POLITICA & GIUSTIZIA

Rimborsopoli, “quelle spese non erano legittime”

Nelle 120 pagine scritte dalla pm Gabetta le motivazioni dell'appello contro le assoluzioni del Tribunale. Cota e altri 22 ex consiglieri regionali rischiano di nuovo la condanna - DOCUMENTO

La procura torna a chiedere la condanna degli ex consiglieri regionali coinvolti nella Rimborsopoli piemontese. Dopo la sentenza del 7 ottobre scorso, che assolve molti politici dall’accusa di peculato per i rimborsi gonfiati del Consiglio regionale, la pm Enrica Gabetta ha depositato un ricorso in un appello dettagliato e severo in cui vengono sottolineati gli “equivoci” del tribunale e le spese ritenute illegittime. Per questa ragione la procura chiede la riforma della sentenza e la condanna di tutti gli ex consiglieri.

LEGGI L'APPELLO DELLA PROCURA

La procura ritiene che il Tribunale “abbia equivocato sul meccanismo di contribuzione della Regione a vantaggio dei gruppi consiliari” senza distinguere tra le indennità e rimborsi al singolo consigliere e il contributo di funzionamento al gruppo politico”. La Regione Piemonte ha stabilito di rimborsare le spese riconducibili “allo svolgimento delle funzioni istituzionali dei gruppi”. A supporto di questa tesi c’è la sentenza con cui il gup Roberto Ruscello condannò il 14 luglio 2014 alcuni degli ex consiglieri che avevano scelto il rito abbreviato, una sentenza molto diversa da quella di ottobre perché la prima ritiene legittime soltanto le spese effettivamente fatte per i lavori e le iniziative dei gruppi consiliari. “Nella sentenza impugnata si trascura questo profilo ed anzi si opera una sorta di omologazione tra qualsiasi attività politica del gruppo e l'attività istituzionale”, scrive ancora Gabetta.

Secondo lei, poi, c’è una sorta di ambiguità sul termine “iniziative”, riferito ai “compiti” del gruppo consiliare e al suo funzionamento, e non alle attività esterne. E in questo calderone di spese per i gruppi consiliari i giudici del tribunale hanno incluso anche “le spese ambivalenti” come pasti al ristorante, vestiti, gioielli, penne e ricariche telefoniche, notti in albergo, manutenzioni dell’auto e multe: “Il tribunale afferma che il loro riconoscimento sia ‘specificamente ammesso dalla legge’, quando in realtà nessuna legge contiene questa previsione”. Molte spese, inoltre, non possono essere riportate sotto il capitolo “Spese di rappresentanza” perché le norme su questo tipo di importi sono diverse da quelle utilizzate dal tribunale: “La spesa di uno spuntino all'autogrill sulla via del ritorno a casa o diretti ad una manifestazione politica non può essere considerata in alcun modo spesa di rappresentanza”, si legge. Non sarebbero neanche ammissibili spese per materiale informatico, multe o le spese legali per cause elettorali, ma soprattutto le spese coperte dalle indennità, come pasti e pernottamenti a Torino e i costi di manutenzione dell’auto.

Per quanto riguarda l’imputato principale di questo procedimento, l’ex governatore Roberto Cota, la procura ricorda che aveva a disposizione il fondo di rappresentanza dell’ufficio di presidenza e che - sebbene lui abbia dichiarato di non averlo utilizzato quasi mai, se non per poche spese di rappresentanza - dai documenti sono emerse spese diverse: “La versione difensiva di Cota di aver utilizzato raramente il fondo per le spese di rappresentanza del presidente della giunta è smentita per tabulas”, scrive Gabetta.

