L'Europa corre, noi marciamo
Cristiano Manera 09:37 Domenica 04 Ottobre 2026 0
Caro direttore,
ieri è tornata l’ennesima marcia contro la Torino-Lione. Da Sant’Ambrogio ad Avigliana, ancora una volta, bandiere No Tav, amministratori con la fascia tricolore e politici pronti a ripetere che l’opera è inutile, troppo costosa, sbagliata. In prima fila anche Chiara Appendino, secondo la quale bisognerebbe fermare un altro “cantiere fantasma” e destinare quelle risorse alla metropolitana di Torino. Meglio ridere per non piangere.
Sono passati trent’anni e sembra che il tempo, in questa parte del Piemonte, si sia fermato. Nel frattempo il mondo costruisce infrastrutture, collega città e porti, accorcia distanze, investe sulle ferrovie e sui grandi corridoi europei. Noi continuiamo a discutere se sia giusto o no attraversare le Alpi con una ferrovia moderna. Generazioni intere sono cresciute sentendo raccontare che la Torino-Lione sarebbe stata inutile, impossibile, destinata a non partire o a essere abbandonata. Eppure i lavori del tunnel di base sono in corso.
È proprio questo che trovo insopportabile nel rito che si ripete a ogni corteo: la realtà viene spesso ridotta a slogan. Si parla di soldi che potrebbero essere semplicemente spostati dalla Torino-Lione alla metropolitana, come se finanziamenti, programmi europei e capitoli di spesa fossero un unico salvadanaio. Si continua inoltre a rappresentare l'’opera come una bizzarria, quando la Torino-Lione è inserita nel corridoio ferroviario europeo Mediterraneo.
Si può essere contrari a un’opera pubblica. Si possono contestarne costi, tracciato, tempi e impatto ambientale. Ma dopo trent’anni sarebbe utile discutere anche dei fatti che nel frattempo sono cambiati, anziché riproporre immutata la stessa rappresentazione. E proprio da chi ha ricoperto responsabilità istituzionali importanti, come l’ex sindaca di Torino Appendino, mi aspetterei una discussione particolarmente rigorosa: numeri, fonti, alternative tecnicamente praticabili e spiegazione precisa di quali finanziamenti potrebbero davvero essere trasferiti altrove. Non soltanto la formula, efficace in piazza, del “cantiere fantasma”.
C’è poi una domanda più grande. Quanto può permettersi un territorio di impiegare trent’anni per costruire una ferrovia? Mentre altrove si progettano e realizzano nuove infrastrutture, noi rischiamo di presentarci all’Europa come il luogo in cui ogni opera diventa una guerra di religione e ogni chilometro di binario richiede decenni di discussioni. Non è necessario essere entusiasti della Tav per accorgersi che qualcosa non funziona.
Ieri si è marciato ancora una volta contro un treno. Tra dieci anni vorrei evitare di vedere le stesse bandiere, ascoltare gli stessi slogan e scoprire che abbiamo trascorso quarant’anni a discutere di ciò che altri Paesi, nel frattempo, hanno semplicemente costruito.


