Continua la manfrina sul successore di Rovaris. Ieri l’ennesimo rinvio, nonostante le pressioni di Bairati. Il vicesindaco Dealessandri si sfila all’ultimo e invita i consiglieri a non forzare la mano. Filippini sempre favorita ma rispunta De Capitani, forse per calmierare la trattativa economica
Hanno minacciato fuoco e fiamme contro le indebite ingerenze della politica, si sono dichiarati pronti alle barricate per salvaguardare l’autonomia del loro ruolo e difendere l’indipendenza del consiglio di amministrazione minacciata – a loro dire - in egual misura da maggioranza e opposizione, salvo poi, alla prova dei fatti, ritirarsi in buon ordine, orecchie basse, e addivenire a più miti consigli.
Al cda del Csi, il consorzio informatico pubblico, non è stata sufficiente la lunga seduta di ieri, durata un’intera giornata, interrotta dalle 13,45 alle 18 per tentare di trovare una quadra non tanto sul nome del nuovo direttore quanto sull’opportunità di procedere alla nomina nelle more di fine legislatura regionale. Si è concluso, quindi, con l’ennesimo nulla di fatto il braccio di ferro ingaggiato da settimane tra i consiglieri di corso Unione Sovietica e la giunta Bresso sulla sostituzione di Renzo Rovaris, da oltre trent’anni capo indiscusso del Consorzio. Le posizioni in campo sono note: da una parte l’assessore regionale all’Innovazione Andrea Bairati preme sul pedale dell’acceleratore per portare a casa la nomina e mettere al riparo il centrosinistra da eventuali scherzi dell’urna marzolina, dall'altra il Pdl che chiede di riviare tutto al dopo elezioni.
Il suo omologo in Comune, il vicesindaco Tom Dealessandri la pensava come lui, almeno fino a ieri quando pare abbia consigliato di evitare inutili prove muscolari. Una linea, quella dell’intransigenza, che pur senza esplicita sconfessione non convince Mercedes Bresso per nulla intenzionata a far salire la temperatura della polemica con l’opposizione del centrodestra. La stessa presidente, incalzata dal capogruppo Pdl Angelo Burzi, si è impegnata pubblicamente ad evitare assegnazioni d’incarichi di peso a due mesi dalle elezioni.
In tutto ciò gioca dietro le quinte Davide Gariglio, il referente politico del presidente Francesco Brizio: quello del Csi potrebbe essere l’ultimo episodio della serie di schermaglie che hanno connotato i rapporti tra i due presidenti in questi cinque anni. A Gariglio è sempre interessato ammaccare un po’ la Mercedes, in funzione riequilibratrice delle diverse anime del Pd.
Il direttore del Csi è un posto certamente di prim’ordine. Per provvedere alla scelta del numero uno operativo è stata incaricata una famosa società milanese di cacciatori di teste che dopo una lunga selezione ha presentato una short list formata da tre candidati. Dopo i colloqui di rito, la maggioranza del Cda si è espressa per Maria Grazia Filippini, 44 anni, milanese, ceo e vicepresidente di Sun Microsystem e forti legami con il Pd meneghino. Ma la notizia di ieri è che mentre ci sarebbe un’intesa di massima sull’accettazione dell’incarico, sarebbe ancora in alto mare l’accordo sui compensi. La sua richiesta è di mantenere, grosso modo, la medesima retribuzione (rinunciando a qualche extra) che percepisce dalla multinazionale, cioè sull’ordine di 300mila euro l’anno. A Torino ne offrono al massimo 220 e benefit ridotti all’osso. Un impasse che sembrerebbe abbia indotto più d’un consigliere a riprendere in esame la candidatura di Stefano De Capitani, 41 anni, ex amministratore delegato di Insiel, società di informatica della Regione Friuli Venezia Giulia, incappato in qualche guaio (più formale che di sostanza) con il suo ex datore di lavoro.
