In città serve una Smart Security
Stefano Scabellone 10:31 Venerdì 17 Luglio 2026 0
Il dibattito sulla sicurezza urbana è costantemente al centro dell’agenda politica, tra il ripetersi di gravi fatti di cronaca e l’ennesimo disegno di legge del Governo, che ormai assomiglia alla celebre rincorsa tra il coyote e lo struzzo. A questo proposito, il nuovo saggio di Carlo Bonini e Franco Gabrielli, “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica”, invita a una riflessione sulla quale vale forse la pena soffermarsi.
Il volume offre un punto di vista autorevole sulla sicurezza urbana, alternativo, innanzitutto, alle politiche securitarie della destra, ma anche critico nei confronti della storica resistenza della sinistra a riconoscere il problema della sicurezza, spesso descritto attraverso eufemismi e parafrasi fino a ridurlo a una mera questione di “percezione” o, come scrivono gli autori, di “distorsione cognitiva”.
Il saggio propone così una via d’uscita dalla sterile contrapposizione tra gli approcci securitari della destra e le minimizzazioni della sinistra. Bonini e Gabrielli denunciano infatti il “paradosso securitario”: un modello che tenta di prevenire ogni rischio trasformando l’ordine pubblico in un dispositivo di controllo permanente, con effetti spesso soltanto cosmetici e temporanei. La duplice funzione di prevenzione e repressione finisce così per spostare l’asse delle politiche verso misure sempre più vincolanti e restrittive delle libertà.
La domanda che attraversa tutto il volume è insieme politica e culturale: vogliamo difendere la sicurezza contro la democrazia o attraverso una democrazia più responsabile? La strada indicata da Bonini e Gabrielli è chiara: abbandonare le soluzioni semplici e urlate e costruire, quartiere per quartiere, un patto tra cittadini e istituzioni che restituisca alla sicurezza il suo significato originario di bene comune.
Finché continueremo a vivere i nostri contesti urbani all'interno del paradigma securitario, sarà impossibile uscire dal paradosso della sicurezza già evocato da Philip K. Dick in Minority Report, poi portato sul grande schermo da Steven Spielberg. L’unico modo per spezzare questa circolarità consiste nel promuovere politiche della sicurezza fondate sulla responsabilizzazione dell’intera filiera istituzionale e sociale coinvolta nelle diverse attività che incidono sulla sicurezza urbana, adottando un nuovo paradigma di sicurezza “relazionale”, capace di fare leva sui valori e sulle istituzioni della democrazia invece che indebolirli.
Occorre superare quella che si potrebbe definire una “gestione ansiosa” del rischio, che finisce per allontanarsi dalla tutela dei diritti e trasformare ogni fenomeno in un problema di ordine pubblico, facendo confluire ogni dimensione della sicurezza in un unico paradigma.
In questo loop securitario, l’ordine pubblico si politicizza e la gestione della sicurezza diventa, come osserva Gabrielli, un “palcoscenico” ostaggio della propaganda, finalizzato più a rassicurare i residenti spostando il problema altrove che ad affrontarlo nel merito. Il risultato è paradossale: da un lato si alleggeriscono le responsabilità dello Stato, dall’altro si scaricano sui territori e sulle istituzioni locali tutti gli oneri del contenimento sociale di fenomeni che vanno dal degrado urbano alla criminalità predatoria, fino alla gestione della pressione migratoria.
Si pone quindi la necessità di ripensare l’architettura istituzionale costruita negli ultimi decenni attraverso l’istituzione, presso i Comuni, di una specifica funzione amministrativa che li renda i veri terminali delle politiche nazionali in materia di sicurezza e, in particolare, delle politiche migratorie, inserendoli in una filiera istituzionale realmente integrata con quella statale della pubblica sicurezza.
Questa esigenza potrebbe essere sintetizzata nell'istituzione dell'area funzionale della “sicurezza urbana integrata”, o Smart Security.
Il primo passo dovrebbe essere, soprattutto a sinistra, quello di superare definitivamente la distinzione tra sicurezza reale e sicurezza percepita, come se quest’ultima fosse semplicemente il prodotto di una distorsione cognitiva. Ciò significa comprendere che, per intervenire sulla percezione, bisogna intervenire direttamente sulle cause del fenomeno e non limitarsi a rimedi palliativi.
