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  Lo spiffero - Quello che gli altri non dicono  
   
   
     
 
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Come il titolo della sapida rubrica che il grande Arpino teneva sul giornale di "Italia Nostra", quando ne era presidente   Dicono che… Lorenzo Del Boca, direttore in pectore del settore Cultura della Regione, sia il nuovo ghostwriter di Roberto Cota. Il governatore avrebbe infatti affidato...
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A 110 anni dalla sua nascita, la Fiat cambia pelle. Con la scissione in due società distinte, il famoso spin-off, una per l’auto e l’altra per le rimanenti attività, non si compie soltanto un’operazione finanziaria (tra l’altro richiesta da tempo dai mercati), ma si chiude un ciclo. In...
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Il leader di Alleanza per l’Italia non parteciperà domani alla Festa democratica. Indispettito dai cambiamenti di data e di relatori rinuncia al previsto confronto con Penati. Duro il commento del proconsole piemontese Vernetti: “Evidentemente preferiscono Di Pietro”. Seguirà...
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Non c’entrano i Rocher di Alba né i panettoni meneghini. Il disoccupato ex presidente della Coldiretti, già candidato alle Europee e ipotetico assessore regionale all’Agricoltura in una giunta di sinistra, trova impiego come assistente della consigliera astigiana. Subbia, che carriera!   In...
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La presidenza del Consiglio regionale in passato si è accollata i costi del riconteggio delle schede per un paio di candidati trombati. Ora si rifiuta di farsi carico delle spese pur in presenza di una sentenza del Tar. Cattaneo (o il suo predecessore Gariglio) può fornire una spiegazione...
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È stato ad un passo dalla segreteria provinciale del Pd. Sconfitto (e amareggiato) da una campagna denigratoria orchestrata da un paio di suoi compagni di partito si è rintanato in cucina a grigliare salamelle. E risponde picche a Corgiat che voleva rilanciare la candidatura   La maledizione...
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L’esponente dipietrista a ruota libera contro Chiamparino: “Se il Pd è una maionese impazzita lui è un uovo andato a male. Un funzionario della politica alla disperata caccia di una poltrona. Si faccia assumere dalla Fiat, visto che ha trasformato il Comune in una succursale del Lingotto”....
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Alla Festa si scherza sui fanti. Il gran gaffeur è ora nel mirino della satira “amica” che lo sogna al piano nobile del Municipio. Lui intanto scrive una letterina enfatica a tutti i militanti. Dicono che la ribalta di questi giorni gli abbia dato alla testa. Impossibile   Se Bersani, in...
Marciapiede
Le regole non scritte (e spietate) dell’azione politica
Riflessione (intelligente) di un giovane democrat sull’etica nella politica. Si domanda se nell’esercizio di un mandato pubblico oltre la legge debba vigere anche un codice deontologico che censuri quei comportamenti palesemente inopportuni, anche se non penalmente rilevanti. Vecchia storia: la moglie di Cesare non solo deve essere onesta ma deve anche apparire tale. Oltre ogni ragionevole dubbio

 

afgtCerto che di questi tempi, tra una maggioranza in salsa immobiliare, un premier Anfitrione di pittoreschi pagliacci africani, un amministratore delegato che riscrive a suo consumo i diritti dei lavoratori e altre amene scenette agostane, non ci si può certo aspettare che la politica peninsulare ci vada troppo per il sottile.

L’essere umano è un animale versatile, con la straordinaria capacità di adattarsi a qualunque scenario. Abituarsi a quello che accade intorno vuol dire inevitabilmente “alzare l’asticella” del limite di sopportazione, arrivando progressivamente ad accettare come normale quello che fino a poco prima era considerato inconcepibile. Lo stesso accade in politica, dove questo ventennio di berluscocrazia imperante ci ha assuefatto a pratiche e personaggi che in passato, durante la (tanto vituperata) Prima Repubblica, neppure ci saremmo sognati. Elencare i singoli episodi vorrebbe dire comporre un Almanacco degli Orrori di cui è preferibile che ognuno di noi tenga a mente solo ciò che i limiti della memoria concedono.

 

Prendiamo un esempio qualunque del passato, ma che sia abbastanza passato. Oltre trent’anni orsono l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone si ritrovò invischiato in un putiferio di polemiche (dall’affaire Lockeed a presunte irregolarità immobiliari) alimentato da una violenta campagna stampa contro di lui e i suoi familiari. Campagna riassunta poi nel libello di Camilla Cederna edito da Feltrinelli che ne provocò le dimissioni dopo l’omicidio Moro e poco prima del suo “semestre bianco”. Un ventennio più tardi, dopo che la giustizia lo aveva scagionato da tempo, anche la politica lo assolse, riabilitando ufficialmente la sua figura, in tempo per le sue 90 candeline. Ma questo è importante solo in parte. Quello che trovo più significativo è che in quel caso (come in decine di altri sparsi nella storia repubblicana) la prosecuzione del suo mandato istituzionale fu considerata inopportuna. Dalle forze politiche avversarie, come è ovvio, ma anche e in maniera determinante, dal suo stesso partito e dall'allora segretario DC Zaccagnini.

Leone non era ancora stato processato, non aveva condanne pendenti per gli addebiti che la pubblica opinione gli muoveva (e anzi, ne uscì candido), eppure non era opportuno che il suo ruolo istituzionale fosse adombrato da quel genere di accuse. Motivo per cui tutti lo spinsero unanimemente alle dimissioni. Tutti, dai partiti ai cittadini.

Che tempi, eh?

Forse qualcosa di simile a quello che accadde allora è riscontrabile in queste ultime settimane in quel “Tullianigate” così tanto urlato dalle colonne del Giornale per azzoppare l’avversario politico del padrone. Nel sentire Berlusconi che accusa Fini d’aver affittato la casa del partito al cognato sembra di rivedere il proverbiale toro che rinfaccia all’asino d’avere le corna. Beata coerenza.

Sta di fatto che l’invettiva feltriana contro Fini è la maldestra risposta dei berluscones al tentativo del Presidente della Camera di mettere un freno alla deriva di costumi tardo-imperiali che è ormai storico segno distintivo di questa Seconda Repubblica. Esiste una differenza però tra il giustizialismo forcaiolo erga omnes (principio d’esistenza di fenomeni quali Di Pietro, Travaglio o Grillo) e il richiamo ad un maggior rispetto dei ruoli e degli organi istituzionali.

Non si tratta di un’intera “casta corrotta” come alcuni vorrebbero disegnare la classe politica rifacendosi allo schema dei primi anni Novanta, ma di considerare irrinunciabile come un singolo personaggio politico (ad ogni livello) non possa permettersi di presentare la propria persona ai cittadini mantenendo lati oscuri nella propria azione, passata o presente che sia. Delle due l’una: o si è in grado di fare completa luce sui fatti eventualmente addebitati, oppure non è opportuno che quella persona chieda di rappresentarne altre. Nemmeno considero, ovviamente, situazioni in cui siano occorsi accertamenti giudiziari con condanne, patteggiamenti o prescrizioni di qualche tipo...