Molte spese dell’ex presidente non potevano essere rimborsate come spese di rappresentanza perché le regole erano molto strette e il dirigente del settore aveva ribadito che “non si possono utilizzare le spese di rappresentanza in occasione di incontri e riunioni di lavoro, ma esclusivamente per incontri con personalità che ricoprono cariche istituzionali”. Così - sostiene la pm - il presidente “ricorreva alle spese per il funzionamento del gruppo quando si trattava di spese non giustificabili come spese di rappresentanza e che mai sarebbero state spesate dai funzionari regionali”. In questo modo si spiegherebbero i tanti scontrini di bar e ristoranti che però, per la procura, “non possono essere considerate spese di rappresentanza e tantomeno funzionali all' attività del gruppo consiliare”. Ma ci sono poi anche spese come i regali di nozze all’assessore Michele Coppola, oppure quello per il matrimonio di Silvio Magliano, i libri antichi donati a Giulio Tremonti ed Enzo Ghigo, e anche il regalo di battesimo per un bambino di Domodossola giustificato come spesa politica da Cota e accettato dal tribunale. Per l’accusa sarebbe ingiustificabile e lo sarebbero anche il foulard regalato alla portavoce e le spese durante il viaggio a Boston, tra cui i bermuda color kiwi, altrimenti chiamati “mutande verdi”.

Il ricorso in appello è stato chiesto per altri 22 consiglieri regionali: Michele Giovine, Roberto De Magistris, Massimo Giordano, Federico Gregorio, Riccardo Molinari, Paolo Tiramani, Angelo Burzi, Alberto Goffi, Giovanni Negro, Maurizio Lupi, Alberto Cortopassi, Rosa Anna Costa, Girolamo La Rocca, Lorenzo Leardi, Angiolino Mastrullo, Augusta Montaruli, Massimiliano Motta, Roberto Tentoni, Rosanna Valle, Daniele Cantore (tutti del centrodestra), Andrea Stara (del Pd) e Michele Dell’Utri (Moderati). A loro si aggiunge Sara Lupi, figlia del consigliere dei Verdi Verdi.

Giovine, a cui è stata data la condanna più elevata a 3 anni e 10 mesi, è stato invece assolto per spese da quasi 130mila euro: “Quando Giovine ha reso dichiarazioni autoindizianti, il tribunale non ne ha fatto adeguato uso”, scrive la pm Gabetta bacchettando i giudici.

Ad Stara, condannato a 3 anni e 4 mesi, sono state perdonate molte spese che il tribunale ha ritenuto dei semplici errori, come la sega circolare ed al tosaerba e altre spese a favore di terzi che “nulla hanno a che vedere con il gruppo”. Le spese per iniziative elettorali del Pd, ritenute dal tribunale come “spese di funzionamento del gruppo”, sarebbero per la pm finanziamenti illeciti al partito.

Per quanto riguarda il leghista De Magistris, l’assoluzione sul rimborso del passaporto elettronico e di un pasto in Cina durante una “missione” dimostrerebbe “come il tribunale non avesse chiaro il meccanismo di rimborso”. I rimborsi di alcune spese di Molinari, tra cui le notti in albergo durante un viaggio privato in Spagna, sono state ritenute dai giudici degli errori. La fattura di un agriturismo di Paesana era per partecipare alla manifestazione della Lega Nord a Pian del Re, e non a un’attività del gruppo regionale, ribadisce l’accusa. A Tiramani sono stati riconosciuti legittimi gli scontrini delle spese della moglie a Venezia e molti altri episodi simili: “Come si possano ritenere queste spese ambivalenti e cosa debba provare in più l'accusa non è dato intuire - scrive la pm punzecchiando il tribunale -. Leggere in sentenza che non vi sono elementi per ritenere che le spese si riferissero a costi personali lascia perplessi”. Il collegio avrebbe dato troppo credito anche alle spiegazioni del biellese Leardi (Pdl) perché non sarebbero state confutate dai pm: “Rimane del tutto incomprensibile il motivo per il quale non ritiene la responsabilità di Leardi, quanto meno per gli scontrini di terzi, che ha raccattato all'autogrill, alcuni dei quali venivano battuti, mentre lui ancora non era arrivato in quel luogo”. “Francamente incredibile”, poi, le giustificazioni delle spese di Motta (Pdl, anche lui assolto). Di Cortopassi, condannato a 2 anni e 1 mese per un rimborso minimo, la corte ha ritenuto valide 50mila euro di spese per i pasti consumati dal maggio 2010 al settembre 2012: “Significa che ha speso ogni giorno (sabato, domenica e festività, ferie comprese) circa 58 euro”, sottolinea la procura.