(Ultima, insignificante nota per i nostri anonimi corrispondenti del Csi: non rispondiamo a chi celandosi dietro l’anonimato si fa delatore di presunte malversazioni di dirigenti e funzionari, e neppure teniamo in considerazioni le rampogne di tali moralisti mascherati su nostre supposte marce indietro o incoerenze perché richiamati dalla politica. Come vedete non è così. Solo che non vogliamo che lo spiffero.com diventi l’house organ del malpancismo del Consorzio. Quindi abbiano pazienza i vari “archimede pitagorico”, “homo laicus”, “Bogart”, “l’altra voce del Csi”“coniugi Lampa (Dina e Dario), ecc. ci occupiamo del Csi quando riteniamo che le informazioni di cui disponiamo meritino l’attenzione nostra e dei lettori. Le vostre beghe interne, francamente, non ci interessano punto quasi nulla. Anzi: nulla)
Pubblichiamo un’interessante riflessione sul compenso al direttore del Csi dell’ex presidente Carlo Di Giacomo
Il compenso al Direttore del CSI Piemonte
Carlo Di Giacomo
C’è un problema grande come un macigno che pende sulla testa della Commissione che si sta occupando della selezione del Direttore Generale del CSI Piemonte e che sta facendo perdere il sonno a molti di loro. Una questione di cui si sussurra, ma non si parla perché affrontare temi di questo genere, sostengono i finti moralisti della “cosa pubblica”, non è né elegante né conveniente. Stiamo parlando della retribuzione annua del nuovo Direttore Generale. Si sa, il denaro è “lo sterco del diavolo”, dunque meno se ne parla meglio è; nel pubblico, poi, a parole, si dovrebbe operare “per spirito di servizio” salvo scoprire nella realtà dei fatti che c’è assai poco “spirito” ed ancor meno “servizio”.
Pare che alcune candidature, pur avendo requisiti idonei per la funzione, siano state scartate semplicemente perché le loro richieste non erano compatibili con i limiti fissati dal CdA. Non sappiamo quali siano state le valutazioni fatte nel fissare questi limiti, ma siamo pressoché certi che non si siano basate sui valori di mercato per analoghe posizioni, con riferimento alle dimensioni dell’Azienda ed al settore merceologico cui la stessa appartiene, che oscillano fra i 300 e i 350 mila euro l’anno, comprensivi di componente fissa e quota variabile legata ai risultati.
Crediamo, invece, che siano state ispirate da valutazioni di ipocrita oculatezza nella gestione del danaro pubblico oltre che, certamente, dal riferimento alla retribuzione corrente del Direttore Generale uscente, senza che nessuno si sia mai chiesto se la retribuzione attuale fosse più il frutto di una dinamica retributiva consolidatasi per inerzia lungo 33 anni di assenza del problema o se la stessa fosse realisticamente adeguata alla funzione.
Dunque, non potendo operare altre scelte, meglio accontentasi di figure magari meno qualificate, piuttosto che affrontare problemi tanto spinosi; é questa la scelta del CdA, dopo tutto l’impegno messo per la risoluzione del problema, compreso il conferimento di incarico per la ricerca, nientepopodimenoche, ad una primaria società sulla piazza di Milano giacché il nostro territorio non dava sufficienti garanzie di capacità?