Salvo i casi di interdizione dai pubblici uffici, non si tratta di una questione di diritto, ma di convenienza, innanzitutto della parte politica che sostiene quella scelta o quella persona.

 

Per il PD è stato uno scacco non da poco cedere lo scettro della “questione morale” ai finiani. Certo, non che il valore dell’onestà non sia tradizione della destra italiana (ai tempi fu proprio l’MSI a convergere sull’argomento), ma che gli eredi diretti di quella presunta (?) diversità antropologica rimangano schiacchiati tra i boia dipietristi e l'orgoglio post-missino un po’ fa riflettere.

L’elettorato democratico si sente intimamente diverso da quello del PDL perché, molto prima delle inutili azioni di governo, giudica Berlusconi e il suo modo di far politica indegno di rappresentare l’intero Paese. I suoi ministri chiacchierati, i suoi tentativi di sfuggire alla legge, le sue maleducate gaffes internazionali, i presunti rapporti con la mafia, le discutibili amicizie che spaziano libertinamente dalle escort ai dittatori, le condanne dei suoi uomini... Tutti pilastri del “fenomeno Silvio” da cui l’elettorato di centrosinistra vuole sentirsi profondamente distante.

“Senza se e senza ma”, come recita una fortunata formula contemporanea.

 

Per questo uno dei princìpi che il Partito Democratico dovrebbe rispolverare con coraggio e ostinazione è proprio quello dell’opportunità politica delle proprie scelte. Scelte di proposta e scelte di uomini. Una necessità che ha al contempo lo scopo immediato di differenziarsi dal Premier su un valore fondante e di aspirare a maggiori orizzonti futuri. Uno su tutti quello di restituire alla politica il rispetto dei cittadini e il suo giusto primato sugli altri poteri determinanti per la conduzione della Società.

Mancare questo obiettivo - ignorandone deliberatamente l’importanza, magari per incensare a più livelli schemi ed equilibri vari - vorrebbe dire deludere ancora una volta le aspettative della propria gente e pagarne inevitabilmente il prezzo in termini di mancata partecipazione (al voto, come alla vita e alle proposte del partito).

Ci avviciniamo a grandi falcate ad importanti appuntamenti elettorali, locali (sicuramente), regionali (boh?) e nazionali (facilmente) durante i quali ci sottoporremo - per la quarta volta in quattro anni - al giudizio implacabile delle urne. Primarie o non primarie, uninominale o porcellum, dobbiamo iniziare a chiederci cosa si aspettano i nostri elettori da noi e cosa è opportuno proporre loro e a cosa, obiettivamente, è preferibile dire “meglio di no”.

 

Matteo Franceschini Beghini

 
Marchionne manda in soffitta due secoli di storia: va superato una volta per tutte il conflitto “operai-padrone”
Giovedì 26 Agosto 2010 12:40
Pubblichiamo l’intervento integrale dell’amministratore delegato della Fiat al Meeting di Comunione e Liberazione. Ribadisce la linea dura nei confronti di chi contrasta l’ordine aziendale e dedica gran parte del suo discorso alla vicenda dei tre operai licenziati a Melfi, accusati di aver interrotto illegalmente il ciclo produttivo e reintegrati dalla magistratura. Alla faccia del tramonto delle ideologie dal manager italo-canadese è giunta una summa teorica del nuovo capitalismo globale. Un furbone di tre cotte che abilmente nasconde le deficienze del piano industriale del Lingotto

 

potere_operaio16_fiatSignore e Signori, buongiorno a tutti. Non mi capita spesso di avere di fronte una platea composta da così tanti giovani e mi sento investito di una grande responsabilità. Ringrazio il presidente Scholz e gli organizzatori del Meeting di Rimini per avermi dato la possibilità di incontrarvi e di essere qui con voi oggi. Parlare ai giovani è una delle cose più difficili da fare. Lo è perché voi non amate le conferenze e i congressi che riempiono di parole giornate intere senza dire nulla. Non amate gli incontri formali, che lasciano ai partecipanti poco più di un badge da esibire, quasi fosse una medaglia. Ne ho visti centinaia in questi anni – e in alcuni rari casi sono stato anche chiamato a intervenire. Non li amo neppure io.

A costo di passare per rude, quello che ho sempre cercato di fare è parlare in modo chiaro e diretto, senza la presunzione di avere la verità in tasca, ma con la convinzione che l’onestà intellettuale sia il modo migliore per dare il proprio contributo e per compiere insieme qualche passo avanti. E questo è quello che vorrei fare anche oggi.

Vi confesso che l’intervento che avevo preparato per voi era molto diverso da quello che invece sentirete. Avrei voluto parlarvi dei grandi temi su cui la nostra società – qualunque società che voglia davvero definirsi giusta – ha il dovere di interrogarsi. Avrei voluto riflettere sul senso della globalizzazione, quando porta benefici reali alle nostre vite; e sul non-senso della globalizzazione stessa, quando non ha nulla da offrire a chi è devastato dalla violenza della povertà. Avrei voluto raccontarvi di quando, undici anni fa, ho avuto la fortuna di incontrare Nelson Mandela, a Davos.

Avrei voluto condividere con voi le questioni più spinose con le quali l’umanità si deve confrontare: - come sia possibile restare indifferenti di fronte allo scandalo della distribuzione della ricchezza mondiale; - come sia possibile parlare di sviluppo e benessere se gran parte della nostra società non ha nulla da mettere in gioco al di fuori della propria vita. Volevo affrontare questi temi con voi perché siete giovani e avete in mano il futuro. Ma non posso ignorare l’importanza di quello che sta succedendo in Italia, collegato alle vicende dello stabilimento di Melfi, e la gravità delle accuse che ho sentito muovere verso la Fiat. E non è mia abitudine evitare i problemi. Per questo gli eventi delle ultime 48 ore mi hanno costretto a modificare radicalmente il tenore del mio discorso, portandolo ad un livello molto più locale. E di questo vi parlerò tra qualche minuto.

Anche se il titolo del mio intervento è “Saper scegliere la strada”, non ho intenzione di farvi nessuna lezione. Non sono un professore, né un economista e neppure lontanamente un politico. Sono semplicemente un uomo di industria. Non so nulla delle vostre strade, del cammino che avete dietro alle spalle o dei sogni che state costruendo per il vostro futuro. E se anche conoscessi ogni piccolo particolare, dovrei fare molta attenzione nel consigliarvi. La strada della vita di ognuno di noi è piena di persone, di influenze, di un insieme di elementi su cui basiamo le nostre scelte. Quello che posso fare per contribuire all’incontro di oggi è condividere con voi le mie esperienze, quelle che ho maturato, prima da ragazzo e poi da uomo, incluse quelle che ho vissuto come amministratore delegato della Fiat.

