Roggero, la grazia oggi è un errore 

Gentile Direttore,
osservo con una certa preoccupazione, da chi vive ogni giorno la complessa realtà dell’amministrazione pubblica e degli enti locali piemontesi, il dibattito sollevatosi all’indomani della sentenza definitiva sul caso di Mario Roggero. Le recenti prese di posizione di figure di spicco della nostra politica regionale, come il Presidente Cirio e la consigliera Scanderebech, che invocano un intervento immediato del Capo dello Stato, meritano una riflessione lucida, sgombra dalle pur comprensibili spinte emotive.

Nessuno, specialmente sul nostro territorio, è insensibile al dramma umano di un commerciante onesto, esasperato e segnato da traumi pregressi, la cui vita è stata stravolta da un evento tragico. Tuttavia, chi rappresenta le istituzioni ha il dovere della responsabilità, e chiedere la grazia presidenziale oggi, a ridosso di una sentenza di Cassazione, rappresenta una forzatura per tre ragioni fondamentali.

Il rispetto della separazione dei poteri. Il potere di grazia non è, e non deve mai diventare, un “quarto grado di giudizio” politico per sanare sentenze che l’opinione pubblica fatica a digerire. I giudici hanno fatto il loro lavoro applicando il Codice penale, il quale stabilisce che l’inseguimento a rapina conclusa non configura legittima difesa, ma omicidio. Sconfessare questo principio dal giorno alla notte significherebbe delegittimare il potere giudiziario.

Il fattore tempo e la funzione della pena. La grazia è un atto di clemenza eccezionale che, storicamente e giuridicamente, presuppone l’inizio di un percorso espiatorio, un ravvedimento o l’insorgere di condizioni di incompatibilità. Concederla ora, a luglio 2026, a poche ore dal giudicato, equivarrebbe a un colpo di spugna che annulla l’esecuzione della pena prima ancora che inizi.

Il messaggio alla comunità civile. Quale segnale diamo ai cittadini se la politica suggerisce che, di fronte a un forte impatto mediatico, il monopolio dell’uso della forza da parte dello Stato diventa negoziabile? Avallare l’idea che la giustizia fai-da-te possa essere perdonata a stretto giro indebolisce il senso stesso dello Stato di diritto.

La politica regionale dovrebbe stringersi attorno a una comunità ferita e lavorare per garantire maggiore sicurezza sul territorio e supporto reale al tessuto commerciale, senza però alimentare aspettative irrealizzabili o promettere scorciatoie costituzionali. Il Quirinale è il custode degli equilibri della Repubblica. Lasciamo che l’ordinamento penitenziario faccia il suo corso; solo il tempo e le future valutazioni della magistratura di sorveglianza potranno, un domani, creare i presupposti per un intervento umanitario. Oggi, forzare la mano serve forse a raccogliere consensi, ma fa un pessimo servizio alle nostre istituzioni.

Cordiali saluti.

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