Improvvisazione al potere
Mario Barbato 09:31 Martedì 11 Agosto 2026 0
Le colpe dei padri non ricadano sui figli, ci mancherebbe. Nel valutare l’epopea di Giorgia Meloni, questo resta un principio di igiene mentale. Il passato da romanzo criminale del padre e le fatiche letterarie soft-porno della madre appartengono alla biografia privata. Nessuno sceglie i genitori. Tutto il resto, però, è farina del suo sacco.
La vertiginosa scalata che l’ha portata a Palazzo Chigi, arpionando ogni scala, scaletta o liana disponibile, è il frutto di una feroce e consapevole volontà. Ed è qui che l’indulgenza frena bruscamente per lasciare spazio a una cronaca spietata. Il dramma odierno dell’attuale Presidente del Consiglio è quello di trovarsi incastrata in una mansione della quale non ha la più pallida idea: governare. Una macchina complessa che richiederebbe un’infarinatura di macroeconomia, diritto e scienze delle finanze; materie drammaticamente distanti anni luce dai palchi della militanza. Il risultato è un esecutivo che viaggia a tentoni, tradito da scivoloni aritmetici imbarazzanti e da conti pubblici che non tornano mai, manco si usasse la calcolatrice al contrario. Roba che farebbe arrossire un bambino di prima elementare.
A rendere il quadro quasi comico interviene la caratura della sua stessa corte dei miracoli. Circondata da un ecosistema di fedelissimi che oscilla tra il folklore puro e l’incompetenza molesta, la premier si ritrova disperatamente sola. Impossibile, del resto, attendersi un contributo strategico dai suoi due vicepresidenti, quotidianamente impegnati a collezionare figure di palta memorabili: da un lato Tonino, l’orsetto ballerino prestato alla diplomazia, dall’altro Matteo, il re incontrastato dei cazzari da girasagra.
Questa fragilità strutturale spiega il totale blackout comunicativo di Palazzo Chigi. Il rifiuto sistematico di parlare con la stampa e l'evitamento scientifico del dibattito con gli avversari politici non sono snobismo, ma istinto di sopravvivenza: il terrore purissimo di vedere sgretolata la fragile narrazione della “leader forte” al primo vero contraddittorio. I nodi più stretti vengono al pettine sullo scacchiere internazionale, dove la propaganda domestica sbatte violentemente contro il muro della realtà. In pochi anni, la diplomazia meloniana è riuscita nel capolavoro di alienarsi mezzo mondo: Russia, Cina, Iran, Francia e pure la Spagna. Persino i miti dell’ultradestra globale l’hanno scaricata senza troppi complimenti. L'isolamento è certificato da perle come l'affare di Ceuta, dove la richiesta italiana di sanzionare Madrid si è conclusa con l’Europa che ha pubblicamente lodato il premier Sánchez, ignorando Roma con un misto di fastidio e condiscendenze.
Davanti a questo cumulo di sventure, l’osservatore potrebbe persino avvertire un rarissimo, quasi impercettibile moto di umana compassione. L’immagine è quella di una ragazzina di periferia schiacciata da un ruolo infinitamente più grande delle sue infime capacità, priva di una rete di salvataggio all’altezza. Ma la pietà, in politica, dura il tempo di un sospiro. Un afflato. Niente, non ci si riesce proprio. Nessun medico ha ordinato a Giorgia Meloni di candidarsi alla guida del Paese. È una situazione che si è cercata da sola e con ammirevole pervicacia. Ed è per questo che ogni barlume di indulgenza svanisce sul nascere, lasciando spazio al realismo di una nazione che paga il prezzo dell’improvvisazione al potere.