Sono nato in Abruzzo, a Chieti, a circa 250 chilometri da qui, ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni. Ho dovuto abituarmi presto a cambiare casa, abitudini, amici. Avevo 14 anni quando la mia famiglia si è trasferita in Canada. Vi confesso che non è stato facile. Non è mai facile iniziare tutto da capo, in una terra sconosciuta e in una lingua straniera, imparare a gestire la solitudine di alcuni momenti. Non è facile lasciare le certezze del tuo mondo abituale per le incertezze di un mondo nuovo. Aveva ragione Cesare Pavese quando disse che: “Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad avere fiducia negli stranieri e a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Ci si sente costantemente fuori equilibrio. Nulla è vostro, tranne le cose essenziali - l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo. Tutte le cose tendono verso l’eterno o ciò che possiamo immaginare di esso”.

Ma è proprio per questo che viaggiare, cambiare ambiente e conoscere altre culture è uno straordinario modo per crescere – e per farlo in fretta. Il contatto con un mondo sconosciuto è qualcosa che ti cambia nel profondo perché ti costringe a contare solo sulle tue forze e a superare i tuoi limiti. Anche dopo l’Università, quando ho iniziato a lavorare, mi sono trovato costretto più volte a cambiare città e Paese. Si è trattato di passaggi sofferti, perché è stato come ricominciare sempre da capo. Quando ti trovi a vivere o a lavorare in un Paese che non è il tuo, devi imparare a gestire qualcosa in più rispetto agli altri. Mi riferisco alla diffidenza che ogni tanto percepisci, quella che qualcuno prova verso gli stranieri. E mi riferisco anche allo stato d’animo che tu stesso provi, collegato al fatto di non avere radici in quella società, e di avere invece dubbi e timori nell’affrontare un mondo nuovo.

Sono tutti elementi che hanno segnato la mia storia personale. Sono dovuti passare quasi quarant’anni e altre due nazioni – la Francia e la Svizzera – prima che la vita mi riportasse in Italia, nel 2004, quando ho assunto la guida della Fiat. Le esperienze che ho compiuto in giro per il mondo sono state tutte importanti per la mia crescita professionale. Conosco bene la realtà che sta al di fuori del nostro Paese. Ed è questa conoscenza che ho cercato e sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perché non resti isolata da quello che accade intorno nel mondo. In questi anni abbiamo lavorato duramente per garantire alla nostra azienda di crescere, di competere con i migliori concorrenti, di conquistare la stima e il rispetto sui principali mercati. Oggi la Fiat è una multinazionale che opera e gestisce attività industriali in ogni parte del mondo. Siamo presenti in tutti i continenti e abbiamo rapporti commerciali con oltre 190 Paesi.

La partnership raggiunta con Chrysler nel 2009 è nata sulla base delle competenze tecnologiche della Fiat ma si è resa possibile solo grazie alla sua apertura internazionale. Se non avessimo avuto un approccio globale, non avremmo mai potuto cogliere l’opportunità che si presentava dall’altra parte dell’oceano. Quando la nostra azienda è nata, aveva un sogno: quello di favorire la mobilità e la libertà delle persone. Di crescere e portare nel mondo quello che gli italiani sanno fare. Di mettere queste competenze a disposizione della società. Quando il presidente Obama ha annunciato che Fiat sarebbe stato il partner giusto per Chrysler è stato come rinnovare questo sogno. Un mese fa il presidente Obama è venuto a visitare lo stabilimento di Detroit e lunedì il vice presidente Joe Biden ha visitato quello di Toledo. Entrambi ci hanno fatto i complimenti per il lavoro svolto, per il contributo che stiamo dando alla rifondazione dell’industria automobilistica americana, un’industria che è stata devastata dallo tsunami finanziario e da una gestione che non ha saputo ammettere la necessità del cambiamento.

Queste condizioni hanno permesso alla Fiat di farsi riconoscere per il proprio livello tecnologico, per l’impegno verso una mobilità sostenibile e per la capacità di portare, anche negli Stati Uniti, architetture e motori a bassi consumi. Non c’è dubbio che il Governo americano abbia dimostrato grande coraggio. Un’iniziativa che era nata con l’obiettivo di salvare centinaia di migliaia di posti di lavoro è diventata l’occasione per lanciare il “new green deal”, con cui si vuole incidere in profondità sulle abitudini dei consumatori, sostenendo l’industria dell’auto nello sforzo di ridurre i livelli di emissioni e di consumi. Fiat ha il privilegio di essere impegnata in questo processo di rifondazione dell’auto americana. Siamo orgogliosi di poterlo fare. Fa parte del nostro modo di intendere questo mestiere. A un anno di distanza dall’inizio di questo lavoro, la Chrysler è tornata a generare un utile operativo e i risultati che abbiamo presentato all’inizio del mese ci dicono che siamo sulla strada giusta.

La partnership tra Fiat e Chrysler non è solo un’opportunità di business. Fiat e Chrysler insieme stanno sicuramente unendo le loro competenze per dare vita ad un gruppo più forte, per raggiungere nel giro di cinque anni la soglia dei sei milioni di vetture prodotte, per essere presenti su più mercati e per avere una gamma completa di prodotti. Ma Fiat e Chrysler stanno anche dando vita ad un’integrazione culturale basata sul rispetto e sull’umiltà; un’integrazione che è una straordinaria fonte di ricchezza umana. Non è facile trovare un’impresa che possa contare su un’esperienza internazionale così ampia, basata non soltanto sull’accordo con Chrysler, ma anche sulla posizione di leadership in America Latina e sulle iniziative create in Cina e in Russia. Si tratta di un bagaglio di conoscenze che fa della Fiat un punto di osservazione privilegiato per capire cosa sta succedendo nel resto del mondo, come si sta sviluppando l’economia globale e come preparare l’azienda ad affrontare un sistema completamente aperto, fortemente interconnesso ma senza confini geografici o economici. Sfortunatamente ho l’impressione che in Italia non ci siano interesse né fiducia verso questo straordinario bacino di informazioni.

O forse, più semplicemente, non ne vogliamo sapere perché ci manca la voglia o abbiamo paura di cambiare. Molto spesso le ragioni del declino sociale ed economico di un Paese hanno a che fare con ciò che non abbiamo saputo o voluto trasformare, con l’abitudine di mantenere sempre le cose come stanno. Questo è stato per tanto tempo anche il grande male della Fiat. Quando sono arrivato, nel 2004, ho trovato una struttura immobile, chiusa su se stessa, che prendeva come base di riferimento i propri risultati invece delle prestazioni della concorrenza. Aveva perso la voglia e l’abilità di competere e di confrontarsi con il resto del mondo. Questo, purtroppo, è anche il rischio che corre il nostro Paese. Basta pensare a quanto è basso il livello degli investimenti stranieri, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato l’Italia per capire la gravità della situazione. La crisi ha reso più evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche più drammatica la debolezza della struttura industriale italiana. La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non è in grado di competere, è che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente – e senza colpa – le conseguenze.

Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” è invertire questa rotta. Il piano, presentato quattro mesi fa, dimostra il nostro impegno per concentrare nel Paese grandi investimenti, per aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e far crescere le esportazioni. Per realizzare questo progetto è assolutamente indispensabile colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat a quel livello di efficienza necessario per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro più sicuro. Conosciamo bene le regole dei mercati. Il loro andamento è determinato dalla domanda e dall’offerta, e trovano il loro equilibrio all’incrocio di queste due funzioni. Nella ricerca di questo equilibrio, non adottano principi etici e non sono condizionati da fattori o legami emotivi. Se lasciassimo il mercato libero di agire, alla sua maniera, le prospettive per la Fiat in Italia non sarebbero buone. La verità è che l’unica area del mondo in cui l’insieme del sistema industriale e commerciale del Gruppo Fiat è in perdita è proprio l’Italia. Lo è quest’anno come lo è stato lo scorso.

“Fabbrica Italia” è nata per cambiare questa situazione e per sanare le inefficienze del nostro sistema industriale. E’ nata dalla nostra volontà di trasformare l’Italia in una base strategica per la produzione e le esportazioni di vetture. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la garanzia che gli stabilimenti possano lavorare in modo affidabile, continuo e normale. Non c’è niente di straordinario nel voler adeguare il sistema di gestione a quello che succede a livello mondiale. Eccezionale semmai – per un’azienda – è la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire. Ciò di cui c’è bisogno è riconoscere la necessità di cambiare, di aggiornare un sistema che garantisca alla Fiat di continuare a competere. Quella alla quale stiamo assistendo in questi giorni è una contrapposizione tra due modelli, l’uno che si ostina a proteggere il passato e l’altro che ha deciso di guardare avanti. Non so quali siano i motivi di questo scontro, se ci siano ragioni ideologiche o altro. Quello che so è che fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi schemi, non ci sarà mai spazio per vedere nuovi orizzonti.

A volte ho l’impressione che gli sforzi che la Fiat sta facendo per rafforzare la presenza industriale in Italia non vengano compresi oppure non siano apprezzati intenzionalmente. La verità è che la Fiat è l’unica azienda disposta a investire 20 miliardi di euro in Italia, l’unica disposta a intervenire sulle debolezze di un sistema produttivo per trasformarlo in qualcosa che non abbia sempre bisogno di interventi d’emergenza. Qualcosa che sia solido e duraturo, da cui partire per immaginare il futuro. La verità è che questo sforzo viene visto da alcuni con la lente deformata del conflitto. Non siamo più negli Anni Sessanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra “capitale” e “lavoro”, tra “padroni” e “operai”. Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero, non risolveremo mai niente. Erigere barricate all’interno del nostro sistema alimenta solo una guerra in famiglia. L’unica vera sfida è quella che ci vede di fronte al resto del mondo. Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici e per dare al Paese la possibilità di andare avanti.

Questo è il momento di accettare il cambiamento come la possibilità per creare una base di ripartenza sana, come un’occasione per iniziare a costruire insieme il Paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni. Tutti noi esaltiamo il cambiamento come uno straordinario motore di progresso, come la più grande fonte di opportunità. Troppo spesso, però, l’elogio del cambiamento si ferma sulla soglia di casa. Va bene finché non ci riguarda. Siamo liberi di scegliere qual è il tipo di cambiamento che vogliamo: il nostro o quello degli altri. Nel farlo, dobbiamo essere consapevoli che il primo richiede energia, coraggio e determinazione nel costruire il nostro destino. L’altro, invece, ci condanna al ruolo di spettatori e potenziali vittime del processo. La Fiat – quella che è uscita con le proprie forze da una situazione che nel 2004 sembrava a fondo cieco; la stessa che oggi sta cercando nuove strade per diventare uno dei più grandi costruttori di auto al mondo – ha fatto la propria scelta. Ha deciso di stare al passo con la realtà.

Il mondo in cui operiamo è complesso, a volte caotico. I problemi che dobbiamo affrontare cambiano ogni giorno. Le variabili in gioco sono così tante e così grandi. Tutto questo richiede al sistema una flessibilità enorme. Richiede grande rapidità e la capacità di adeguarsi in tempo reale ai cambiamenti del mercato. La velocità di risposta a quello che non possiamo prevedere è l’unica arma che abbiamo per batterci ogni giorno. In questo senso la Fiat è un cantiere aperto. Chi entra oggi in Fiat, non trova un sistema fossilizzato ma entra in un ambiente in fermento, che cambia in continuazione. Tra qualche mese la Fiat sarà diversa da quella di adesso. E sarà diversa da quella che verrà dopo. Credo che il grande pregio della nostra azienda sia questa capacità di movimento e di decisione. Le persone che guidano la Fiat sanno adattarsi, reagiscono in tempi brevissimi e tengono un ritmo molto più veloce rispetto alla concorrenza. Per un’industria grande e complessa come la nostra è molto difficile ma è essenziale se vogliamo cogliere tutte le opportunità che si presentano. E fa la differenza tra vincere o soccombere.

Gestire l’azienda in questo modo ci dà la possibilità di reagire in modo opportuno ai movimenti dei mercati. Non possiamo ignorare, però, che ci sono dei fattori fuori dal controllo e dalla responsabilità individuale che possono generare situazioni di grande difficoltà. Come ho già avuto modo di dire altre volte, personalmente credo in un sistema che si faccia carico di riparare le conseguenze del funzionamento dei mercati e di sostenere coloro che sono colpiti dal cambiamento. E’ uno dei principali doveri che una società ha nei confronti dei propri cittadini. Lo dobbiamo in primo luogo ad un principio di coerenza con il modello di sviluppo sociale che abbiamo abbracciato. Ma rifiutare il cambiamento a priori significa rifiutare il futuro. Se non siamo disposti ad adeguarci al mondo che cambia, ci ritroveremo costretti a gestire solo i cocci del nostro passato.

La maggior parte delle persone che lavorano in Fiat ha compreso e apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di assumere in Italia.

