Avere fede nonostante il male
Alfredo Quazzo 08:19 Mercoledì 26 Agosto 2026 0
“Un litigio non vale la vita” è la frase che gli amici di Cosimo Quagliarella, il diciottenne ucciso a coltellate a Trani nella notte tra il 12 e il 13 agosto, hanno scelto per l’ultimo saluto. Cosimo era giunto a Trani con alcuni amici e presto era nata una rissa con un gruppo di ragazzi locali. Un diciassettenne colpito al volto dalla vittima e alla nuca da un altro ragazzo con un tirapugni ha recuperato dalla sella del proprio scooter un coltello a scatto con una lama di circa dieci centimetri e ha colpito tre volte Cosimo alla schiena. Fuggito ha gettato l’arma in mare ma poi si è costituito per paura di un’imboscata.
Viene spontaneo chiedersi come possa una persona arrivare a compiere un gesto tanto grave e altresì perché, se Dio esiste ed è onnipotente e buono, ha permesso che un ragazzo di 17 anni potesse scegliere liberamente di impugnare un coltello e togliere la vita a Cosimo. E ancora: se Dio sapeva dall’eternità che quella sera Cosimo sarebbe morto, perché non è intervenuto? La risposta cristiana afferma che ciò è possibile perché l’uomo è dotato di libero arbitrio. Dio non ha voluto l’omicidio ma ha permesso che una creatura libera potesse compiere un’azione terribile.
Papa Leone XIV ha ribadito che l’essere umano, creato a immagine di Dio, è dotato fin dall’origine di ragione e libero arbitrio, elementi che fondano la responsabilità morale e il diritto inalienabile di cercare la verità: il libero arbitrio non è una facoltà accessoria, ma la radice stessa della statura morale della persona. Per Leone XIV la libertà non significa semplicemente “posso scegliere A oppure B”. La vera libertà consiste nel poter orientare la propria volontà verso il bene.
Allora se Dio è buono e potente, perché esiste il male? Come può essere compatibile un Dio onnipotente e buono con una morte innocente che avrebbe potuto evitare? Perché esistono le guerre dove la più parte degli esseri umani sceglie il male per difendersi, per paura o solo per convinzione politica?
Il rapporto tra il bene, il male e Dio è uno dei grandi misteri dell’esistenza. Dio è visto come il sommo bene e la fonte di tutto ciò che esiste. Lo stesso Sant’Agostino dice che il male non ha una sua forza autonoma ma è solo la mancanza di bene, come il buio è solo mancanza di luce. Dio ha dato all’essere umano la libertà di scegliere, e questo include la possibilità di fare del male. Nella tradizione cristiana (da Sant’Agostino a San Tommaso d’Aquino), Dio ha creato l’uomo dotato di ragione e volontà, concedendogli la libertà di orientarsi verso il bene o verso il male. Dio sa tutto ciò che accadrà, ma la scelta pratica ed esistenziale resta comunque imputabile alla sola volontà autonoma dell’individuo e non a Dio. Ogni umano quindi, grazie al libero arbitrio, è responsabile di quello che gli accade nella vita terrena, nel male e nel bene.
Cosimo e il suo omicida volevano cose opposte (il killer vuole uccidere, la vittima vuole vivere), nel mondo reale non possono realizzarsi contemporaneamente entrambi i desideri. Uno dei due ha dovuto soccombere e in quel preciso istante, l’uguaglianza della libertà si è spezzata in modo tragico. Il libero arbitrio della vittima è stato violentemente annullato e azzerato dalla forza fisica del carnefice generando una ingiustizia.
Se guardiamo la questione da un punto di vista teologico, Dio non fa favoritismi etici sul momento: se Dio avesse bloccasse il braccio del killer per salvare il libero arbitrio della vittima, avrebbe tolto al killer la libertà di fare il male. Il mondo sarebbe un luogo in cui le azioni non hanno conseguenze reali. La vulnerabilità è il prezzo della convivenza: per far sì che gli esseri umani vivano insieme liberamente, Dio accetta il rischio che i forti schiaccino i deboli. La libertà umana, per essere autentica, purtroppo include la tragica possibilità di distruggere la libertà altrui. L’ingiustizia temporanea è quindi totale: il killer esercita la sua libertà al 100%, la vittima la perde al 100%.
Nel maggio 2026 Leone XIV, parlando del male nel mondo, ha insistito sul fatto che il mondo può ostinarsi nel male, ma Dio non lascia l’uomo solo nelle prove della vita. Ovvero il male è realmente male, la libertà umana può essere usata contro il bene, ma Dio non abbandona l’uomo dentro il male. È proprio per questa assurda asimmetria terrena che la teologia introduce la necessità di una giustizia ultraterrena, dove chi ha perso tutto viene risarcito e chi ha abusato del proprio potere viene punito.
Avere fede significa dire: “non capisco ma continuo a credere”, “non ho la prova che Dio esista, ma scelgo di cercarlo e di affidarmi”. Ed è proprio qui che la fede diventa veramente fede: non quando abbiamo spiegato tutto, ma quando, davanti a qualcosa che non riusciamo a spiegare, dobbiamo decidere se continuare o meno a fidarci di Dio.
In un’epoca dominata da social network, algoritmi, intelligenza artificiale e polarizzazione, saper distinguere il vero dal falso è diventato ancora più importante. Siamo continuamente esposti a informazioni che confermano ciò che già pensiamo e che possono trasformare una convinzione personale in una presunta verità.
La credenza è uno stato mentale, un atto di fiducia, quando parliamo di credere in Dio, di sposare una causa politica o di fidarci dell’istinto, ci muoviamo nel campo della soggettività. La forza di gravità, la temperatura di ebollizione dell'acqua, la velocità della luce sono verità fattuali perché sono universali, misurabili e verificabili attraverso il metodo scientifico. Il fatto si dimostra, la credenza si immagina. Già nell’antica Grecia, Platone ricordava che la vera conoscenza nasce solo quando una credenza incontra la verità e viene giustificata dalle prove. Forse, allora, la domanda fondamentale non è soltanto «A chi dobbiamo credere?», ma soprattutto «Perché crediamo?». Quali prove siamo disposti ad accettare? Quanto siamo disposti a mettere in discussione le nostre convinzioni?
La morte di Cosimo Quagliarella lascia una ferita che nessuna spiegazione filosofica o teologica può cancellare. Ma proprio da una tragedia così difficile da comprendere nasce una riflessione più ampia: sulla libertà, sulla responsabilità, sul male, sulla fede e, infine, sulla nostra capacità di distinguere ciò che desideriamo sia vero da ciò che possiamo dimostrare essere vero. E forse è proprio questa la sfida più urgente del nostro tempo: imparare non soltanto a credere, ma anche a comprendere perché crediamo.


