Tornare in piazza per la Tav

Caro Direttore,
lo Spiffero chiama e io rispondo. A proposito degli attacchi al cantiere della Tav sul versante italiano, scrivi che sono rimasto l’unico tra gli organizzatori della grande manifestazione Sì Tav del 10 novembre 2018 in Piazza Castello a continuare, con ostinazione, la battaglia a favore dell’opera.

Hai ragione. Ma oggi la Tav è ancora più importante di quanto lo fosse sette anni fa, quando riuscimmo a riempire Piazza Castello come mai la società civile e la politica erano state capaci di fare. È ancora più importante perché le guerre degli ultimi anni ci hanno dimostrato come il blocco delle rotte marittime possa diventare un’arma strategica devastante.

L’economia mondiale viaggia soprattutto via mare; soltanto le merci a più alto valore aggiunto, come le Ferrari, viaggiano in aereo. Il Canale di Suez, la grande opera che ridusse i tempi dei commerci e restituì centralità al Mediterraneo, come comprese per primo Cavour, è da anni condizionato dagli attacchi degli Houthi. Lo Stretto di Hormuz è tornato a essere un punto di tensione internazionale dopo gli ultimi sviluppi del conflitto in Medio Oriente. In questo scenario i collegamenti ferroviari tra Europa e Asia stanno tornando strategici.

Non è un caso che l’Italia, insieme a molti altri Paesi, punti sul corridoio IMEC, destinato a collegare l'India all’Europa, aggirando proprio quei colli di bottiglia geopolitici.

Solo chi non conosce il funzionamento della logistica internazionale – e purtroppo non sono pochi – può pensare che il Corridoio Mediterraneo, l’asse ferroviario che collega il sud della Spagna, il Portogallo, la Francia e l’Italia fino all’Europa orientale, attraversando territori che producono circa un quinto del Pil europeo, non sia decisivo.

Ogni anno circa 20.000 treni merci partono dalla Cina verso l’Europa. L’Italia ne intercetta solo una minima parte perché manca ancora il collegamento ad alta capacità della Torino-Lione. Così perdiamo traffici, occupazione nella logistica e preziose entrate fiscali.

Come ho spiegato nel mio ultimo libro, presentato alla Camera dei deputati insieme al dottor Gianni Letta, i corridoi ferroviari europei e la nuova diga foranea del porto di Genova possono fare del Nord Italia il principale hub logistico del Mediterraneo, garantendo al Paese almeno un punto di Pil in più ogni anno. Per un’economia che da troppo tempo cresce di pochi decimali sarebbe una svolta straordinaria.

Purtroppo molti di coloro che in questi anni hanno ricoperto incarichi ben retribuiti in Telt, in Regione o al Governo non hanno compreso fino in fondo questa sfida strategica. Ogni giorno di ritardo nei lavori sul lato italiano è un danno per la crescita economica e un torto ai tanti giovani e disoccupati che aspettano nuove opportunità di lavoro.

Fa sorridere, poi, che proprio gli ambientalisti della Val di Susa siano contrari alla Tav, quando in tutto il mondo il movimento ambientalista sostiene il trasporto ferroviario come il mezzo più sostenibile per merci e persone. Peraltro l’Italia dispone del Ferrobonus, incentivo al trasporto merci su rotaia che introdussi nel 2009, quando ero al Governo, molto prima che Greta Thunberg diventasse il simbolo mondiale dell’ambientalismo. Costruiamo la Tav e incentiviamo le imprese a usarla proprio per togliere camion dalle strade, ridurre incidenti e abbattere l’inquinamento.

Per questo continuo a ritenere di lavorare per il bene comune, forse più di quei cattolici No Tav dai quali, ancora oggi, non ho sentito una sola parola di condanna per le violenze contro le forze dell’ordine e contro il cantiere.

Vedo invece troppi sepolcri imbiancati tra coloro che continuano a fingere di non capire come il Festival dell’Alta Felicità sia diventato, nei fatti, il punto di raccolta dal quale ogni anno prende avvio la consueta manifestazione violenta contro il cantiere. Da tempo sostengo che quella manifestazione andrebbe vietata. Esistono autorità ben al di sopra del Comune di Venaus che avrebbero potuto assumersi questa responsabilità.

Chi in questi anni ha avuto il compito di seguire la Tav e non ha fatto tutto il possibile per accelerare i lavori sul versante italiano porta una parte della responsabilità politica di quanto sta accadendo. Ha trasmesso ai No Tav l’illusione che l’opera potesse ancora essere fermata, nonostante il movimento fosse ormai fortemente ridimensionato.

Che questa illusione continui ad alimentarsi lo dimostrano anche tesi incomprensibili come quelle sostenute da Marcello Sorgi, secondo cui la Torino-Lione sarebbe ormai un progetto superato. È vero esattamente il contrario: oggi la Tav è più strategica e necessaria di quanto non fosse nel 2018.

Per questo rinnovo la mia disponibilità a incontrare Igor Boni, i radicali e tutte le forze politiche serie e responsabili per organizzare già a settembre una grande iniziativa pubblica a sostegno della Torino-Lione. È tempo che il fronte del sì torni a farsi sentire.

*Mino Giachino, Sì Tav – Sì Lavoro

print_icon