Quella di un giusto compenso del lavoro per gli alti livelli di responsabilità nell’azienda è stata una battaglia che a suo tempo affrontai quando si pose la questione di adeguare gli emolumenti del Presidente del Consorzio, in occasione della prima Assemblea cui partecipai appena nominato. Al momento del mio primo incarico l’emolumento previsto per il Presidente era fissato in 20 milioni l’anno (di lire, naturalmente), circa la metà del costo di un addetto alle pulizie, assolutamente inadeguato all’impegno che avrebbe richiesto ed alle responsabilità connesse alla carica. Ricordo che, sul tema, sottoposi all’attenzione dell’Assemblea il dettato statutario là dove all’art 16 comma 2 recita “Il Presidente rappresenta il Consorzio ad ogni effetto di legge ……” mentre al comma 2 bis “Il Presidente esercita i poteri di ordinaria amministrazione delegati a norma dell’art 14, lettera o) nei limiti e secondo le modalità deliberati dal Consiglio di Amministrazione che vi deve provvedere appena nominato il Presidente”. Lo statuto, inoltre, non prevedendo che vi possano essere altri Consiglieri delegati, conferisce, di fatto, al Presidente anche la funzione di Amministratore Delegato. Ai membri del Consiglio, poi, spettava esclusivamente un semplice gettone di presenza per ogni Riunione, quasi che si trattasse di una qualsiasi Associazione dopolavoristica e non un’impresa economica di medie dimensioni.
Fui attaccato dai cosiddetti benpensanti, finti moralisti e custodi, a parole, della “finanza pubblica” per aver avuto l’ardire di affrontare un argomento di cui non è opportuno parlare pubblicamente, ma non ritenevo né dignitoso né credibile operare per “spirito di servizio” come solitamente si fa finta di fare salvo poi o non far niente o …
Osservai che la responsabilità che assumevo e l’impegno che mi sarebbe stato richiesto non potevano essere credibili in assenza di un compenso adeguato giacché il tempo pieno, che puntualmente mi disponevo a fare e che feci lungo tutti i miei due mandati, non mi avrebbero permesso altre attività per continuare a garantirmi “di cucire il pranzo con la cena”. Inoltre chiesi ed ottenni che anche ai membri del Consiglio di Amministrazione fosse riconosciuto un emolumento per la loro funzione e per le responsabilità che assumevano con l’incarico. Non fu una gran vittoria perché ottenni per il Presidente 50 milioni l’anno (sempre in lire, diventati a fine del secondo mandato -dopo 10 anni- 50 mila euro) e per ciascun Consigliere 12 milioni l’anno (oggi intorno ai 8-9 mila euro) essendo il Vice Presidente legato all’emolumento del Presidente nella misura del 50%, questa sì posizione privilegiata rispetto agli altri membri del Consiglio. Una cifra del tutto inadeguata, ma in quella sede fu già un miracolo ed io fui considerato “una voce fuori dal coro” per aver osato affrontare un tema inopportuno.
Certo che se la convinzione diffusa in quel tempo e poi anche successivamente era che al Presidente del CSI Piemonte non si dovesse chiedere nessun impegno salvo quello della “bella statuina”, perché la struttura interna era più che sufficiente ed autonoma, ai soli fini della responsabilità civile lo si poteva sempre proteggere con un’assicurazione adeguata, ma io aggiungo, in questo caso, che si poteva del tutto fare a meno del Consiglio di Amministrazione, inutile sovrastruttura senza alcun ruolo se non quello di creare posti di sottogoverno per qualche personaggio cui bisognava dare un piccolo risarcimento politico di seconda fila.
Non ho mai pensato che questo dovesse essere il ruolo del Presidente del CSI Piemonte, né tanto meno lo statuto lo indicava, ed in tal senso mi comportai nei limiti dei vincoli “ambientali” di cui ho già riferito in un mio precedente intervento.
Ora la questione economica si ripropone per il Direttore Generale ed é chiaro che dovendo contenere l’importo entro limiti molto più contenuti diventa difficile conciliare “qualità e prezzo” e dunque o ci si accontenta (ma chi si accontenta non sempre gode) o si ricorre a professionalità provenienti da esperienze di livello inferiore nella speranza che la loro crescita possa avvenire in breve tempo.
Oppure, tertium datur, forse è arrivato il momento di affrontare anche questo tema senza falsi pudori e incomprensibili ipocrisie: ed allora caro CdA, presente o futuro, coraggio, un colpo d’ala e, per una volta almeno, un sussulto di dignità, il resto poi chissà verrà domani! |