Eppure ho sentito accuse assurde e infinite polemiche, che non voglio certo alimentare. Sento però il dovere di difendere non soltanto la serietà del nostro progetto, ma anche le ragioni di chi ha abbracciato questa sfida e ha voglia di fare qualcosa di buono. Mi riferisco, in particolare, alla Cisl e alla Uil e ai loro segretari generali Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell’industria dell’auto italiana. L’accordo che è stato firmato per lo stabilimento di Pomigliano ha ottenuto prima il consenso della maggioranza delle organizzazioni sindacali e poi quello della maggioranza dei lavoratori. Un sistema corretto di relazioni industriali deve garantire che gli accordi stipulati vengano effettivamente applicati. In democrazia funziona così, altrimenti è il caos. Rispettare un accordo è un principio sacrosanto di civiltà. Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare i diritti di molti. Ed è quindi inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, come la mancanza di rispetto delle regole e gli illeciti che in qualche caso sono arrivati anche al sabotaggio.

Non è giusto nei confronti dell’azienda ma soprattutto non è giusto nei confronti di tutti gli altri lavoratori. Mi rendo conto che certe decisioni, come quelle che abbiamo preso a Melfi, non sono popolari, ma non si può far finta di niente davanti a quelle che per la Fiat sono palesi violazioni della vita civile in fabbrica. Sono state spese molte parole sulla vicenda di Melfi. Vorrei essere assolutamente chiaro. La Fiat ha rispettato la legge e ha dato pieno seguito al primo provvedimento provvisorio della Magistratura. Pur mantenendo legittime riserve nel merito, abbiamo reinserito i lavoratori nell’organico dell’azienda, assicurando loro l’accesso allo stabilimento e il pieno esercizio dei diritti sindacali. Ora siamo in attesa del secondo giudizio previsto dal nostro ordinamento. Ci auguriamo che sia meno condizionato dall’enfasi mediatica, che ha in parte travisato la realtà dei fatti, come possono testimoniare altri lavoratori presenti la notte in cui è stata bloccata la produzione in modo illecito.

Nel frattempo, però, quello che è importante riconoscere è la necessità di garantire le condizioni minime di un rapporto di fiducia, sul quale si basa qualsiasi tipo di relazione. Ho sentito parlare molto di dignità e di diritti in questa vicenda. Ma la dignità e i diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti. La responsabilità che abbiamo è anche quella di tutelare la dignità della nostra impresa e il diritto al lavoro di tutte le altre persone. Di sicuro, accuse che considero pretestuose di una parte del sindacato non aiutano a mantenere un clima sereno, che è necessario per sviluppare gli ambiziosi programmi di cui ci stiamo facendo carico.

La Fiat non pretende di essere salutata ogni giorno con le fanfare, come è successo quando siamo tornati dall’America con i due miliardi di dollari della General Motors o quando il Presidente Obama ha annunciato l’accordo con Chrysler. Ma non troviamo giusti nemmeno i fischi gratuiti. I valori su cui abbiamo rifondato l’azienda sei anni fa sono rimasti gli stessi. Mi riferisco alla correttezza, all’integrità, ad un approccio responsabile nella gestione del business. “Fabbrica Italia” è un nata su questi presupposti. E’ un progetto che proviene dal cuore della Fiat, non certo da un calcolo di convenienza. Decidere di portare la nuova Panda a Pomigliano non è stata una scelta basata su principi economici e razionali. Non era – e non è – la soluzione ottimale da un punto di vista puramente industriale o finanziario. Sarebbe stato molto più conveniente lasciare le cose come stavano e confermare la futura Panda in Polonia, dove è stata prodotta negli ultimi sette anni con livelli di qualità eccezionali.

Lo abbiamo fatto considerando la storia della Fiat in Italia, quello che da sempre rappresenta e il rapporto privilegiato che ha con il Paese. Lo abbiamo fatto perché, nel limite del possibile – e senza pregiudicare la solidità della nostra azienda – riteniamo sia un nostro dovere privilegiare il Paese in cui Fiat ha le proprie radici. Facciamo tutto questo perché crediamo nel futuro italiano della Fiat e perché pensiamo che sia la strada giusta per dare prospettive di sviluppo alla presenza del nostro Gruppo nel Paese. Sono fortemente convinto che abbiamo la possibilità di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo. “Fabbrica Italia” è un grande progetto, perché nasce da nobili intenzioni. Per questo abbiamo il dovere di proteggerlo. Non siamo interessati ad andare in televisione a sbandierare le nostre ragioni, come altri hanno fatto. Non intendiamo farci coinvolgere in teatrini o telenovele per giustificare un progetto di valore e di qualità. Non vogliamo che tutto quello che abbiamo costruito finora sia macchiato da argomentazioni pretestuose o da giochi politici, che non c’entrano nulla con la volontà di fare qualcosa di buono. Tutto ciò non aiuterà mai la Fiat a diventare un costruttore forte, in grado di competere con i migliori al mondo. Pensiamo sia più utile usare il tempo che abbiamo a disposizione per lavorare a rendere reale la nostra visione. In questo, vorrei che fosse riconosciuta anche la dignità del mestiere dell’imprenditore. La responsabilità associata ai suoi compiti è enorme.

Penso ai rischi che si assume, agli impegni che prende, agli sforzi che compie per aprire la strada ad uno sviluppo internazionale dell’azienda e all’impatto che le sue scelte possono avere sulla società. E’ una responsabilità che dovrebbe meritare, se non stima, almeno rispetto. Quello che trovo assurdo è che la Fiat venga apprezzata e riceva complimenti ovunque, fuorché in Italia. La Fiat è sempre la stessa, che si guardi in Europa, negli Stati Uniti o in Sud America. Il nostro comportamento e i principi che ci guidano sono uguali in ogni parte del mondo. La Fiat è un’azienda seria, gestita da persone serie con una forte carica di valori. Sono questi valori a far sì che il senso di responsabilità prevalga sempre sull’indifferenza, l’impegno sulla noia, la coscienza sulle mode del momento. Quest’etica di business è stata la chiave della rinascita, che ha strappato il gruppo dal fallimento al quale sembrava destinato nel 2004. Oggi continua ad essere il cuore della nostra azione e non abbiamo nessuna intenzione di comprometterla.

Forse, a questo punto, vi state chiedendo in che modo la testimonianza che vi ho portato oggi e la storia recente della Fiat possa avere a che fare con voi. Da tutte le esperienze che ho fatto nella mia vita, mi sono reso conto che ogni storia di successo si basa sulla capacità di donne e di uomini di assumersi la responsabilità e l’impegno di imprimere una svolta culturale a un certo ordine di cose. Il cambiamento è una delle forze più potenti che abbiamo a disposizione e che possiamo controllare per costruire qualcosa di grande. Questo vale per un sistema industriale, ma vale anche per la vita di ognuno di noi. L’invito che posso fare a voi giovani oggi è quello di prepararvi ad entrare in un grande processo di costruzione, di prepararvi a far parte della squadra che darà forma al futuro. Di solito si ritiene che la vita delle persone sia suddivisa in due momenti distinti. Quello della formazione e quello dell’attività lavorativa. Si crede che il primo periodo della vita serva a dare all’individuo quelle conoscenze sufficienti ad affrontare la fase successiva.

