Quanti errori sull'aeroporto

Caro Direttore,
la vicenda del nostro aeroporto è alla vigilia di un importantissimo cambio di strategia, ma la Città di Torino non ha più alcun ruolo diretto con cui difendere gli interessi della città e dei suoi abitanti. Per fortuna, tra gli azionisti di peso c’è Cdp, che, essendo la banca del nostro Paese, dovrebbe garantire l’interesse generale e quindi anche quello di Torino e del Piemonte. Ma viene spontanea una domanda: se non ci fosse stata Cdp?

Negli ultimi quindici anni sono stati commessi errori importanti. È bene ricordarli, anche nella speranza che i nostri consiglieri comunali e regionali – che, a giudicare da quanto accaduto, non sembrano aver studiato molto il settore dei trasporti – comprendano finalmente la posta in gioco. Si arriva al punto di chiedere oggi ai cittadini che cosa ne pensino, quando la politica avrebbe dovuto intervenire molto prima per difendere gli interessi di Torino e della sua economia.

Vale la pena ricordare che il primo volo aereo pubblico italiano fu un Torino-Roma di Alitalia. E, se si fosse davvero compresa l’importanza dell’aeroporto per la nostra economia, forse lo si sarebbe dovuto intitolare a Cavour, il nostro più grande statista, che sapeva benissimo quanto le infrastrutture fossero strategiche per lo sviluppo economico e per il lavoro. Non oso ricordare come Cavour definiva gli oppositori alla costruzione del primo traforo del Frejus.

Dovrebbe essere chiaro che un aeroporto, esattamente come le autostrade e le reti ferroviarie, rappresenta un importante motore di sviluppo: genera traffici commerciali e turistici, viaggi d’affari, scambi e crescita economica. Tutte cose di cui Torino, la cui economia da anni cresce poco, avrebbe bisogno come il pane.

Durante i lavori per il Piano nazionale della logistica, che feci approvare dalla Consulta nazionale dei trasporti e della logistica nel 2011, uno degli approfondimenti che promossi, in particolare con il professor Paleari, riguardò proprio il contributo degli aeroporti al Pil italiano. Da quello studio emergeva che l’aeroporto di Torino dava all’economia locale circa la metà di quanto avrebbe potuto dare. Ecco perché polemizzai molto con Alitalia quando spostò la sede da Torino e con Sagat quando decise di dismettere il cargo aereo.

Durante il Governo Monti, che non espresse alcuna obiezione, il sindaco Piero Fassino, per esigenze di bilancio, vendette una prima quota delle azioni Sagat. Nel 2013, insieme a Sergio Chiamparino, intervenimmo per salvaguardare il ruolo di aeroporto internazionale di Caselle, mentre i tecnici che stavano lavorando al Piano nazionale degli aeroporti lo avevano classificato soltanto come aeroporto di interesse nazionale. Nel 2018 Chiara Appendino vendette le ultime quote del Comune, dopo che anche la Regione guidata da Chiamparino aveva ceduto un’altra parte della propria partecipazione.

Dal 2013 in poi, ogni anno, all’uscita dei dati sui passeggeri di Caselle – con qualche fastidio dei tuoi colleghi giornalisti – invitavo a non fermarsi al numero assoluto dei viaggiatori, ma a guardare la posizione di Torino nella classifica nazionale degli aeroporti italiani. Caselle figurava soltanto al quattordicesimo, poi al tredicesimo posto, dietro aeroporti come Bari e Pisa e con un numero di passeggeri molto inferiore a quello di Bologna e Catania.

Fassino mi fece incontrare il presidente Barbieri, ma i vertici erano convinti di fare tutto bene. A differenza di quanto accade nel calcio, dove non si vendono i giocatori migliori ai concorrenti, nel caso di Sagat non si tenne abbastanza conto della composizione azionaria: la società controllante aveva interessi anche negli aeroporti di Malpensa e Bologna.

Ecco perché nel 2015 chiesi che il Comune aprisse un tavolo con gli azionisti, tra cui la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt, che peraltro non sembravano preoccuparsi di stimolare Palazzo Civico a un maggiore protagonismo. La comunicazione di Sagat, sostenuta anche da importanti investimenti pubblicitari, finiva naturalmente per avere molta più forza delle mie denunce.

Solo che la vita delle aziende è spesso molto più veloce di quella dei Consigli comunali. E siamo arrivati così all’ipotesi di mettere insieme Malpensa, Linate e Torino. Il sindaco di Milano Beppe Sala, un amministratore che quando si muove fa rumore quasi come un elefante in una cristalleria, per fortuna ha avvertito il nostro sindaco del nuovo disegno strategico. Sono assolutamente convinto che Stefano Lo Russo, molto silenziosamente, stia approfondendo la situazione, anche se oggi non dispone di molti strumenti a cui appigliarsi.

Per fortuna tra gli interlocutori c’è Cdp, la banca dello Stato, l’istituzione secolare alimentata dal risparmio postale, che non può che avere come riferimento l’interesse generale. E quale può essere l’interesse generale di un Paese con oltre 3.000 miliardi di debito pubblico, se non aumentare la crescita dell’economia?

Ha fatto bene il presidente Alberto Cirio a cercare immediatamente un confronto con Cdp. Il tavolo che può aiutare Torino, che non ha più nelle proprie mani strumenti diretti di difesa, è quello governativo: il Governo non ha alcun interesse a penalizzare Torino e il Piemonte.

Ma resta la domanda iniziale: se Cdp non ci fosse stata? In un’azienda privata, probabilmente, qualcuno avrebbe già chiesto conto agli amministratori delle decisioni prese negli anni.

Sarà la volta buona che i torinesi capiranno che, quando si vota per il Comune e per la Regione, occorre scegliere anche candidati competenti in trasporti, energia, sanità e lavoro, quattro questioni decisive per la vita di una comunità? Non è un caso se siamo ai primi posti per i blackout, soffriamo gravi problemi occupazionali, restiamo indietro nella classifica degli aeroporti e non brilliamo certo nel trasporto ferroviario pendolare.

Altrettanto importante è la scelta degli assessori quando si formano le Giunte comunali e regionali. Perché sulle infrastrutture e sui servizi essenziali le decisioni prese oggi si pagano – o producono risultati – per molti anni.

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