sociale. Mentre l’esecutivo si vanta di record occupazionali che esistono solo nei comunicati stampa di Palazzo Chigi, l’Italia reale affoga nella piaga dei working poor. I contratti precari proliferano, il potere d’acquisto è polverizzato dall’inflazione e i salari reali restano fermi al palo rispetto ad altri Paesi europei. La risposta del governo? Un sonoro “no” al salario minimo e una serie di manovre finanziarie all’insegna dell’austerità e dei tagli al welfare, concepite solo per non irritare le agenzie di rating.

Il fallimento di questa classe dirigente è palese nello stato comatoso in cui versano i servizi pubblici. La sanità pubblica è stata ridotta al lumicino: liste d’attesa infinite, pronto soccorso al collasso e personale in fuga verso il privato o l'’estero. Curarsi è diventato un lusso per pochi. A questo si aggiunge lo spettacolo indecoroso di una rete di trasporti allo sbando. Tra ritardi cronici, guasti quotidiani e una gestione delle infrastrutture ferroviarie che definire dilettantistica è un eufemismo, i pendolari italiani vivono una via crucis quotidiana. E tutto questo mentre i fondi del Pnrr vengono rimodulati, tagliati e ritardati da Ministeri incapaci persino di spendere le risorse concesse dall’Europa per lo sviluppo degli Stati membri.

Il cosiddetto “orgoglio nazionale” si è tradotto in una totale irrilevanza. Giorgia Meloni ha tentato per mesi di accreditarsi come leader moderata a Bruxelles, salvo poi farsi reclinare ai margini dei tavoli decisionali europei. Le alleanze con i leader della destra radicale e populista hanno isolato l’Italia, riducendola a spettatrice passiva dei dossier geopolitici ed economici più importanti.

Il fallimento più fragoroso si consuma sul terreno identitario della destra: l’immigrazione. Gli sbarchi non si sono mai fermati, mentre le costose e fallimentari operazioni di propaganda – come i centri di detenzione in Albania – sono diventate un boomerang giudiziario ed economico, costando milioni di euro ai contribuenti senza risolvere nulla.

La coalizione di centrodestra consuma il tempo della legislatura in un pericoloso mercantile istituzionale: l’Autonomia Differenziata a trazione leghista in cambio del Premierato per Fratelli d’Italia. Un baratto di potere che rischia di spaccare definitivamente in due un Paese già profondamente diseguale e di svuotare di significato le istituzioni democratiche. Quella di Giorgia Meloni non è stabilità: è immobilismo mascherato da autorità. È una navigazione a vista che si regge unicamente sulla colpevolizzazione dei nemici immaginari per nascondere l’evidente e strutturale incapacità di guidare una grande nazione occidentale.

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