Con l’idea che le nozioni apprese possano bastare a ricoprire ruoli e mansioni stabili nel tempo. Penso che una persona così si trovi del tutto disarmata di fronte ad un mondo che cambia alla velocità della luce. Questo scriveva Hegel nella prefazione ai Lineamenti di Filosofia del Diritto: “A dire anche una parola sulla dottrina di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell'e fatta…

Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal chiaroscuro esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”. La conoscenza è come la nottola di Minerva. Arriva a cose fatte, quando la realtà è già passata. Quello che si studia nei libri sul mondo dipinge una situazione che è già un’altra. Per questo non è importante la strada che sceglierete. E’ molto più importante l’approccio con cui deciderete di percorrerla. Se c’è una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che la prima garanzia che dobbiamo conquistarci per poter scegliere è la libertà. Essere liberi significa avere la forza di non farsi condizionare.


Essere liberi vuol anche dire trovare il coraggio di abbandonare i modelli del passato, le vecchie abitudini e le dipendenze. Le strade comode e rassicuranti non portano da nessuna parte e di sicuro non aiutano a crescere. Fanno solo perdere il senso del viaggio. La libertà di cui parlo è prima di tutto una libertà mentale, la condizione che raggiunge chi decide di confrontarsi con il mondo e di sposare l’etica del cambiamento. Le ore passate a studiare su un libro con centinaia di pagine o davanti a un computer non sono solo una strada per entrare nel mondo del lavoro. Vi danno la possibilità di prendere in mano quegli strumenti, culturali e umani, per affrontare un campo aperto, globale e uguale per tutti. Senza dubbio il mondo di oggi si trova in un momento difficile da capire e da gestire. Ma non penso che ci siano età più facili di altre. In ogni epoca, milioni di persone si trovano a fare i conti con quello che è stato lasciato dal passato. E’ la storia della vita, quando capita di venire in possesso di un’eredità enorme. Non hai fatto nulla per averla. A quel punto, puoi scegliere cosa fare per chi domani dovrà raccogliere la tua eredità.

Voi avete la grande occasione di mettere quello che siete, i vostri sogni e le vostre qualità in questo progetto, per creare un domani esattamente come lo volete. La forma e il significato della società del futuro dipenderanno dai vostri ideali, dal vostro modo di pensare e di agire. Ognuno di voi può contribuire a creare una società migliore. * * *

Questa è la vera sfida che vi aspetta. L’uomo che segue il proprio comodo è condannato a vivere in una prigione che si è costruito da solo, dove i muri sono troppo alti e troppo spessi per far passare l’aria o vedere la luce. Chi guarda solo a se stesso non sarà mai una persona libera perché non ha altro spazio se non quello limitato e fragile di uno specchio. La vera libertà esiste solo nell’impegno. Penso che questo sia anche il senso del titolo del vostro meeting, che richiama molto da vicino quello che lo stesso Hegel disse sulla natura umana: “Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”. Credo che sia anche l’unico modo per trovare una realizzazione personale e dare un significato più profondo alla nostra vita. Nel seguire la propria strada, la responsabilità di ogni individuo, di ognuno di noi, è enorme. Circa 500 anni fa, Niccolò Machiavelli, ci ha offerto questo spunto: “Il ritorno al principio è spesso determinato dalla semplice virtù di un uomo. Il suo esempio ha una tale influenza che gli uomini buoni desiderano imitarlo e quelli cattivi si vergognano di condurre una vita contraria al suo esempio”. Se c’è un segreto nella Fiat di oggi, è proprio questo: abbiamo avuto la fortuna – e forse anche la capacità – di costruire un’azienda di uomini e donne di virtù. Sono persone che sentono il peso della responsabilità di ciò che fanno, che agiscono con decisione e coraggio, che non si tirano indietro quando si tratta di dare il buon esempio. Sono persone che sanno che solo una condotta morale può assicurare merito e dignità a qualunque risultato. Questo è l’augurio con cui vorrei lasciarvi. A prescindere dalla strada che sceglierete, auguro ad ognuno di voi di diventare come la persona descritta da Machiavelli, uomini e donne di virtù. Grazie a tutti per l’attenzione.

 
Arian Levi compie cent’anni: “Confesso che ho vissuto”
Venerdì 13 Agosto 2010 15:53
Saggista e storica, studiosa del movimento operaio, dell’ebraismo e dell’America Latina, nel 1939 dovette emigrare in Bolivia a seguito della promulgazione delle leggi razziali. Rientrata in Italia nel 1946, ha svolto un'intensa attività politica nel Partito Comunista Italiano, che ha rappresentato prima come consigliere comunale a Torino e poi in Parlamento come deputato (1963-1972), dove ha inoltre ricoperto la carica di segretario della VIII commissione (Istruzione e Belle arti). Per lungo tempo insegnante al liceo Gioberti di Torino L’ 8 luglio 2010 ha ricevuto dal sindaco Chiamparino il prestigioso riconoscimento del Sigillo della Città

 

Arian_LeviHa la voce flebile, ma i pensieri fermi, Giorgina Arian Levi, che all’agenzia Asca parla dei giovani di oggi e racconta la sua vita, scavando nei ricordi, alla vigilia del compleanno che le farà spegnere cento candeline. Cent’anni di storia, portati sulle spalle, sulle gambe e nello spirito che resta quello di una donna combattiva e combattente, com’è stata per tutta la sua vita fino ad arrivare alla casa di riposo della Comunità ebraica di Torino dove oggi trascorre le sue giornate.

Giorgina Arian Levi, nata a Torino il 15 agosto del 1910, scrittrice, insegnante e politica, ma soprattutto testimone storica di quel dramma che fu la Shoah, l’avvento del fascismo in Italia e poi il nazismo, l’Olocausto, nel 1939 è costretta a lasciare il capoluogo piemontese per la promulgazione delle leggi razziali e si rifugia in Bolivia.

