Le (non) soluzioni di Vannacci

L’ascesa di Roberto Vannacci nella politica italiana segna un passaggio cruciale: l’eurodeputato non si limita più a lanciare provocazioni mediatiche, ma propone un vero programma di governo. Un programma sventolato davanti all’opinione pubblica che si distingue per la contraddizione tra gli slogan usati per intercettare il consenso e la complessità della macchina statale. Il programma dell’ex generale poggia, infatti, su tesi nostalgiche difficilmente applicabili nella realtà contemporanea.

Il nucleo ideologico di Vannacci non si esaurisce in un comune orientamento conservatore, ma teorizza un esplicito ritorno al passato attraverso la difesa del cosiddetto “patriarcato mediterraneo”. Questo modello non viene inteso come forma di sottomissione delle donne, bensì come una guida fondamentale per restituire stabilità alla famiglia e incentivare la natalità. Tale visione, tuttavia, si fonda su un errore di fondo: considerare i ruoli di genere come fattori biologici fissi e immutabili. Il programma ignora che la libertà femminile e l’uguaglianza dei diritti costituiscono i pilastri dello sviluppo economico e sociale di qualsiasi democrazia moderna.

Sul fronte migratorio, il manifesto accantona gli accordi internazionali per proporre la “remigrazione”, ossia l’espulsione di massa degli stranieri associata al blocco totale degli ingressi. Questa ricetta viene presentata come l’unico modo per difendere l’identità nazionale, ma ne vengono omessi i devastanti costi economici. L’Italia attraversa una fase di crescita demografica negativa, caratterizzata da un forte calo delle nascite e da un rapido invecchiamento della popolazione. L’allontanamento improvviso di milioni di lavoratori regolari significherebbe paralizzare settori chiave come l’agricoltura, l’edilizia e l’assistenza domiciliare; di conseguenza, l’Inps non disporrebbe delle risorse necessarie per garantire il pagamento delle pensioni.

Le incongruenze sul mercato del lavoro si riflettono direttamente anche sulle coperture finanziarie. L’analisi delle proposte macroeconomiche di Roberto Vannacci evidenzia infatti un paradosso matematico di difficile soluzione. Il programma promette l’introduzione della flat tax e un taglio drastico delle imposte per imprese e famiglie, cercando il consenso del mondo del lavoro autonomo. Prevede, al contempo, un potenziamento dell’assistenza pubblica, della sanità e dei sussidi, che verrebbero però riservati esclusivamente ai cittadini italiani “di antica stirpe”. Questa promessa si scontra con la realtà dei conti pubblici: non è possibile ridurre drasticamente le entrate dello Stato e, contemporaneamente, aumentare la spesa sociale senza esporre il bilancio pubblico al rischio di un default finanziario.

Un ultimo elemento centrale risiede nel linguaggio duro e assertivo utilizzato nei testi ufficiali, il quale richiama da vicino la retorica nazionalista della prima metà del Novecento. Espressioni come “bonifica culturale”, “dovere biologico” o “argine antropologico” non sono casuali, ma rispondono a una precisa strategia di comunicazione politica. L’obiettivo è generare costanti polemiche sui media e polarizzare il dibattito pubblico: finché l’opinione pubblica si concentra sulla condanna o sulla difesa di questi termini provocatori, l’attenzione viene distolta dai problemi strutturali del Paese per i quali il partito di Vannacci non offre soluzioni concrete, come la stagnazione dei salari, il precariato giovanile e la crisi industriale.

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