De Tomaso: esce di scena Cacciatori,

il gran burattinaio pubblico-privato

Pubblicato Domenica 28 Agosto 2011, ore 8,00

Da presidente di Finpiemonte ha acquisito i capannoni di Pininfarina e poi li ha affittati alla società di Rossignolo, nel cui cda è entrato poco tempo dopo. A fine luglio le dimissioni

TRIMURTI famiglia Rossignolo

L’ultimo a lasciare la tolda della De Tomaso è  Fabio Massimo Cacciatori. Proprio lui, il regista dell’operazione Pininfarina, il deus ex machina - con l’allora assessore Andrea Bairati – del piano di trasferimento degli impianti grugliaschesi alla famiglia Rossignolo, il gran burattinaio che dietro le quinte ha tirato i fili di tanti (troppi) interessi. Il manager, ex presidente di Finpiemonte Partecipazioni, poi nominato in quota Fidi Toscana all’interno del Consiglio d’amministrazione della società guidata dalla famiglia Rossignolo, ha lasciato l'incarico. Un intreccio, dai risvolti ancora oscuri, che presta il fianco a ogni più faziosa interpretazione.

 

Nell’ottobre 2009 Cacciatori fu tra i registi dell’operazione che consentì alla costituenda De Tomaso di stabilirsi nei capannoni della Pininfarina. Fu lui a gestire la trattativa che portò l’azienda ad affittare proprio dalla finanziaria della Regione gli stabilimenti a un canone di circa 700 mila euro l’anno. «Un prezzo di favore per favorire la fase di start-up del progetto» spiega proprio Cacciatori, raggiunto al telefono dallo Spiffero. Il contratto prevede un periodo massimo di gestazione valutato in sei anni: «Dopodiché la proprietà si era detta disponibile ad acquisire altri terreni della Finpiemonte per proseguire la produzione altrove. Anche perché il canone d’affitto sarebbe altrimenti raddoppiato, uniformandosi a un prezzo di mercato». E quale vocazione avrebbe conservato quell’area? «In assenza di altri investitori, sarebbe stata ripensata, magari attraverso una variante al Piano regolatore che la trasformasse da industriale a residenziale» rivela ancora il manager. Dopo circa un anno dalla chiusura del contratto, Cacciatori viene nominato nel Cda De Tomaso, nel quale, però, resterà solo pochi mesi, prima di dimettersi all’inizio dello scorso luglio, dimissioni ratificate nel consiglio di amministrazione di fine mese, ufficialmente «perché non avevo il tempo necessario per prodigarmi allo sviluppo del progetto».

 

Resta il fatto che la triangolazione Piemonte-Toscana-Rossignolo vede in ogni vertice, seppur in tempi diversi, il nome di Cacciatori: una geometria di cariche e interessi su cui occorrerebbe fare chiarezza. Pare quanto mai singolare, infatti, che chi ha gestito per conto di un ente pubblico la delicata transizione degli storici capannoni della Pininfarina (sborsando una fraccata di denaro della collettività) vada poi a offrire i propri servigi all’azienda destinataria delle decisioni, e per di più in nome e per conto di una società, la Fidi Toscana, a sua volta dispensatrice di copiosi fondi al gruppo Rossignolo per lo stabilimento di Livorno.

 

Cacciatori credeva davvero nella buona riuscita del progetto per la produzione della Deauville? «Ci credo tutt’ora – assicura – c’è una possibilità interessante di redditività, ma che non può prescindere da un investimento da parte di chi l’ha proposta. Senza capitale non si può procedere». Quel capitale che la Iai di Rossignolo non ha mai versato interamente nella De Tomaso, nonostante le «pressioni che facemmo all’interno del Cda».

 

Giovedì prossimo l’ennesimo tavolo tra enti locali, rappresentanti dei lavoratori e vertici aziendali servirà per dirimere una situazione quanto mai fluida e incerta. Da piazza Castello trapela la notizia che non ci siano più molti spazi di trattativa. Questa volta non basteranno fumose promesse, i Rossignolo dovranno mettere sul piatto un piano industriale e i capitali per renderlo esecutivo. Altrimenti meglio pensare al già evocato piano B.  

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