Fa in tempo però a laurearsi in lettere all’Università di Torino. Torna in Italia nel 1946, inizia ad insegnare al liceo classico Vincenzo Gioberti e prende il via la sua carriera politica nel Partito Comunista Italiano. È stata prima consigliera comunale a Torino (1956-1964) e poi deputata al Parlamento (1963-1972), dove ha ricoperto anche la carica di segretario della VIII commissione Istruzione e Belle Arti. L’8 luglio scorso il sindaco Sergio Chiamparino le ha consegnato il riconoscimento di “Sigillo della Città”: «Qui - ha detto dopo aver ricevuto il sigillo - ho combattuto per le minoranze, ho lavorato per anni perché questa città diventasse per tutti e di tutti. Vorrei ricordare che la libertà e la democrazia sono l’unica via per una società sana». E allora ecco il tema del futuro, dei giovani, con cui ha avuto sempre un legame speciale: «Ci sono tantissimi messaggi che andrebbero mandati - racconta - a seconda dell'età e della categoria sociale in questo momento con quello che succede nel mondo, c’è ancora molto da creare e i giovani devono essere informati non solo della storia della loro città, ma della loro patria in generale e dei rapporti che l'Italia ha con gli altri paesi. Bisogna andare avanti e io sono sempre stata per l’informazione politica non solo limitata al proprio Stato, ma al livello almeno europeo. Insomma, più grande, per creare un contatto con gli altri paesi. Per non dimenticare che non siamo soli sulla terra».

Una terra che Giorgina ha attraversato fino in Bolivia quando, costretta a lasciare l’Italia, è emigrata con il marito Heinz Arian. Qui Arian Levi si è dedicata all’insegnamento dei figli degli indios per poi spostarsi poi all’Università di Sucre e La Paz.

La partenza per la Bolivia, racconta ancora, «per me ha significato l’apparire di un disagio nella vita sociale e politica perché mi sono trovata isolata, fuori dalla scuola. Ero giovane, però l'ho tollerato, e ho assorbito il tema della lotta contro la discriminazione degli ebrei e anche delle persone di sinistra che lottavano per la scomparsa del fascismo, per una politica più sana e più coerente. C’era molto disagio allora e ancora oggi ci sono dei disagi politici, ma oggi possiamo superarli e tollerarli. Allora con la dittatura fascista sparpagliata qua e là era molto difficile mantenere uno Stato in equilibrio sociale».

Nel 1946 il ritorno in Italia, «un paese distrutto», e la scelta di unirsi al partito comunista italiano, «l’unica via per cercare di arrivare a un cambiamento». Parlamentare combattiva e risoluta, fondatrice e per molti anni direttore del bimestrale ebraico torinese “Ha Keillah” e altrettanto a lungo consigliera della Comunità Ebraica di Torino.

Tra i suoi libri si ricordano: “Fuori dal ghetto. Il 1848 degli ebrei”, “I Montagnana”, “Isacco Levi. La religione del cuore”, la biografia scritta con Filippa Marcella “Avrei capovolto le montagne. Giorgina Levi in Bolivia (1939-1946)”, e poi “Tutto un secolo”, un libro di memorie. Quest’ultimo è un testo che riassume esperienze, frammenti di infanzia, adolescenza, gioventù e vecchiaia, lungo un unico filo rosso, quello della libertà: «Un aspetto per me fondamentale dell'educazione ricevuta sin dall'infanzia dai miei genitori - scrive Giorgina Arian Levi – è stata la libertà».

 
Addio a Giubergia, finanziere e filantropo
È morta a 85 anni una delle figure simbolo della finanza torinese. Nel 1984 ha fondato la Ersel, prima società italiana autorizzata alla costituzione e alla gestione di fondi comuni di investimento. Membro del Consiglio di Borsa dalla sua costituzione fino al 1995, ricoprendo numerosi incarichi, tra cui la presidenza di Assosim. Oltre all’attività finanziaria, è stato notevole il suo impegno nei confronti di Torino, in campo sociale, artistico e musicale

 

renzo-giubergiaDopo una lunga malattia, si è spento a Torino Renzo Giubergia. Era nato ad Alpignano, in provincia di Torino, il 14 settembre 1925. Sposato, aveva avuto due figli, entrambi operativi da anni in Ersel. Guido, che riveste la carica di presidente e amministratore delegato del gruppo e Paola, responsabile delle relazioni esterne.

All’inizio degli anni Cinquanta risalgono i primi passi nel mondo del lavoro, presso lo studio del padre Giuseppe, agente di cambio che aveva avviato l’attività nel 1936. In seguito alla fusione dello studio Giubergia con lo studio Treves, nel 1965, Renzo Giubergia è diventato protagonista di importanti operazioni finanziarie che hanno coinvolto i maggiori gruppi bancari e industriali italiani. Nel 1984 è stato artefice di una svolta epocale nel settore del risparmio gestito. Ersel, la sim da lui fondata, è stata infatti la prima società di gestione del risparmio italiana autorizzata alla costituzione e alla gestione dei fondi comuni di investimento, primato che ha conteso per anni a Fideuram e alla Symphonia sgr di Angelo Abbondio (poi acquisita da Banca Intermobiliare).

 

Nel 1990 Warburg Securities, società di intermediazione mobiliare del gruppo S.G.Warburg, merchant bank europea, sigla un accordo di collaborazione con lo studio Giubergia. La società assume il nome di Giubergia Warburg Sim Spa (poi Giubergia UBS Sim) ed indirizza la propria attività esclusivamente presso clienti istituzionali.

Tra gli ultimi importanti incarichi operativi svolti in Ersel, nel 2004 Renzo Giubergia è stato negoziatore del patto di sindacato e della nomina dei nuovi vertici di SanPaolo Imi.

Oltre all’attività finanziaria, si è distinto per l'impegno in campo sociale, artistico e musicale. Per esempio, è stato tra i fondatori (e due volte presidente) della consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino e della fondazione Teatro Regio, nonché promotore di importanti mostre. Paideia, la fondazione da lui voluta in memoria del padre Giuseppe, è tra le onlus oggi più presenti e più attive in Piemonte nel sostegno alle famiglie con bambini in difficoltà.

 

Renzo Giubergia lascia una società che oggi occupa oltre 200 persone, con diverse sedi in Italia e all’estero e un patrimonio gestito di oltre sette miliardi di euro. A conclusione dell’ultima manovra di scudo fiscale, Ersel ha conseguito una raccolta di 760 milioni di euro, di cui 520 rimpatri fisici e i restanti giuridici

 
Silvio l’Epurator dà il benservito a Veronica Fini
Venerdì 30 Luglio 2010 11:33
Pubblichiamo integralmente il testo approvato dall’ufficio di Presidenza del Pdl. Si tratta di un documento di sei pagine, votato da trentatré componenti, ad eccezione dei tre esponenti finiani (Urso, Ronchi e Viespoli). Definisce le posizioni dei finiani «assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del partito». L’indagato Verdini e gli altri coordinatori deferiscono ai probiviri Bocchino, Granata e Briguglio. Per i berluscones Fini deve lasciare la presidenza della Camera: «Viene meno la fiducia anche per il suo ruolo». Secca la replica dell’inquilino di Montecitorio: «Non sono nelle disponibilità del presidente del Consiglio. Non mi dimetto». Ma d’ora in poi nel Palazzo è guerriglia

 

fini_berlusconiL’Italia necessita di profondi cambiamenti sia nella sfera economica che in quella politica e istituzionale. L’azione del nostro governo presieduto da Silvio Berlusconi e la nascita del Pdl rappresentano ciascuno nella propria sfera, la risposta più efficace alla crisi del Paese. Il governo ha dovuto agire nel pieno della crisi economica più grave dopo quella del 1929, riuscendo ad evitare, da un lato, gli effetti più dirompenti della crisi sul tenore di vita delle famiglie e dei lavoratori, e, dall'altro lato, preservando la pace sociale e la tenuta dei conti pubblici. Con la nascita del Pdl, dall'altra parte, la vita politica italiana ha fatto un ulteriore passo in avanti verso la semplificazione e il bipolarismo. Occorre aggiungere che, in questi anni, gli elettori hanno sostenuto e premiato sia l'azione del governo che la nuova realtà politica rappresentata dal Pdl.

