TRAVAGLI DEMOCRATICI

Renziani a pezzi, la paura fa 9

Alla vigilia del responso del Tar sulle firme false la maggioranza Pd è lacerata. La componente fassiniana usa il bastone e la carota con il segretario regionale Gariglio. Unica certezza: comunque vada a finire nulla sarà più come prima

La domanda che in tanti, forse tutti, si sono fatti in quel gabinetto di crisi della maggioranza del Pd piemontese riunita questa sera, ad un tratto la pronuncia chiaramente un fassiniano di ferro come Gioacchino Cuntrò: “Nel Pd regionale esiste ancora una maggioranza?”. Un interrogativo “scabroso”, non meno allarmato e allarmante di quello, indissolubilmente intrecciato, che concerne il grado di possibilità di elezioni anticipate in Regione. Gli occhi sono tutti puntati sul Tar e l’attesa da qui a giovedì assume i toni che annunciano un redde rationem ormai ineluttabile all’interno della componente renziana. Un partito ormai diviso, esacerbato, dilaniato da rancori personali e che neppure la comune appartenenza al blocco di potere che governa Regione, Comune di Torino e gran parte delle amministrazioni locali riesce più ad essere un collante. E così nell’odierna riunione nessuno, pur con accenti diversi, ha potuto negare la gravità del momento. Presente uno spaccato della variegata galassia renziana: i due segretari, provinciale e regionale, Fabrizio Morri e Davide Gariglio, che per il momento hanno deposto le armi, rappresentanti politici, istituzionali e dei territori (tra gli altri, Domenico Mangone, Rosanna Abbà, Dimitri Buzio, Raffaele Gallo, Stefano Lepri, Vittorio Barazzotto, Mimmo Carretta, Elvio Rostagno, Pino Catizone, Davide Sannazzaro).

 

Cosa ne sarà del Pd piemontese dopo la decisione del Tar di giovedì? Altra domanda sottaciuta, ma circolata in mille riflessioni oggi pomeriggio in via Principe Amedeo, nell’ex sede elettorale di Davide Gariglio. Può succedere di tutto: da un’implosione a ulteriori lacerazioni, fino a quella guerra per bande tra accuse reciproche che poi è forse l’ipotesi più temuta perché più reale. E andare alle elezioni con un partito in questo stato è come scalare l’Everest con le scarpe da tennis. Certo i ramponi dell’alpino Sergio Chiamparino sono pronti a muovere passi saldi, ma basterà? Lui ogni giorno che passa e ci si avvicina al giorno dell’ultimatum, da egli stesso fissato per decidere se dimettersi o meno, pare accarezzare sempre di più l’idea di uscire dalle sabbie mobili prima di esservi inghiottito e dare, con nuove elezioni, una svolta tale da smarcarlo sempre più da un partito pasticcione e rissoso. La stessa scelta che lo ha portato in questi giorni a battere sagre paesane e incontri con le gente, rimanendo distante dal Pd e dalle beghe politiche sembra confermare un’intenzione che si farebbe più salda e convinta ogni giorno che passa. Una posizione, quella del governatore, fatta propria e strenuamente difesa da Augusto Ferrari, novarese e assessore al Welfare a cui ha fatto il controcanto, evidenziandone i limiti e i rischi la sindaca di Alessandria Rita Rossa, particolarmente critica sull'azione di governo fin qui esercitata.

 

Lontano e superato appare l’incontro con Fabrizio Morri e Gariglio a Palazzo Lascaris concluso con dichiarazioni di concordia e il patto di non andare ciascuno per la propria strada, anche con esternazioni, fino a quando la grana della firme false sarà chiarita o comunque sarà assunta una decisione. Morri ancora l’altro giorno ha ricordato come nelle fasi cruciali e discusse della presentazione delle candidature, tutto sia avvenuto sotto gli occhi di Gariglio e Chiamparino, scagliando di fatto l’ennesima pietra in una lapidazione reciproca che costella la vita in queste ultime settimane del Pd. Poi l’avviso di garanzia a Tina Pepe ha fatto saltare anche quella flebile conciliazione, con Morri a puntare il dito contro Gariglio, sospettato di aver architettato trame contro il provinciale per scaricare le proprie responsabilità.

 

Un segretario regionale nel mirino dei fassiniani, nel classico gioco del poliziotto buono e quello cattivo, chi ha vestito i panni del pompiere come l’eminenza grigiastra Giancarlo Quagliotti che ha richiamato all’unità e chi, come Paola Bragantini e Nadia Conticelli, ha sparato a palle incatenate. Sempre dall’area che ha il suo riferimento in Piero Fassino è evidente un timore, che rimanda a uno dei molti interrogativi serpeggiati nel gabinetto di crisi, ovvero: e se si voterà in primavera insieme alle comunali? Il rischio è di un trascinamento verso il basso o comunque di una campagna elettorale ancora più difficile per il Pd, semmai Chiamparino dovesse mettere in atto quel che avrebbe in animo di fare. Votare prima, in autunno ad esempio, lascerebbe margini di manovra più ampi allo stesso Fassino, qualora davvero (come si dice e dicono molti dei suoi accoliti), abbia davvero intenzioni di soffiare la poltrona al piano nobile di piazza Castello all'attuale inquilino. Gira e rigira, sempre attorno ai destini, personali e politici, dei due ex ragazzi di via Chiesa della Salute, si deve fare i conti: dal Pci al Pd, senza soluzione di continuità. Sia come sia, per un renziano della prima ora come l’ateniese Davide Ricca la segreteria, nel caso si vada ad elezioni, dovrà presentarsi dimissionaria, gestire la campagna elettorale e poi andare a un congresso. La domanda di Cuntrò non era di quelle destinate a rimanere per aria.

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