La dittatura della minoranza violenta

Sono una vecchia, forse ormai inutile e banale, abitante di questo mondo. Vivo in Europa, in Italia, a Torino e sono ancora profondamente turbata da quanto accaduto in Val di Susa durante gli ultimi assalti ai cantieri della Tav.

È inutile ripercorrere tutta la storia del movimento No Tav. La domanda che, forse ingenuamente, continuo a pormi è un’altra: dopo oltre vent’anni di una palese escalation di violenza organizzata, dopo vent’anni di imponente impiego delle forze dell’ordine per difendere un’opera pubblica, dopo una continua emorragia di denaro pubblico, dopo innumerevoli episodi di devastazione documentati, danni gravissimi a persone, luoghi e attività economiche, che cosa sta realmente accadendo oggi nel nostro Paese?

Accade ciò che tutti vediamo. Esistono forze politiche e rappresentanti istituzionali che continuano a giustificare, quando non addirittura a rivendicare, certe azioni vandaliche in nome della “libertà democratica”. Abbiamo persino consiglieri del Movimento 5 Stelle che espongono con orgoglio la bandiera No Tav nell’aula del Consiglio comunale di Torino.

Poi ci sono episodi quantomeno singolari, come la partecipazione dell’eurodeputata Ilaria Salis e di Patrik Zaki al Festival Alta Felicità. E ci sono politici come Marco Grimaldi e altri esponenti della sinistra radicale che da anni manifestano vicinanza ad Askatasuna. Tutto questo non rappresenta certo una novità.

Ciò che colpisce è che da parte di questi protagonisti non sia arrivata una sola parola di condanna per l’inferno di ferro e fuoco che ha caratterizzato gli assalti ai cantieri. Nessun commento sulla violenza, nessun cenno ai feriti, ai danni, agli attacchi. In alcuni casi, al contrario, si è assistito perfino a una fiera e orgogliosa difesa politica di quanto accaduto.

La democrazia è una costruzione immensa e complessa. È teoricamente fortissima, ma al tempo stesso estremamente fragile. Si fonda sulla maturità dei cittadini, chiamati a rispettare le decisioni della maggioranza democraticamente eletta, conservando sempre il diritto di sostituirla attraverso il voto quando non rappresenti più la volontà popolare.

Oggi, invece, ho l’impressione che in Italia si stia affermando la dittatura di una minoranza violenta e pericolosa, sostenuta anche da una parte della politica. Una minoranza che coinvolge professionisti della guerriglia provenienti dall’Italia e da altri Paesi europei, persone addestrate allo scontro e alla destabilizzazione, con l’obiettivo di alimentare un clima da conflitto permanente.

Ma per arrivare dove? È questa la domanda che dovremmo porci tutti. Qual è il vero obiettivo delle menti politiche che stanno dietro a queste strategie? Chi finanzia queste organizzazioni? Chi ne cura la logistica? Chi pianifica con competenza tattica e strategica azioni sempre più violente? Dove vuole condurre questa sistematica distruzione di luoghi, persone ed equilibri sociali?

Paradossalmente, le Brigate Rosse in Italia e la Raf in Germania, pur responsabili di una stagione di terrorismo sanguinoso che la storia ha giustamente condannato, agivano sulla base di un progetto politico dichiarato, per quanto aberrante. Avevano una struttura, un’ideologia esplicita e dirigenti che si assumevano direttamente la responsabilità delle proprie azioni.

Oggi, invece, chi sono i veri registi di questa presunta “rivoluzione”? Chi muove i fili? Si tratta forse di persone che reclutano, tra Italia, Francia e Spagna, gruppi pronti a mettere in atto azioni di guerriglia al loro posto?

Che tristezza.

Anche il mito della rivoluzione marxista-leninista, dopo aver mostrato nel secolo scorso tutti i suoi fallimenti, ha perso qualsiasi pretesa di grandezza storica. Ne resta, a mio avviso, una caricatura: personaggi politicamente corretti solo in apparenza, protagonisti di una politica sterile e incapace di offrire soluzioni reali ai problemi del Paese, ma al tempo stesso pericolosi quando alimentano tensioni sociali e legittimano, direttamente o indirettamente, comportamenti violenti e criminali per perseguire obiettivi di potere.

Grazie per l’attenzione.

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