Se la politica è spiaggiata
Michele F. Fontefrancesco 08:04 Mercoledì 19 Agosto 2026 0
C’è una foto degli anni Settanta che ogni tanto rispunta dall’armadio della memoria: Aldo Moro sulla spiaggia di Terracina, seduto sulla sabbia, in giacca scura e cravatta. Per anni abbiamo guardato a quell’immagine con una punta di ironia, considerandola il simbolo di una classe politica ingessata, formale fino al paradosso. Eppure, guardando questo scatto con lo sguardo dell’antropologo, il significato è ben diverso. Moro non era semplicemente un signore che non voleva togliersi il vestito: era un uomo che incarnava un ruolo. Il suo corpo non apparteneva solo a lui, ma anche a un’istituzione. La cravatta in riva al mare, per quanto bizzarra ai nostri occhi, era un messaggio iscritto sul corpo: ricordava a chiunque guardasse che chi guida una comunità non va mai del tutto "in vacanza" dalla propria responsabilità pubblica.
Facciamo un salto in avanti fino alle nostre estati. Il panorama visivo sui nostri schermi è l'esatto opposto: ministri a torso nudo, sindaci di provincia in posa plastica a bordo piscina, parlamentari e dirigenti pubblici immortalati in calzoncini e occhiali a specchio in qualche resort esclusivo, pronti a condividere lo scatto sul proprio profilo social. Non è una questione di moralismo e ognuno ha il sacrosanto diritto di andare al mare come preferisce. Quando, però, la classe dirigente sceglie di raccontarsi così, compie un atto pubblico e trasmette un chiaro messaggio. I greci avevano un’idea precisa che chiamavano kalokagathia: la convinzione che la bellezza dovesse andare a braccetto con la bontà e con il senso di giustizia.
In politica, significava che l’immagine pubblica di chi governa doveva riflettere un ordine, un’armonia utile a tutti, non solo a chi la esibiva. L’autorità si basava anche sulla capacità di dare un esempio, mantenendo un certo decoro che fungesse da punto di riferimento per l’intera comunità. Negli ultimi decenni, questo modo di pensare, ancora vivo negli anni Ottanta, sembra essere stato dimenticato. Siamo passati dall’ostentazione del benessere privato all’era dei social network, in cui il privato si è fatto pubblico attraverso l’ostentazione del proprio vissuto, che diventa strumento volto a raccogliere like in un processo di rincorsa ad una notorietà in cui il quotidiano è estetizzato per piacere all’altro. Se questo processo entra nel mondo delle istituzioni, però, si crea un paradosso che stride: in un Paese in cui oltre la metà delle persone fatica a permettersi una settimana di ferie lontano da casa (dati Eurostat), la sfilata continua di vacanze dorate da parte di chi dovrebbe rappresentare i cittadini non crea vicinanza verso le istituzioni, ma allarga la distanza in una democrazia che sta diventando sempre più senza popolo. Ergo, esibirsi non crea vicinanza al “popolo”, ma esprime solo conformismo da influencer.
La sociologia ha parlato a lungo di “società liquida”, ma, osservando il nostro presente, la sensazione è che si sia fatto un passo ulteriore: siamo entrati in una società entropica. In fisica, l’entropia misura il livello di disordine e di appiattimento di un sistema. Quando tutto perde forma, ogni cosa finisce per assomigliare a tutto il resto. Nei nostri feed quotidiani succede esattamente questo: la foto in costume del sindaco compare subito dopo il meme del gattino, il video di un ballo su TikTok, la clip di OnlyFans e la notizia sull’inflazione. Tutto è livellato sullo stesso piano dell’intrattenimento usa-e-getta.
La politica non è più il luogo delle grandi scelte per il futuro comune, ma uno dei tanti canali del circo mediatico. Laddove la sfera pubblica si è ridotta a mero flusso continuo di immagini dove non esistono più differenze, ruoli, né modelli a cui guardare, rischia di ridursi a poltiglia grigia; un ammasso informe, dissipatore di vita ed energia. Guardo così al presente non tanto con la nostalgia di un passato lontano, ma facendomi qualche domanda elementare: come può una comunità generare concordia sociale, solidità e visione se la sua classe dirigente rinuncia al dovere della forma e al senso dell’esempio, preferendo confondersi nella folla dei consumatori di apparenza? Una società che cancella ogni senso del limite e della forma non diventa più libera: rischia solo di perdere la bussola del vivere insieme.


