La longevità immobile di Meloni

In Italia eravamo abituati al valzer delle poltrone, con esecutivi che duravano quanto un gatto in tangenziale. Logico, quindi, che il traguardo tagliato oggi dal governo Meloni, venerdì 4 settembre 2026, venga sbandierato dalla maggioranza di centrodestra come un successo epocale. Con quattro anni consecutivi di esecutivo in carica, il governo di Giorgia Meloni supera il primato del secondo governo Berlusconi, posizionandosi come il più longevo dell’intera storia repubblicana.

Mentre lo stato maggiore di Fratelli d’Italia celebra il primato con una grande manifestazione nel porto di Bari, la premier rivendica i traguardi raggiunti in termini di occupazione. Ma confondere la durata a Palazzo Chigi con la qualità dei risultati è un errore ed è un’illusione. La verità è che questo governo non sta durando per via di un’efficienza amministrativa, ma per una rendita di posizione politica. Da un lato c’è una coalizione che, pur tra veti incrociati e tensioni interne, resta unita dalla convenienza. Dall’altro, lo spettacolo offerto da un’opposizione frammentata regala a Giorgia Meloni uno scudo perfetto.

L’esecutivo galleggia e “tira a campare” solo perché non ha veri sfidanti capaci di mandarlo al tappeto sul ring parlamentare. Se si aprono i dossier economici, il castello della propaganda crolla davanti ai dati ufficiali. La promessa storica della destra di tagliare le tasse si è schiantata contro una pressione fiscale salita al 43% del Pil, drenando risorse a famiglie e imprese. Nel frattempo, la crescita economica resta inchiodata a uno zero virgola che profuma di stagnazione. Le grandi emergenze strutturali del Paese, a partire dal collasso cronico della sanità pubblica fino ai ritardi nell’attuazione dei progetti del Pnrr, vengono sistematicamente ignorate o tamponate con l’ennesimo bonus bandiera.

Anziché usare il tempo e i numeri parlamentari per varare interventi coraggiosi, Palazzo Chigi è rimasto intrappolato nella strategia della campagna elettorale permanente. La priorità politica non è risolvere i nodi del Paese, ma rassicurare i propri feudi elettorali attraverso la bandiera del “legge e ordine”. Lo dimostrano i durissimi Pacchetti Sicurezza varati tra il 2025 e il 2026, scritti a colpi di nuovi reati e restrizioni per dare un giro di vite mediatico al dissenso sociale. Ma quando la maggioranza ha provato a forzare la mano sull’architettura dello Stato, è arrivato il muro della realtà, con la bocciatura popolare della riforma della giustizia e del Csm nel referendum dello scorso marzo ha dimostrato in modo inequivocabile che il Paese reale non ha intenzione di assecondare i progetti divisivi della destra.

In conclusione, contare i giorni di permanenza al potere è un mero esercizio di contabilità statistica che non dice nulla sullo stato di salute dell’Italia. Un governo non si giudica dal tempo che passa a occupare le scrivanie ministeriali, ma dai cambiamenti positivi che riesce a imprimere alla vita dei cittadini. Finché la longevità politica sarà considerata un fine in sé per consolidare reti di potere e non un mezzo per modernizzare la nazione, la stabilità rimarrà una scatola vuota. E i record sul calendario, alla fine della fiera, non pagheranno le bollette degli italiani.

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