Percezioni e paure sono precipitate negli ultimi anni anche a causa della gestione inadeguata dei fenomeni migratori da parte dello Stato e delle altre istituzioni. Proprio questi fenomeni hanno fatto emergere, attraverso le cronache quotidiane delle città, il fallimento delle politiche esclusivamente securitarie.
L’integrazione, d’altra parte, non è un esercizio di benevolenza, ma richiede un lavoro concreto, fondato su tutte le leve necessarie alla costruzione della piena cittadinanza: diritti, ma anche doveri; riconoscimento reciproco di valori, storia, cultura e istituzioni.
È proprio in questo ambito che emerge con forza la necessità di responsabilizzare i territori, mettendoli nelle condizioni di programmare e gestire gli interventi in modo costante e sostenibile, attraverso una pianificazione ordinaria e non straordinaria o episodica. Consapevoli, come ricorda Gabrielli, che la sfida dei prossimi anni si giocherà nelle città ma “soprattutto nei piccoli centri, dove la denatalità svuota il territorio e l’arrivo di nuovi abitanti può rigenerarlo oppure, al contrario, lacerarlo”.
La funzione comunale di “sicurezza urbana integrata”, da istituire autonomamente oppure, quando le dimensioni del territorio lo richiedano, anche in forma associata, rappresenta probabilmente una strada più difficile e meno spettacolare rispetto alla teatralità degli interventi di ordine pubblico – zone rosse, blocchi navali e simili – ma certamente più seria.
Si tratta, in definitiva, di ricostruire il senso di comunità, mettendo in relazione le persone, perché la città non è soltanto il luogo nel quale ci si muove, ma quello nel quale ci si riconosce e ci si conosce. Occorrono istituzioni territoriali riconoscibili, capaci di diventare luoghi permanenti di progettazione della sicurezza dei quartieri, nei quali “istituzioni, cittadini, forze dell’ordine, servizi e terzo settore lavorano insieme per creare valore pubblico, trasformando bisogni e conflitti in priorità condivise e in interventi verificabili"”
Tavoli nei quali non ci si limiti a scambiarsi lamentele, ma si mettano insieme dati, esperienze quotidiane e competenze professionali per definire priorità, programmare interventi, correggere la rotta e misurarne gli esiti.
Esperienze di questo tipo sono già state avviate, seppure in modo frammentario, attraverso tavoli locali e, dal 2007, mediante i cosiddetti Patti locali per la sicurezza. Tuttavia, non hanno mai avuto l’opportunità – né gli strumenti istituzionali – per diventare una vera attività ordinaria di programmazione degli enti locali. Occorre quindi promuovere, in stretta sinergia con le istituzioni centrali, una forma di sicurezza relazionale o Smart Security, intesa come sicurezza quale bene comune.
Quel “bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città”, perseguito attraverso “l’affermazione di più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile”, come recita il decreto-legge n. 14 del 2017, cui concorrono prioritariamente, con interventi integrati, le istituzioni locali e nazionali, nel rispetto delle rispettive competenze.
Un obiettivo da perseguire non soltanto mediante strumenti di ordine pubblico, ma anche attraverso interventi di riqualificazione urbanistica, sociale e culturale, il recupero delle aree degradate, l’eliminazione dei fattori di marginalità ed esclusione sociale, la prevenzione della criminalità – in particolare di quella predatoria – e la promozione della cultura della legalità. Perché, come concludono Bonini e Gabrielli, il nodo resta sempre lo stesso: «La sicurezza vogliamo difenderla contro la democrazia o attraverso una democrazia più responsabile?»
Se continueremo a seguire la strada della paura e del rancore, lasciando che siano questi sentimenti a guidare la politica, saremo sempre tentati di rincorrere soluzioni semplici e gridate, capaci soltanto di spostare il problema. Se invece accetteremo la fatica di guardare ai dati, ascoltare le percezioni, riconoscere i limiti delle istituzioni ma anche le responsabilità di ciascuno, allora la sicurezza potrà tornare a essere ciò che dovrebbe essere: un bene comune, frutto di un patto tra cittadini e istituzioni, non un terreno di scontro identitario. È una strada percorribile. Quartiere per quartiere. Municipio per municipio. Immaginando insieme temi, priorità e responsabilità condivise.



