ENTI LOCALI

La Lega resuscita le Province

M5s è da sempre contrario, il Pd parla di "specchietto per le allodole". Il 31 ottobre elezioni di secondo livello, poi il dibattito sulla riforma che prevede designazione diretta di presidente e consiglieri, nuove competenze e ripristino delle indennità ai politici

Ripristinare le Province così com’erano prima della legge Delrio. È questa l’ultima battaglia della Lega che ha presentato un disegno di legge al Senato e alla Camera per riaprire una discussione rimasta in sospeso dopo la bocciatura del referendum costituzionale. A oggi gli enti di area vasta, un tempo specializzati nella viabilità, nella formazione, nell’edilizia scolastica si ritrovano in un limbo: senza soldi, senza competenze certe e con il personale in fuga. Prima il governo di Mario Monti, poi quello di Matteo Renzi, avevano inteso rivedere l’impianto istituzionale del Paese con l’obiettivo ultimo di eliminare quegli enti intermedi tra Regioni e Comuni, diventati, nell’immaginario collettivo, simboli di inefficienza e grandi catalizzatori di spesa improduttiva.

Ora la Lega vuole resuscitarli, riproponendo l’elezione diretta di presidente e consiglieri (attualmente votati dagli amministratori locali), la restituzione di molte delle vecchie competenze e pure le indennità ai politici. Nel provvedimento protocollato a Palazzo Madama (prima della formazione del governo carioca) c’è pure la firma di Matteo Salvini; in questi giorni la stessa proposta è stata presentata anche a Montecitorio dal capogruppo Riccardo Molinari che definisce la questione “una priorità”. Bisognerà capire cosa ne pensano gli alleati pentastellati, da sempre a favore della soppressione delle Province, visto anche che l’argomento non compare nel contratto di governo. L’unico riferimento alle province lo si trova nel programma del M5s, nella sezione relative alle abolizioni (per farlo servirebbe una legge costituzionale o un referendum, come quello contro il quale si sono espressi i grillini due anni orsono).

“Quelli della Lega sono degli ipocriti – tuona Emanuele Ramella, presidente Pd della provincia di Biella e coordinatore delle Province piemontesi -. Mettono lì uno specchietto per le allodole e intanto nel decreto Milleproroghe anticipano al 31 ottobre le elezioni di secondo livello, lasciando tutto com’è”. L’unica modifica riguarda il tempo residuo del mandato di sindaci e consiglieri per candidarsi: la norma prevedeva 18 mesi, l’esecutivo ha deciso di ridurli a 12, estendendo il diritto di elettorato attivo anche per coloro che entro un anno dall’elezione in provincia andranno incontro alla decadenza nel comune di appartenenza.

Fa discutere la norma che prevede l’election day del 31 ottobre (un mercoledì) stabilita per tutti coloro che decadrebbero entro il 31 dicembre. In questo modo ci saranno delle Province che prima rinnoveranno il proprio vertice e dopo pochi mesi il Consiglio (per rimanere a Biella, un esempio che vale anche per altri, il presidente scade infatti entro la fine dell’anno, mentre l’assemblea all’inizio di gennaio). “Un pasticcio – secondo Ramella – fatto per accontentare alcune enclave leghiste”. A oggi, infatti, gran parte delle province lombarde sono amministrate da Forza Italia (Bergamo) o dal Pd (Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Mantova). In ballo ci sono un’infornata di nomine – a partire da alcune potenti fondazioni bancarie – che Salvini non avrebbe nessuna intenzione di lasciare nelle mani di amministratori “nemici”. Di qui l’anticipazione all’autunno delle elezioni di secondo livello.

La resistenza alla riforma Delrio era partita proprio dal Piemonte dove se n’era fatto portavoce l’allora presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta, che era anche a capo dell’Upi, l’Unione delle Province italiane. E forse per questo nel Pd c’è chi oggi non chiude la porta alla Lega, come Alberto Avetta, consigliere della Città metropolitana di Torino e presidente dell’Anci Piemonte: “Qualche correttivo è necessario, su questo non ci piove. Il tema va affrontato, ma va fatto a 360 gradi”. Tra gli elementi positivi introdotti dalla riforma voluta dal centrosinistra, secondo Avetta, “c’è il maggior coinvolgimento dei sindaci, che votano e amministrano riducendo la conflittualità presente in passato”. Secondo il rappresentante dei sindaci piemontesi, però, se si vorrà mettere ano alla legge “non si può prescindere dalla ridefinizione della geografia istituzionale, attraverso una serie di accorpamenti, perché non ha senso avere Province di poche decine di migliaia di abitanti che poi finiscono in dissesto”. Negli anni scorsi, per esempio, Saitta aveva avanzato una proposta che prevedeva la suddivisione del territorio piemontese in quattro quadranti: Torino; Novara-Biella-Vercelli e Vco; Asti-Alessandria; Cuneo. Altro tema sono le indennità: “Se si chiede a un amministratore di prendersi un impegno così gravoso bisognerà pur retribuirlo” dice Avetta che tuttavia chiede sul tema “una riflessione ampia che coinvolga tutti”.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    01:26 Martedì 07 Agosto 2018 moschettiere Proposta più che lodevole

    Da sempre sono convinto che se qualcosa si voleva abolire, quello doveva essere le Regioni e non le Province. Questione di buon senso. Sulla faccenda nomine e polemica annessa, non vedo cosa ci sia di male voler legittimamente cercare le soluzioni più consone alle nuove prospettive. Qualcuno deve ancora capire - e farsene una ragione - che la musica è cambiata.

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