Delle spese di Mastrullo (condannato a 2 anni e 6 mesi) convalidate dalle toghe, Gabetta evidenzia “un episodio particolare”, i 13.300 euro per la trasferta al congresso del Pdl a Roma dal 30 giugno al 2 luglio 2011: “Tale finalità è evidentemente del tutto estranea al funzionamento del gruppo e la spesa al più poteva giovare al Pdl che avrebbe potuto avere pubblico al proprio congresso”.

La procura continua poi contestando le decisioni dei giudici sulle spese di Rosa Anna Costa (condannata a 2 anni e 1 mese) per molti pasti personali e per abbellire l’ufficio: “Nessuna attinenza con le spese di funzionamento del gruppo hanno i fiori finti ed i deodoranti per l’ufficio. Se il consigliere vuole rendere più gradevole il proprio ufficio si deve fare carico del relativo costo”. Severa la parte su Tentoni (2 anni e 5 mes): “Si è di fronte ad una grave sottovalutazione del materiale probatorio acquisito - si legge - che rendeva evidente come il prevenuto avesse sistematicamente utilizzato gli scontrini della vita di ogni giorno e gli scontrini raccattati sui banconi dei bar e dei ristoranti”.

Di Burzi, assolto, la procura sostiene che “non poteva sfuggire al capogruppo che aveva l’obbligo di controllare che le spese sostenute fossero in linea con le finalità per cui il fondi di funzionamento era stato istituito”. Molto corposa la parte su Montaruli, condanna a 4 mesi per finanziamento illecito ai partiti: la procura torna a contestargli gli acquisiti di libri “che difficilmente possono essere funzionali alla formazione ed all'aggiornamento di un gruppo consiliare”, ma anche gli scontrini a catena, le spese effettuate in luoghi diversi da quelli in cui era presente, spese per consulenze “mai rese” o fatte a vantaggio di altri, e soprattutto le spese per borse e abbigliamento: “Anche la tesi del banco di beneficenza con in premio la borsetta di Borbonese è allo stesso tempo inverosimile e stucchevole”.

Altrettanto corposa è la parte su Cantore, condannato a 1 anno e 8 mesi, ma assolto per l’acquisto di due trolley (la procura ribadisce che non possono essere riscattati a fine legislatura e poco servono al funzionamento del gruppo) e soprattutto per i gioielli: “L'importo elevato degli acquisti, un uno con gli altri acquisti di gioielleria sopra citati, non consente di farli rientrare nelle spese di rappresentanza”.

Per Goffi, assolto, il tribunale ha ritenuto legittime le spese della sua campagna politica contro Equitalia: “In realtà non si chiede affatto di sindacare l'attività politica, quanto di prendere atto che la campagna contro Equitalia non è attività politica del gruppo e che comunque non è tale da giustificare qualsiasi spesa”, torna a ribadire la procura. Idem per la cena da tremila euro per festeggiare la nomina di Michele Vietti come vicepresidente del Csm, un evento politico che interessa il gruppo Udc “non come articolazione organica del Consiglio regionale”.

Durissimo il ricorso contro le spese per i sondaggi telefonici eseguiti da Voice Care per conto di Dell’Utri, assolto. La procura scrive diverse pagine per riepilogare i dubbi dell’operazione: “Non pare che il quadro indiziario sopra presentato sia stato valutato adeguatamente e nel suo complesso”. Per il caso di Maurizio Lupi e dell’assunzione della figlia Sara, Gabetta contesta che “il Tribunale di fronte a questi indizi, gravi, precisi e concordanti ha invece parlato di perplessità sollevate dall'accusa, così riducendo il processo penale ad un confronto di impressioni e non al luogo ove si valuta con rigore la prova, anche quella logica”.

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