Immediatamente dopo il nostro congresso fondativo, tuttavia, e soprattutto dopo le elezioni regionali, sono intervenute delle novità che hanno mutato profondamente la situazione, al punto da richiedere oggi una decisione risolutiva. Invece di interpretare correttamente la chiara volontà degli elettori, nella vita politica italiana hanno ripreso vigore mai spente velleità di dare una spallata al governo in carica attraverso l'uso politico della giustizia e sulla base di una campagna mediatica e scandalistica, indirizzata contro il governo e il nostro partito, che non ha precedenti nella storia di un Paese democratico. L'opposizione, purtroppo, non ha cambiato atteggiamento rispetto al passato, preferendo cavalcare l’uso politico delle inchieste giudiziarie e le speculazioni della stampa piuttosto che condurre un'opposizione costruttiva con uno spirito riformista.

Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto dall'attuale Presidente della Camera. Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l’On. Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito ed alla persona del Presidente del Consiglio. Non si tratta beninteso di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al contrario, il Pdl si è contraddistinto dal momento in cui è stato fondato per l'ampia discussione che si è svolta all'interno degli organismi democraticamente eletti.

Le posizioni dell’On. Fini si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo  o contrarietà nei confronti del programma di governo sottoscritto con gli elettori e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del Presidente del Consiglio.
In particolare, l’On. Fini e taluni dei  parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il voto agli extracomunitari che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori.

Sulla legge elettorale, vi è stata una apertura inaspettata a tesi che contrastano con le costanti posizioni tenute da sempre dal centro-destra e dallo stesso Fini. Persino il tema della legalità per il quale è innegabile il successo del Governo e della maggioranza in termini di contrasto alla criminalità di ogni tipo e di riduzione dell'immigrazione clandestina, è stato impropriamente utilizzato per alimentare polemiche interne. Il PdL proseguirà con decisione nell'opera di difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non possiamo accettare giudizi sommari fondati su anticipazioni mediatiche.

Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi testimoniano d'altronde meglio di ogni esempio la distanza crescente tra le posizioni del PDL, quelle dell’On. Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato per riportare il tutto nell’alveo di una corretta e fisiologica dialettica politica. Tutto ciò è tanto più grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto dall’On. Fini, un ruolo che è sempre stato ispirato nella storia della nostra Repubblica ad equilibrio e moderazione nei pronunciamenti di carattere politico, pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica. Mai prima d’ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato perfino nella polemica di partito e nell'attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e ad un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre. L'unico breve periodo in cui Fini ha “rivendicato” nei fatti un ruolo super partes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l'assenza di un suo sostegno ai candidati del Pdl.

I nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo vi sia  un atteggiamento di opposizione permanente, spesso oggettivamente  in sintonia  con posizioni e temi della sinistra e delle altre forze contrarie alla maggioranza, condotto per di più da uno dei vertici delle istituzioni di garanzia.  Non sono più disposti ad accettare una forma di dissenso all'interno del partito che si manifesta nella forma di una vera e propria opposizione, con tanto di struttura organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando già l'esistenza sul territorio e in Parlamento di un vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura, a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa al Pdl. I nostri elettori, inoltre, ci chiedono a gran voce di non abbandonare la nuova concezione della politica, per la quale è nato il Pdl, che si fonda su una chiara cornice culturale e di valori, sulla scelta di un chiaro e definito programma di governo, su una compatta maggioranza di governo e sull'indicazione di un Presidente del Consiglio, in una logica di alternanza fra schieramenti alternativi.

Questo atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito  e nei confronti del governo che, ripetiamo, nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all'interno del partito,  ha già creato gravi conseguenze sull’orientamento dell'opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che non si riconoscono in questa sinistra. La condivisione di principi comuni e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell'appartenenza a una forza politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della Libertà.

Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati. Si sta nel Popolo della Libertà quando ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che al primo posto mettono la persona e la sua dignità. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un “patto criminale” con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza e con tanta efficacia, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità. Per queste ragioni questo ufficio di Presidenza considera le posizioni dell’On. Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Popolo della Libertà.

Di conseguenza viene meno anche la fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L’Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ha inoltre condiviso la decisione del Comitato di Coordinamento di deferire ai Probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio.

 
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Dai Palazzi
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Riflessione (intelligente) di un giovane democrat sull’etica nella politica. Si domanda se nell’esercizio di un mandato pubblico oltre la legge debba vigere anche un codice deontologico che censuri quei comportamenti palesemente inopportuni, anche se non penalmente rilevanti. Vecchia storia: la moglie di Cesare non solo deve essere onesta ma deve anche apparire tale. Oltre ogni ragionevole dubbio   Certo che di questi tempi, tra una maggioranza in salsa immobiliare, un premier Anfitrione di pittoreschi pagliacci africani, un amministratore delegato che riscrive a suo consumo i diritti dei lavoratori e altre amene scenette agostane, non ci si può certo aspettare che la politica peninsulare ci vada troppo per il sottile. L’essere umano è un animale versatile, con la straordinaria capacità di adattarsi a qualunque scenario. Abituarsi a quello che accade intorno vuol dire...
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Pubblichiamo l’intervento integrale dell’amministratore delegato della Fiat al Meeting di Comunione e Liberazione. Ribadisce la linea dura nei confronti di chi contrasta l’ordine aziendale e dedica gran parte del suo discorso alla vicenda dei tre operai licenziati a Melfi, accusati di aver interrotto illegalmente il ciclo produttivo e reintegrati dalla magistratura. Alla faccia del tramonto delle ideologie dal manager italo-canadese è giunta una summa teorica del nuovo capitalismo globale. Un furbone di tre cotte che abilmente nasconde le deficienze del piano industriale del Lingotto   Signore e Signori, buongiorno a tutti. Non mi capita spesso di avere di fronte una platea composta da così tanti giovani e mi sento investito di una grande responsabilità. Ringrazio il presidente Scholz e gli organizzatori del Meeting di Rimini per avermi dato la possibilità di incontrarvi e di...